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atticismo

sm. [sec. XVI; dal greco attikismós].

1) Forma peculiare dell'antico dialetto attico.

2) Tendenza stilistica del periodo ellenistico che si rifà alle forme dello stile attico classico. Il momento più tipico, in età augustea, è detto neoatticismo. Un atticismo di maniera è quello dell'epoca di Adriano.

3) Indirizzo oratorio e stilistico, sorto come reazione all'asianesimo e generalmente identificato con l'indirizzo della scuola di Alessandria che propugnava un ritorno alla purezza del dialetto attico e alla semplice eleganza dei grandi scrittori ateniesi, come Lisia e Senofonte. In grammatica, l'atticismo sosteneva l'analogia, ossia la regolarità. L'atticismo teorico è quello dei grammatici e retori puristi (tra cui Apollodoro di Pergamo, che fu maestro di Ottaviano, Cecilio di Calatte, Dionisio di Alicarnasso), che a partire dalla metà del sec. I a. C. si posero il problema di salvaguardare la genuinità del parlare greco con il richiamo alla purezza attica contro le mode innovatrici degli oratori asiatici. Nel campo più specifico dell'oratoria, l'atticismo nacque a Roma, in opposizione alla maniera asiatica di Ortensio Ortalo e in polemica con lo stesso Cicerone che ai suoi avversari appariva un asiatico. I maggiori esponenti dell'atticismo erano Giunio Bruto e Licinio Calvo, che guidavano un movimento di giovani, stanchi di un'oratoria tanto enfatica e musicale quanto povera di contenuto, e si facevano paladini di un ideale di semplicità, di uno stile chiaro e piano, di un argomentare fondato non sul sentimento, ma sui fatti e sulla ragione: ideale affermato fin dagli Scipioni e dagli uomini della loro cerchia. Loro modelli erano Lisia e Catone il Vecchio. L'atticismo ebbe maggior fortuna dell'opposta tendenza asiatica e col sec. II d. C. trovò nel movimento arcaizzante e neopurista di Frontone, ammiratore così dei primi oratori attici come di Catone, le sue ultime ramificazioni. § Per estensione, il termine ha assunto in quest'ultima accezione il significato di grazia ed essenzialità di linguaggio; anche in senso negativo, eccessivo preziosismo dovuto ad artefatta e dissimulata semplicità di espressione.

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