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pàsqua

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Lessico

sf. [sec. XIII; dal latino ecclesiastico Pascha, dal greco páscha, adattamento dell'ebraico pésah, passaggio]. Presso gli Ebrei la festa che commemorava la fine della schiavitù del popolo ebraico in Egitto. Per i cristiani, commemorazione della resurrezione di Cristo e la festa liturgica in cui tale avvenimento è solennemente celebrato (in genere con la iniziale maiuscola: Pasqua alta; Pasqua bassa, quando cade tardi o presto rispetto all'inizio dell'anno; fare, prendere la Pasqua, comunicarsi nel periodo pasquale secondo l'antico precetto della Chiesa; augurare la buona Pasqua, rivolgere a qualcuno l'augurio proprio del giorno di Pasqua; uova di Pasqua, quelle vere o di cioccolato che per tradizione si regalano e si mangiano durante tale festività. Per estensione, al pl., è talora usato per indicare avvenimenti storici accaduti nel periodo pasquale: pasque piemontesi, veronesi. Antiq. e popolare, qualsiasi festa religiosa di rilievo: Pasqua epifania, la festa dell'Epifania, Pasqua delle rose, la Pentecoste; Pasqua piccola, vedi pasquetta. Nelle loc. fig.: avere, venire la pasqua in domenica, quando qualche cosa va come si desidera; essere allegro, contento come una pasqua, contentissimo, felicissimo; dare la mala pasqua, dare il malaugurio, augurare a qualcuno una cattiva giornata, che l'allegria si tramuti in dolore e simili.

Religione

La Pasqua ebraica (Pesach) è una delle maggiori feste d'Israele, probabilmente risalente all'epoca nomade e celebrata come rito di passaggio all'epoca della transizione dalla steppa al terreno coltivato. In questo contesto l'offerta dell'agnello serviva probabilmente ad assicurare a uomini e animali un transito felice. Collegata con l'esodo dall'Egitto e storicizzata in questo contesto, la festività celebra la liberazione d'Israele dalla schiavitù, archetipo di tutte le liberazioni che Iddio opererà nei confronti del proprio popolo. I testi principali nell'Antico Testamento sono Esodo 12,1-14.43-50 (Documento sacerdotale) e 12,29-34.38-39 (Documento jahwistico). Le due tradizioni coincidono negli elementi essenziali della celebrazione e nel suo significato, oltre che nella data, il 14 di nîsān. La festività è collegata dai testi con quella degli azzimi, iniziante il 15 nîsān; tale collegamento non è necessariamente originario, ma sembra essere nato piuttosto dalla coincidenza cronologica delle due festività. § Per il cristianesimo è la prima, fondamentale festa dell'anno liturgico. In essa la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo, fondamento della fede cristiana. Per il Cristo è il passaggio, attraverso la sofferenza e la morte, alla gloria di Dio. Per i cristiani la Pasqua è il passaggio dal peccato alla vita nuova in Cristo, mediante il battesimo. Cristo è la Pasqua dei cristiani. Egli ha sigillato con il suo sangue la nuova ed eterna alleanza. Celebrando la morte e la risurrezione del Signore, la Chiesa non ricorda un avvenimento passato, ma lo rende presente soprattutto con i sacramenti dell'iniziazione cristiana, la Penitenza e l'Eucaristia. Le celebrazioni pasquali che hanno il loro culmine nel triduo pasquale del giovedì, venerdì e sabato santo e soprattutto nella veglia pasquale e nel giorno di Pasqua, sono preparate dalla Quaresima. La gioia della Pasqua si prolunga per 50 giorni, sette settimane, “come un solo giorno di festa e di letizia”, in cui la Chiesa vive nel ricordo del Signore risorto e dei sacramenti pasquali, e si conclude con la Pentecoste.

