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Lessico

sf. [sec. XIX; da improvvisare]. L'improvvisare; capacità di improvvisare; in particolare, opera poetica o musicale coincidente con l'atto della sua composizione o esecuzione.

Letteratura

Non sconosciuta agli antichi Greci e Romani, l'improvvisazione fu diffusa nel Medioevo dai cantambanchi, che raccontavano nelle piazze le vicende dei paladini di Carlo Magno e componevano versi improvvisi su fatti di cronaca (uso ancora vivo in alcune zone dell'Italia meridionale). Particolare fortuna ebbe, nel sec. XV, l'arte dell'improvvisazione aulica presso la corte medicea (dove si esibirono improvvisatori famosi come Serafino Aquilano, Baccio Ugolini, Panfilo Sasso, Cristoforo Fiorentino) e presso la corte di Leone X, dove raggiunse grande fama Bernardo Accolti. Dopo quella forma di teatro estemporaneo che fu la Commedia dell'Arte, l'improvvisazione raggiunse la sua massima fioritura nell'età arcadica, quando si diffuse la moda delle adunanze accademiche e della vita salottiera: Bernardino Perfetti e Maria Maddalena Morelli ebbero tale successo da essere incoronati poeti in Campidoglio, Teresa Bandettini fu molto apprezzata alla corte di Vienna, lo stesso Metastasio iniziò come improvvisatore la sua carriera poetica. Nell'Ottocento, grande fortuna ebbe Tommaso Sgicci, che improvvisava intere tragedie, mentre altri poeti estemporanei (Bartolomeo Sestini, Gabriele Rossetti, Giannina Milli) volsero l'improvvisazione a scopi patriottici. Estintasi, nella seconda metà dell'Ottocento, la tradizione della poesia improvvisa di gusto accademico, è rimasta viva nelle campagne la poesia estemporanea popolare, sotto forma di canto.

Musica: generalità

Tutta la musica nasce come improvvisazione. Nelle culture orali ogni canto sgorga dall'improvvisazione ed è intonato con varianti improvvisate. L'improvvisazione è assente solo dai canti che fanno parte di un rito: questo infatti non è valido se non è rispettato alla lettera, sicché le sue melodie si fissano e si tramandano a lungo intatte. Con l'invenzione della scrittura musicale (Babilonesi) si tentò appunto di fissare formule musicali sacre; ma l'improvvisazione continuò a esistere accanto alla scrittura. Nelle società schiaviste e feudali, dove fiorì la figura del musico di corte professionista e virtuoso, l'evoluzione tecnica fa nascere forme musicali basate sull'improvvisazione: un complesso sistema di regole, obblighi e divieti stabilisce quali aspetti dell'esecuzione sono immutabili e quali sono affidati all'improvvisazione. Questa può essere solistica (India, Islam) o collettiva, come nell'Africa nera, Cina o Indonesia, dove perviene a un alto livello di complessità e sottigliezza.

