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pulp

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Lessico

s. inglese usato in italiano come sm. e agg. (propr. polpa). Termine utilizzato negli anni Trenta per identificare la vasta fioritura di riviste americane dedicate a racconti gialli, polizieschi o fantascientifici (pulp magazine). Il termine pulp è tornato prepotentemente di moda anche in Europa nel 1994 dopo il grande successo di Pulp Fiction, film di Quentin Tarantino, per denominare un genere letterario e cinematografico caratterizzato da immagini particolarmente crude e sanguinarie.

Letteratura

La seconda metà degli anni Novanta del sec. XX ha visto l'affermarsi del pulp in Italia. Ai giovani scrittori di storie sanguinarie è stata infatti dedicata la parte più rilevante e accesa delle discussioni tra addetti ai lavori che ha dominato sulle pagine di quotidiani e riviste, finendo per mettere in luce un fenomeno almeno quantitativamente significativo. Dopo almeno un decennio di dissennata ricerca di autori giovani, finalmente – se così si può dire – gli editori sono riusciti a dare corpo (e pagina) a un movimento abbastanza univoco e quindi capace anche di conquistare il palcoscenico dei distratti media. Si è parlato però molto più del fenomeno in sé che della valenza letteraria degli autori che gli hanno dato vita, sottolineando piuttosto i connotati sociologici – e antropologici – di questi scrittori. Si è molto spesso ricordato che il pulp è il frutto più evidente della caduta del Muro di Berlino, perseguito da giovani che non hanno mai conosciuto le ideologie e quindi senza solidi principi politici, allo sbaraglio nella società dei puri consumi. Ma il fenomeno non è soltanto italiano, e anzi in Italia è stato importato senza sostanziali modifiche dagli Stati Uniti dove, verso l'inizio degli anni Novanta, il compatto universo “reaganiano” ha iniziato a dissolversi nel sangue. Il sangue è infatti l'ingrediente principale del pulp, consacrato definitivamente a genere dal film di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994), anche se lo stesso regista aveva già realizzato Le iene, pellicola altrettanto pulp. Un genere, per lo più poliziesco, in cui negli anni Trenta e Quaranta si erano cimentati scrittori del calibro di R. Chandler e D. Hammet. Del resto questo filone, di cui Q. Tarantino è divenuto regista-simbolo, si basa su una sorta di rimasticatura di alcuni generi di mediocre livello a partire dal noir e dal thriller, per dare vita però a una mistura che ha il suo ingrediente principale nel grottesco. Gli autori pulp si muovono con spudorata leggerezza nel loro raffazzonato universo culturale di riferimento che mette insieme cinema, letteratura, fumetto, musica per poi riaffogare tutto in una sordida violenza senza giustificazioni. I personaggi di questo genere sono sempre immersi in vicende assolutamente quotidiane, banali, futili e il pulp nasce dal contrasto tra questo aspetto e la forza di quello che questi stessi personaggi fanno: assassini, stupri, torture. Bisogna però fare le necessarie distinzioni. Per limitare l'analisi all'Italia è vero che alcuni di questi autori – come N. Ammaniti, G. Caliceti o E. Brizzi – non meritano particolare attenzione dal punto di vista della critica stilistica. Lo scopo dei loro libri – da Fango (1996) a Fonderia Italghisa (1996) a Bastogne (1997) – sembra in primo luogo quello di conquistare una fetta di pubblico, il più consistente possibile, attraverso una letteratura sostanzialmente di genere che abdica di fronte alla ricerca letteraria per concentrarsi sulla pretesa originalità della vicenda narrata. Diverso è invece il caso di scrittori come A. Nove, I. Santacroce, T. Scarpa. A loro va infatti riconosciuto il merito di non ignorare le peculiarità del mezzo che hanno scelto per esprimersi. Sono pertanto i loro libri – Woobinda (1995), Destroy (1997), Occhi sulla graticola (1996) – quelli con cui il critico, e quindi il lettore, deve confrontarsi per esprimere un giudizio sulla nuova narrativa italiana pulp. Un giudizio che non può che essere in massima parte positivo per la prorompenza ritmica, linguistica e anche per la capacità di dare dignità letteraria a fenomeni considerati per troppo tempo di secondo piano, come i fumetti, la musica pop, la pubblicità, la TV. Spesso però sono proprio questi autori a essere ignorati dai critici e dagli editori interessati più al clamore dell'evento che alla sostanza di quello che accade in campo letterario. Indicativa di questa generale confusione è l'antologia Gioventù cannibale (1996), ovvero “la prima antologia italiana dell'orrore estremo”, come la definisce il curatore Daniele Brolli. Gli undici autori qui presenti – da Ammaniti con L. Brancaccio, a Nove, M. Governi, P. Caredda, S. Massaron, M. Galiazzo, A. Teodorani, A. G. Pinketts, fino a un improbabile Daniele Luttazzi – sono stati messi assieme senza un particolare criterio stilistico o semplicemente anagrafico. A loro è stato probabilmente richiesto di essere sufficientemente “orrendi” da poter essere definiti “cannibali”, quasi che l'etichetta fosse stata confezionata prima ancora del libro.

Cinema

Nella nuova e più allargata accezione, pulp finisce per identificare, all'interno del cinema americano soprattutto indipendente, un tipo di film violento e sanguinario, che attenua l'evidente amoralità con humour nero e divagazioni surreali. Al genere appartengono, prima di tutto, i film diretti (Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown), codiretti (Four rooms) o sceneggiati (Una vita al massimo, Natural Born Killers) da Tarantino. Alla lista vanno poi aggiunti, con qualche distinguo, gli esplicitamente “tarantiniani” Kalifornia (1993) di Dominic Sena e Doom generation (1995) di G. Araki; i film di maestri o allievi di Tarantino come J. Woo (The Killer) e Robert Rodriguez (Dal tramonto all’alba), e perfino noir come Seven (1995) di D. Fincher o classici rivisitati come Riccardo III (1996) di Richard Loncraine. Sul versante fantascientifico possono essere considerati pulp, sia Independence Day (1996), forse non volontariamente, sia Mars Attacks! (1997), certo volontariamente conoscendo la passione per la narrativa minore di T. Burton.