puñjābī

agg. e sf. Lingua neoindiana del gruppo indoario centrale, scritta in alfabeto gurmukhī derivato da quello devanagarico, che la comunità religiosa dei Sikh ha diffuso anche al di fuori della regione del Punjab. È caratterizzata da toni musicali che servono anche a differenziare parole altrimenti omofone. Minor numero di parlanti e più scarso rilievo culturale ha la puñjābī occidentale, comunemente detta lahnda, che appartiene al gruppo indoario occidentale. § La letteratura puñjābī trovò una forma autonoma solo nel sec. XVI adottando come scrittura una forma abbreviata di devanāgāri, la gurmukhī. Si affermò, col consolidarsi della confessione Sikh, il cui profeta, Guru Nānak (1469-1539), scrisse anche inni di fede conservati, insieme a quelli di altri adepti, nell'Ādi Granth, il testo canonico del sikhismo. Risaltano i vara (versi eroici) di Bhai Gurudās (1558-ca. 1637) e le composizioni del sūfīBulhe Shan (1680-1758). Massimo esponente della poesia premoderna fu Waris Shan (1738-1798), autore del poema Hīr-Rānjhā. L'annessione (1848) del Punjab all'impero britannico segnò un momento di incertezza tra il richiamo della tradizione e l'attrazione verso i modelli occidentali. Solo grazie al poeta Bhai Vir Singh (1872-1956) la puñjābī ritrovò una dignità letteraria. Nel 1947 il Punjab, e con esso la sua letteratura, si scisse in due parti. In quella indiana figurano la poetessa Amrita Prītam (n. 1919), i poeti Mohan Singh (1905-1978) e Sukhbir (n. 1926), e i prosatori Nānak Singh (1897-1971) e Duggal (n. 1907).

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