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Microeconomia

La legge dell'utilità marginale decrescente

Utilità è un concetto dell'economia ottocentesca di cui però non si riesce a fare completamente a meno. Si può definire semplicemente: la capacità di un bene a soddisfare un bisogno. È il concetto alla base della teoria soggettivistica del valore.elaborata dagli economisti neoclassici o marginalisti, in particolare Jevons (1871), Menger (1871) e Walras (1874). Ma il punto chiave della teoria è la distinzione tra l'utilità totale di un bene e l'utilità marginale ossia l'incremento di utilità totale associato al consumo di una unità aggiuntiva di prodotto.

Poiché l'utilità di ogni successiva unità di consumo è via via minore (legge dell'utilità marginale decrescente), il valore di un bene non è rappresentato tanto dal valore d'uso dello stesso (utilità totale) quanto dal suo valore di scambio (utilità marginale) il quale dipende dai gusti del consumatore e dalla scarsità del bene stesso. Un bene abbondantemente e liberamente disponibile consente cioè al consumatore di giungere al proprio livello di sazietà, in corrispondenza del quale l'utilità marginale per ogni ulteriore porzione di bene è ridottissima e pertanto ridottissimo (se non nullo) ne sarà il prezzo. Il valore di ciascun bene diventa quindi soggettivo in quanto soggettive sono le valutazioni in termini di utilità svolte da ogni individuo.

Rimangono due fondamentali problemi riguardo l'interpretazione dell'utilità. Innanzitutto se sia una grandezza cardinale o ordinale. Di conseguenza, se sia lecito procedere a confronti interpersonali di utilità.

I primi autori neoclassici, tra cui oltre quelli già citati ricordiamo A. Marshall e, in seguito, A.C. Pigou, hanno inteso l'utilità in senso cardinale (Jevons parlava di “quantità di utilità”) e di conseguenza accettavano l'idea di confrontare “l'ammontare di soddisfazione” fra individui differenti. Il consumatore razionale deve massimizzare il proprio ammontare di utilità, la cui misura può essere sommata a quella di tutti gli altri così da giungere alla misura totale di utilità della società. Su questo concetto si basa la teoria utilitarista dell'economia del benessere.

La critica al concetto cardinalista parte dalla constatazione che non essendo l'utilità una proprietà fisica dei beni non può essere sottoposta a una oggettiva misurazione. Tanto più che, come per primo fa notare V. Pareto, oltre ad essere concettualmente inaccettabile, l'interpretazione cardinalista non è neppure necessaria al fine di strutturare una solida teoria del consumo. È sufficiente infatti richiedere che ciascun individuo, piuttosto che misurare l'utilità delle alternative di consumo sia in grado, in base ad essa, di ordinarle, vale a dire di esprimere giudizi di preferenza o indifferenza fra di esse . La rappresentazione della funzione di utilità ordinale è affidata poi alle curve di indifferenza le quali consentono esclusivamente un confronto ordinale delle preferenze fra consumatori. Questo ha come conseguenza lo svilupparsi di una Nuova Economia del Benessere in cui il concetto cardinalista di benessere sociale viene sostituito con la nozione di ottimo sociale inteso come allocazione pareto-ottimale delle risorse.

L'approccio ordinalista dunque, cui contribuirono coi propri lavori Slutsky (1915), Fisher (1930), J. Hicks-G. Allen (1934), ha consentito alla teoria del consumo di spostarsi dal terreno instabile dell'utilitarismo edonistico a quello più generale e verificabile del comportamento operativo degli agenti.

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