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stratificazióne

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Definizione

sf. [sec. XIX; da stratificare]. Atto ed effetto dello stratificare e dello stratificarsi; fig., accumulazione progressiva nel tempo: stratificazioni storiche. In particolare, in ecologia, distribuzione spaziale verticale dei singoli componenti di un ecosistema sotto l'influsso di uno o più fattori ambientali biotici o abiotici. per esempio, nelle comunità di foresta, la stratificazione è in correlazione principalmente (ma non in modo esclusivo) con il fattore luce: si distinguono infatti, oltre allo strato arboreo, uno arbustivo, uno erbaceo, uno muscinale, nonché vari strati a epifite; esistono altri fattori chimico-fisici che concorrono a tale stratificazione (umidità, temperatura, concentrazione di ossigeno e di CO₂ ecc.).

Geologia

Struttura fondamentale delle rocce sedimentarie costituita da una successione verticale di strati tra loro separati da superfici fisiche di discontinuità, dette piani o giunti di stratificazione. Le principali cause della stratificazione sono: variazioni del materiale sedimentario dovute a cambiamenti climatici periodici o casuali e a cambiamenti litologici della roccia da cui deriva il sedimento; variazioni della velocità di sedimentazione e quindi della capacità di trasporto e di selezione delle correnti; variazioni tra velocità di sedimentazione e velocità di subsidenza; erosione subaerea o subacquea del materiale già deposto. All'interno degli strati possono talvolta essere riconosciute ulteriori variazioni della sedimentazione; queste producono sottili laminazioni, cioè straterelli spessi non più di 1 mm, la cui disposizione e costituzione determinano particolari strutture interne di strato (laminazione incrociata, gradata ecc.). Analogamente, in certe condizioni di ambiente si formano caratteristiche strutture anche nei piani di stratificazione (ripple-marks, flute-casts ecc.) che, come le laminazioni, possono fornire sicure indicazioni sugli ambienti e sulla velocità e direzione degli agenti di trasporto.

Sociologia

In analogia con il linguaggio naturalistico, la stratificazione designa una sequenza sovrapposta e gerarchicamente ordinata di strati sociali, secondo il modello originariamente proposto da P. Sorokin. Questi assetti sociali, tuttavia, non derivando da fattori fisici o biologici, ma dall'azione di precisi sistemi di diseguaglianza, richiedono ai sociologi un'analisi storicamente verificabile del loro prodursi e preservarsi. Da questo punto di vista, i principali fattori determinanti le diseguaglianze nelle comunità umane – pur variando notevolmente la loro incidenza sulla stratificazione nel tempo e nello spazio – sono il reddito, la ricchezza, il potere, il prestigio, ma anche l'età, l'appartenenza etnica o religiosa. I vari gruppi definiti dal possesso di questi attributi tendono a conformarsi a stili di vita e modelli di comportamento relativamente omogenei e, comunque, distintivi dell'identità dello strato di appartenenza. Le caste, tipiche delle società tradizionali – definite per nascita e che non consentono mobilità da uno strato all'altro –, gli ordini (professionali o di ceto e simili) e le classi, sono tre possibili espressioni della stratificazione sociale, che permette però numerose varianti tipologiche. Esse dipendono in larga misura dal grado di mobilità che il sistema sociale consente e dalle caratteristiche di ogni singola formazione sociale. In alcuni casi, infatti, esistono linee parallele di stratificazione – le gerarchie di prestigio non coincidono con quelle prodotte dalla ricchezza – e risulta più difficile definire un profilo strutturale della stratificazione stessa. In altri, le linee di demarcazione risultano labili e precarie, come nelle società a elevata mobilità. Negli anni Sessanta, W. Warner ha proposto un criterio di stratificazione tendenzialmente universale, fondato sui gruppi di status e articolato in cinque o sei aggregati. In generale, gli studiosi americani – inclini all'ideologia della società senza classi e delle pari opportunità – sono meno propensi di quelli europei a riconoscere alla stratificazione solide radici socioeconomiche e a valorizzare l'influenza dei privilegi d'origine (nascita, ricchezza). I teorici funzionalisti – a cominciare da K. Davis e W. E. Moore – hanno interpretato la stratificazione come l'esito inevitabile del bisogno di ogni società di fissare per i propri membri una collocazione funzionale alle esigenze del sistema sociale. L'esistenza di una stratificazione sociale incentiverebbe, perciò, gli individui a sviluppare al massimo le proprie risorse. T. Parsons ha esasperato questa prospettiva, sostenendo che nelle società industriali la spinta al successo ha reso quasi del tutto ininfluenti i privilegi ereditari. Dal suo punto di vista di massimo teorico dell'integrazione sociale e di critico delle teorie del conflitto, le società sviluppate possiederebbero una sorta di naturale attitudine ad armonizzare funzioni ricoperte e collocazione sociale assegnata all'individuo. L'acceso dibattito sviluppatosi soprattutto negli anni Sessanta sulla lettura funzionalista della stratificazione si è incentrato sul carattere circolare del modello funzionalistico (la funzionalità sociale di una mansione occupazionale di prestigio e ben retribuita, alla fine, deriva dalla constatazione che quel lavoro è prestigioso e remunerativo), sulla sottovalutazione del conflitto e del potere nelle dinamiche di stratificazione, nonché dei persistenti fattori di privilegio che condizionano la competizione sociale e sul presunto consenso di cui godrebbe l'ideologia della stratificazione. Queste critiche hanno conosciuto sviluppi radicali con i movimenti di contestazione degli anni Sessanta e Settanta.