Musica: cenni storici

In Europa, fin dall'epoca del Gregoriano (sec. VII) vi è un conflitto tra le forze che imbavagliano l'improvvisazione (la liturgia, il bisogno dell'autore di fissare ab aeterno la sua opera) e le forze liberatorie, pagane, orali che la fanno riaffiorare di continuo. Con la polifonia la composizione diviene un oggetto definito e fissato per iscritto. Ma nel sec. XV, con la nascita della musica strumentale, l'improvvisazione ricompare come mezzo per comporre all'istante, secondo i capricci dell'ispirazione, pagine musicali dalla forma sciolta e avventurosa, talora virtuosistiche, che poi vengono messe su carta (ricercare, preludio, toccata, tiento, fantasia). L'originaria improvvisazione si riconosce in dettagli come le figurazioni “passeggiate” degli organisti del sec. XVI (Gabrieli, Merulo). Nello stesso periodo, dalla Spagna (forse dall'Africa) si diffondono in Europa danze (passacaglia, follia, ciaccona) basate sulla forma di variazioni su un basso ostinato (analogo al giro armonico del jazz), forma che è tipica dell'improvvisazione africana. Nel sec. XVII vi è improvvisazione nel basso continuo (una parte scritta solo con una stenografia cifrata, che il clavicembalista completa con l'improvvisazione), nell'ornamentazione della melodia (con le tecniche dette diminuzione e coloratura) e nelle cadenze. Ancora nel sec. XVIII Vivaldi improvvisa le cadenze dei Concerti per violino (una sola ci è giunta scritta); e Händel, nei Concerti per organo e archi, scrive solo una traccia della parte solistica, da riempire con l'improvvisazione. Mozart improvvisa spesso in pubblico, in esibizioni da fanciullo prodigio e “Accademie”, e talora trascrive un'improvvisazione (le Variazioni sul tema di GluckUnser dummer Pöbel meint K. 455); lo stesso fa Beethoven. Nel sec. XIX il compositore puro si separa dall'esecutore-virtuoso; il primo cerca di far valere la propria volontà, il secondo continua a improvvisare. Paganini, Liszt, Gottschalk si fanno dare lo spunto per l'improvvisazione dal pubblico: una melodia nota (popolare o d'opera), o un'idea qualsiasi (Il duomo di Milano). Tale pratica è vista con disprezzo dai compositori puri: per Schumann l'improvvisazione è un dissipare le proprie energie. Alla fine del secolo, soli cultori dell'improvvisazione rimangono gli organisti (Bruckner, Franck), e qualche musicista di aree periferiche (Granados ha lasciato un'improvvisazione su rullo di pianola; Šostakovič ebbe un insegnante di improvvisazione). Nel sec. XX si è cercato di vincolare l'esecutore a una notazione sempre più precisa, ma dopo il 1950 gli si è ridata libertà, sotto forma di notazione vaga (Stockhausen), o di alternative tra cui scegliere (Boulez), o di alea totale (Cage). Tuttavia gli esecutori di musica colta si sono spesso rivelati incapaci di prendere decisioni, e dal 1970 ca. la musica europea colta è tornata alla notazione normale.

Musica: jazz

L'improvvisazione ha avuto invece un coerente sviluppo nel jazz, linguaggio musicale che mescola scrittura e improvvisazione in dosi variabili (l'improvvisazione totale e la sua totale assenza sono rare). Il jazz non nasce, come si crede, dall'improvvisazione di analfabeti: in origine (ca. 1895) vi era una precisa partitura scritta, che pian piano si è aperta all'intervento dei solisti, secondo regole via via elaborate. L'improvvisazione all'inizio è abbellimento di una parte scritta data; e tale uso sopravvive tuttora accanto ad altri. Con L. Armstrong essa diviene anche qualcosa di più: affrancandosi dalla parte scritta, Armstrong inventa melodie nuove sugli accordi dati. In Duke Ellington il solista ha di regola una parte scritta (guideline): può ritoccarla e farla sua, e può perfino averla scritta lui, ma non può stravolgerla. In A. Tatum l'improvvisazione avviene spesso non sulla melodia, ma nei suoi vuoti (fill); in lui troviamo anche un'improvvisazione “diacronica”, non rara nello swing: improvvisando su una canzone sera dopo sera, egli via via trasceglie alcune idee e le conserva, fino a cristallizzare una versione definitiva, summa di tante improvvisazioni singole. Lennie Tristano ha introdotto nel jazz la libera improvvisazione collettiva atonale; Sonny Rollins l'improvvisazione tematica, sviluppo logico di cellule melodiche prelevate dal tema. In J. P. Johnson vi è un'improvvisazione pianificata: ciascuna variazione del tema sviluppa un piccolo spunto melodico, ritmico o tecnico (come in Corelli, La Follia). Miles Davis e J. Coltrane hanno indicato al jazz l'improvvisazione su modi, simile all'improvvisazione araba o indiana, talora articolata intorno a punti-cardine prefissati, da percorrere in un ordine a piacere. Coltrane stesso, Cecil Taylor e altri hanno praticato un'improvvisazione modulare, basata su cellule variate e trasposte. C. Mingus ha applicato al jazz l'idea (non ignota in Africa e Indonesia) dell'improvvisazione collettiva a strati, in cui più strumenti improvvisano insieme, ciascuno tenendosi entro un binario dato dal compositore. Keith Jarrett ha fatto dell'improvvisazione jazz una composizione istantanea di vaste strutture a episodi, simili agli antichi ricercari. L'improvvisazione jazz, inoltre, è di solito controllata da strutture fisse a priori: la più comune è il giro armonico, una serie di accordi dati per un numero di battute dato. Le tecniche più semplici di improvvisazione jazz si sono poi diffuse nel rock e nella musica leggera.