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La filosofia medievale

Giovanni Duns Scoto

Il francescano Duns Scoto (circa 1265-1308) insegna teologia nelle università di Oxford e di Parigi e nello studio teologico francescano di Colonia. Le sue opere più importanti sono l'Opus oxoniense (denominato anche Ordinatio Scoti) e i Reportata parisiensia; significativi sono anche il trattato De primo principio e il Quodlibet.

Rivelazione e filosofia

Discostandosi dalla tesi di Tommaso d'Aquino, che ritiene la teologia una scienza rigorosa, Duns Scoto distingue la teologia in sé, ossia la conoscenza dei caratteri peculiari dell'essenza divina propria solo dell'intelletto di Dio, e la teologia nostra, che si avvale delle notizie fornite dalla rivelazione e non dispone della conoscenza diretta dell'essenza divina.

La metafisica possiede un ambito distinto dalla teologia; essa studia la realtà attraverso il filtro delle categorie ontologiche, rispettando le quattro condizioni della piena scientificità: si tratta di una conoscenza certa, relativa a un oggetto necessario, le cui conclusioni godono di evidenza e sono ottenute per via di argomentazione sillogistica. Il concetto di ente infinito è la nozione più perfetta che il metafisico può raggiungere nell'analisi dell'ente; l'infinità esprime invece la più alta perfezione di Dio che il teologo può formarsi in base alla rivelazione, non essendo possibile all'intelletto cogliere direttamente le perfezioni divine.

Duns Scoto ritiene quindi che la dimostrazione dell'esistenza di Dio debba consistere nella dimostrazione dell'esistenza in atto dell'ente infinito, secondo un percorso che fonde in sé istanze a posteriori e istanze a priori. L'analisi della causalità degli enti finiti, oggetto di esperienza, porta all'ammissione della possibilità di una causa efficiente prima, di una causa finale suprema e di un ente perfettissimo. Queste perfezioni risultano convergenti, sino a coincidere con l'infinità, in cui sono comprese tanto le perfezioni attuali, quanto quelle possibili. A questo punto Duns Scoto riprende l'istanza a priori: se un ente infinito primo è possibile, deve esistere necessariamente nella realtà; se non esistesse, dovrebbe dipendere da altro per esistere, e non sarebbe perciò né l'ente primo, né l'ente infinito.

L'individuazione e la volontà

La conoscenza intellettiva dell'uomo si esplica mediante i concetti universali; l'intelletto dispone tuttavia anche di una conoscenza intuitiva del particolare. Il passaggio dalla natura universale specifica a quella individuale avviene attraverso una perfezione della forma, che rende la natura universale "questa" forma particolare, denominata "ecceità". Intelletto e volontà, che sono le potenze dell'anima, si distinguono, poiché la volontà è autonoma nei confronti dell'intelletto, anche se non al punto da poter decidere della moralità degli atti senza un continuo confronto con la valutazione dell'intelletto (volontarismo).

Riepilogando

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