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pangermanésimo o pangermanismo

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Definizione

sm. [sec. XIX; da pan-+germanico]. Termine di origine polemica francese a denunzia dell'espansionismo della Germania di Bismarck e di Guglielmo II; con esso si indicano due fenomeni distinti: da un lato il programma politico-nazionale ottocentesco che mirava a costituire un solo Stato per tutte le genti germaniche, dall'altro l'insieme delle tendenze politiche autoritarie e imperialistiche fondate sull'idea di una proclamata superiorità biologica ed etnica del popolo tedesco.

Pangermanesimo patriottico

Sotto il primo aspetto, si definisce pangermanesimo il movimento patriottico unitario manifestatosi al Parlamento rivoluzionario di Francoforte del 1848, allorché alcuni delegati sostennero che il problema nazionale si dovesse risolvere attraverso un organismo statale che comprendesse tutti i territori abitati da Tedeschi, senza escludere neppure quelli compresi nell'ambito dell'Impero asburgico (partito “grande tedesco”, o Grossdeutsch) in contrasto con quanti (riuniti nel partito “piccolo tedesco”, o Kleindeutsch) rifiutavano simile intromissione per paura di preponderanze austriache e cattoliche e preferivano una Germania territorialmente più esigua, sottoposta all'egemonia prussiana.

Pangermanesimo nazionalistico e razzista

Nella seconda accezione del termine invece, per quanto le origini storiche e ideologiche immediate del pangermanesimo siano chiaramente individuabili nelle tesi razziali del periodo guglielmino, tuttavia conviene farle risalire al romanticismo e all'origine stessa dell'idea di nazione nel mondo germanico, caratterizzata da un netto prevalere delle componenti di tipo naturalistico-biologico su quelle volontaristiche spirituali. Così, mentre ancora con J. G. Herder, nella polemica contro il cosmopolitismo e il razionalismo dell'Aufklärung, ci si limitava a dare vita a una forma di forte nazionalismo esclusivamente culturale scoprendo il valore delle “individualità storiche” collettive (le nazioni), ognuna con propri caratteri distintivi da conservare inalterati (massime la lingua), ma tutte egualmente “sacre” e rispettabili perché la storia dell'umanità era il “corso di Dio attraverso le nazioni”, già con E. Moritz Arndt si cominciò a parlare dei Tedeschi come di un popolo che possiede “purezza di lingua” e “purezza di razza”; e J. G. Fichte, nel turbine delle guerre contro Napoleone, andava addirittura oltre l'idea della purezza etnica germanica di F. von Schlegel per vedere in quello tedesco un “popolo primordiale” (Ur-Volk) con una lingua primordiale (Ur-Sprache) destinato “metafisicamente” a divenire la guida del mondo, seguito in ciò da G. F. W. Hegel che parlava di “spirito del mondo” (Weltgeist) ormai incarnato nei Tedeschi. Ma la svolta verso un nazionalismo pangermanistico dichiaratamente razzista si ha col violento polemista F. L. Jahn che, nel suo fanatico odio contro l'occupazione francese e le continue scorrerie belliche napoleoniche in Germania, reagì elaborando la teoria del bene supremo del popolo tedesco, la “purezza biologica”, da conservare anche mediante una politica di assoluto isolamento mondiale. Ad aggravare gli aspetti negativi di simili posizioni teoriche contribuì il processo di unificazione nazionale attuato da Bismarck con una politica appoggiata all'autoritarismo degli ambienti di corte, del militarismo prussiano degli Junker e delle grandi concentrazioni industriali a sviluppo monopolistico. Si fecero sempre più pressanti i miti della potenza e della forza guerriera (magari mascherati da romantiche nostalgie dell'espansione medievale: spinta all'Est degli Ottoni, ordine teutonico) accompagnati al rifiuto dei principi del liberalismo e della democrazia moderna in nome di una concezione organica della società in cui i valori individuali scompaiono per lasciare spazio alla disciplina, al senso di gruppo legato da vincoli di sangue, alla nazione autonoma portatrice di principi etici, allo Stato (tedesco) che assorbe e sommerge completamente il cittadino per realizzare la propria missione civilizzatrice in una proiezione esterna di politica di forza, di conquista e di espansione territoriale. Sono tesi care tra gli altri al liberal-nazionale H. von Treitschke cui si deve lo slogan: “il Teutone, predatore nato, prende la proprietà dove la trova”. In tale clima politico e culturale ebbero largo seguito anche le dottrine pseudo-scientifiche del positivista francese J. A. di Gobineau e più tardi di H. S. Chamberlain. Bismarck non permise al pangermanesimo di disturbare i suoi piani politici improntati sì a ferreo autoritarismo, ma anche a un radicato senso di realismo politico tendente a conservare i nuovi rapporti di forza interstatali europei favorevoli al Reich tedesco. Quando però Bismarck abbandonò il cancellierato, il pangermanesimo, favorito dal Kaiser Guglielmo II, finì per organizzarsi anche politicamente nella Alldeutscher Verband (1894). A questa, che operava in Germania, si affiancarono le austriache Alldeutsche Vereinigung e Deutsch-Nationale Partei: eloquente premessa ai futuri programmi di Anschluss. Già alla fine del sec. XIX, assumeva così un valore quasi profetico l'epigramma del drammaturgo austriaco F. Grillparzer, il quale aveva stigmatizzato le esaltazioni irrazionali del nazionalismo, affermando che era fatale il passaggio “dall'Umanità alla Bestialità attraverso la Nazionalità” malintesa. Eppure, la tragica parabola del pangermanesimo non era ancora conclusa. Uscito sconfitto dalla prima guerra mondiale, si riaffacciò nella storia tedesca in modo ancora più aberrante fino a dar vita al nazionalsocialismo.

H. Rauschning, La rivoluzione del Nichilismo: apparenza e realtà del Terzo Reich, Milano, 1947; R. H. Thomas, Liberalism, Nationalism and the German Intellectuals, 1822-1847, Cambridge, 1952; F. Neurohr, Der Mythos vom Dritten Reich, Stoccarda, 1957; G. Mann, Deutsche Geschichte des 19 und 20. Jahrhunderts, Francoforte, 1958; H. Kohn, I Tedeschi, Milano, 1963; A. S. Jerusalimski, L'imperialismo tedesco nel sec. XX. Da Bismark a Hitler, Roma, 1967; R. Cecil, Il mito della razza nella Germania nazista, Milano, 1973.