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La filosofia moderna

La critica a Hegel e a Feuerbach

Karl Marx (Treviri 1818 - Londra 1883) consegue il dottorato in filosofia a Jena e si lega agli esponenti della sinistra hegeliana. Dal 1842 al 1844 si dedica all'attività pubblicistica, va in esilio a Parigi, dove incontra personaggi importanti del socialismo francese e inizia la collaborazione intellettuale con Engels, con il quale pubblica nel febbraio 1848 il Manifesto del Partito Comunista e partecipa ai moti rivoluzionari del 1848. Nel 1849 si trasferisce a Londra e, grazie all'aiuto finanziario di Engels, può dedicarsi per circa un decennio quasi esclusivamente allo studio e alla redazione della sua opera maggiore, Il capitale (nel 1867 pubblica il I vol.). Ritorna all'attività politica promuovendo la fondazione della Prima Internazionale socialista (1864). Con la Critica al programma di Gotha (1875) si schiera contro il riformismo della socialdemocrazia tedesca.

La formazione filosofica di Marx è segnata soprattutto da Hegel e da Feuerbach. Il primo è sottoposto a un'analisi serrata nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (probabilmente 1841-43, ma pubblicata postuma nel 1927), nella quale, insieme alla denuncia della pretesa subordinazione della "società civile" allo "Stato politico", si smaschera l'errore logico che ha portato Hegel a spiegare la realtà particolare deducendola da un principio assoluto, considerando oggetto del sapere non i fatti e gli individui concreti, ma le categorie e i principi astratti. Se l'insistenza sul principio "positivo" dell'esperienza e la rivendicazione di una dialettica del concreto evidenziano l'influsso di Feuerbach sulla critica antidealistica di Marx, bisogna precisare che Marx considera l'essere individuale, contrapposto all'astratta idea hegeliana, sempre nella relazione sociale. Così riprende da Feuerbach il concetto di alienazione religiosa e lo interpreta come conseguenza di una alienazione più ampia nella società e nello stato.

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 (editi nel 1927) Marx individua la radice di ogni "autoestraneazione umana" nell'effettiva contraddizione storico-sociale tra le classi e interpreta la divisione della società in classi antagoniste come il risultato di una divisione diseguale del lavoro. L'individualismo capitalistico-borghese e la proprietà privata sono, perciò, la "conseguenza necessaria" dell'"alienazione" del lavoro dell'operaio, che si vede espropriato sia dei prodotti da lui realizzati, sia della possibilità di determinare la propria attività. Invece il lavoro dovrebbe essere espressione dell'"attività libera e consapevole" di ogni essere umano in un contesto di appartenenza sociale e quindi realizzare la sintesi tra i fini individuali e quelli collettivi della specie. Questa condizione di lavoro può essere conseguita solo nella società comunista, che si prefigge anche la piena integrazione di uomo e natura, sebbene in realtà Marx, avverso a ogni forma di costruzione utopica, non la descriva dettagliatamente in nessuna sua opera.

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