Religione: il computo della Pasqua

Motivo di contrasto tra l'Oriente e l'Occidente fu la questione se la Pasqua dovesse essere collocata in un giorno qualsiasi della settimana, secondo la festa ebraica, oppure sempre alla domenica. Secondo un decreto del Concilio di Nicea (325), la data della Pasqua è fissata nella prima domenica che segue la prima Luna piena dopo l'equinozio di primavera. A causa delle irregolarità nel moto della Luna, il calcolo matematico della data è estremamente difficoltoso e avviene tramite alcuni elementi, riportati sotto forma di tabelle, e precisamente: la lettera domenicale, l'epatta, l'indizione romana, il ciclo solare, il numero aureo. Nel calendario giuliano, impiegato tuttora in alcune Chiese di rito orientale, la determinazione della data della Pasqua richiede la conoscenza della lettera domenicale e del numero aureo; nel calendario gregoriano sono ancora usate la lettera domenicale e l'epatta. Il numero aureo, così detto perché scritto con caratteri aurei sugli antichi calendari ecclesiastici, risale alla riforma di Dionigi il Piccolo; sovrapponendo al ciclo solare annuale il ciclo metonico di 19 anni, ne consegue che ogni 19 anni, prescindendo da errori di computo, i fenomeni celesti solari e lunari devono ripetersi identicamente; il numero aureo indica la posizione dell'anno all'interno del ciclo metonico e, naturalmente, viene utilizzato solo nel calendario giuliano; l'origine del periodo viene scelta in modo che l'anno 1 dell'era cristiana abbia come numero aureo 2; il 1971 ha, per esempio, come numero aureo 15; il 1972, 16, e così via. Nel calendario gregoriano, l'epatta di un anno qualsiasi è l'età della Luna al 1º gennaio dell'anno stesso; convenendo di chiamare 0 il giorno in cui essa è nuova, l'epatta può variare tra 0 e 29. Nel calendario giuliano, epatta e numero aureo sono legati da una semplice relazione; nel calendario gregoriano, l'epatta è essenziale per il calcolo della Pasqua. Per quest'ultimo computo, si deve a K. F. Gauss una semplice formula ancora impiegata. Sia A l'anno per il quale si vuole calcolare la Pasqua e si indichino i resti delle divisioni: A : 19 con a, di A : 4 con b, di A : 7 con c, di (19 a+M) : 30 con d e infine di (2 b+4 c+6 d+N) : 7 con e; M e N hanno i valori forniti dalla tabella "Vedi la tabella a pagina 508 del XVI volume." : "Per la tabella vedi il lemma del 14° volume." allora Pasqua cadrà il giorno (22+d+e) di marzo, o, se questo supera 31, il giorno (d+e-9) di aprile.

Folclore

Nella ricca tematica di usanze fiorite attorno alla grande festività della Pasqua spicca la tradizione di mangiare l'agnello: ricorda il pranzo pasquale degli Ebrei, ma si riveste di nuovi significati, nei quali l'agnello è figura di Cristo, vittima innocente e immacolata, sacrificato a salute di molti. Le uova benedette invece ricordano che nei tempi passati erano proibite durante la Quaresima e ricomparivano sulla tavola solo a Pasqua assieme al salame, al capretto e all'agnello a significare che il tempo della penitenza era finito e a esso si sostituiva quello di una gioia sana e onesta. La colomba pasquale invece è un caso di “contaminazione”: essa infatti è il simbolo dello Spirito Santo e dovrebbe comparire sulla tavola a Pentecoste. A richiamo d'antichi riti purificatori, in Abruzzo il contadino metteva acqua benedetta nelle vivande; nel Salernitano i figli, il mattino di Pasqua, baciavano i piedi al padre chiedendo perdono delle loro mancanze; in Versilia le mogli dei marinai baciavano la terra; nel Forlivese, la vigilia di Pasqua si accendevano grandi falò (forza purificatrice del fuoco). Un po' dappertutto il periodo pasquale è tempo di grandi pulizie, simbolo del lindore dell'anima attraverso la confessione, secondo il precetto della Chiesa. Il lunedì di Pasqua la devozione popolare si manifesta in pellegrinaggi: i Napoletani, per esempio, si recano al santuario della Madonna dell'Arco, nella zona vesuviana, formando trenta gruppi di vattienti (che rievocano gli antichi “disciplinati”), che, a piedi scalzi, portano stendardi, sui quali sono appuntate le loro offerte; giunti in prossimità del santuario, fanno di corsa il tratto fino alla porta ed entrano per le loro devozioni. In più ampio arco d'orizzonte la Pasqua ebraica dura otto giorni, durante i quali ogni famiglia consuma l'agnello con erbe amare; con il suo sangue si è prima cosparso lo stipite della porta di casa, a memoria dello stesso atto nella prima Pasqua, quando aveva significato per gli Ebrei la salvezza dei loro primogeniti; in quei giorni si mangia solo pane azzimo e fra le altre offerte si deve consegnare al sacerdote anche un manipolo d'orzo. Il concetto del “sacrificio pasquale” rivive anche nella festa musulmana del Muḥarram, ricordo della crocifissione di due nipoti di Maometto, che si sacrificarono perché rinascesse fra i popoli musulmani la fede in Allāh. I due simboli della colomba e del fuoco ricompaiono il giorno di Pasqua nello scoppio del carro a Firenze: durante i riti della Resurrezione la colomba viene fatta partire dall'altare maggiore con un piccolo razzo e, correndo su di un filo, va a incendiare il carro; dove il simbolo è trasparente: purezza d'animo che esige la catarsi spirituale. Quanto resta della simbologia della forma purificatrice del fuoco è memoria di antichi riti eleusini; quasi dappertutto però il cristianesimo vi ha sostituito quello dell'acqua benedetta.