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Le risorse naturali

Inquinamento, una storia vecchia

Foreste di alberi secolari abbattute nel giro di pochi anni; gigantesche ville costruite nelle insenature più belle, proprio in riva al mare; fiumi e laghi inquinati dalle deiezioni di animali allevati in scarse condizioni igieniche. Cronaca d'oggi? No: queste notizie risalgono a oltre duemila anni fa. Sono testimonianze dei grandi autori classici. Platone, per esempio, si lamentava per l'erosione delle montagne dell'Attica, mentre Plinio il Vecchio metteva in guardia dai pericoli provocati dall'eccessivo sfruttamento delle miniere: per ottenere i metalli, diceva, si infliggevano grandi ferite alla terra, e si deviavano i fiumi. "Greci e romani non rispettavano le risorse naturali: i boschi, per esempio, erano di proprietà di tutti, e si potevano tagliare senza particolari limiti. In effetti la deforestazione sregolata era il problema più grave dell'antichità: il legno era il materiale principale per riscaldarsi, cucinare, costruire, e soprattutto per fare la guerra. La richiesta di legname, per costruire le grandi navi impiegate nelle battaglie, era molto elevata: su ogni triremi greca trovavano posto 170 rematori e ciascuno di loro aveva bisogno, come remo, del tronco di una giovane pianta, dritto e robusto. In certi periodi Atene poteva utilizzare fino a 300 navi, il che significava che per dotarle dei remi era necessaria un'ecatombe di 51 mila alberi", spiega Oddone Longo, docente di letteratura greca all'università di Padova. "Si pensa spesso all'antichità come a un epoca in cui gli uomini erano in perfetta armonia con la natura, ma non è così. Solo le società che si basavano sulla caccia e sulla raccolta di erbe e frutti, simili a quelle che sopravvivono ancora nelle aree più isolate del pianeta, non hanno danneggiato l'ambiente. In realtà appena l'uomo abbandonò il nomadismo, per creare civiltà sedentarie, la natura venne subito messa a dura prova. Un effetto tipico? L'omogenizzazione: nei pressi dei villaggi animali e piante si riducono a poche specie, sempre le stesse, e la varietà che c'era prima viene persa per sempre", dice Eleonora Fiorani, filosofo, studiosa dei rapporti tra società e risorse naturali. E allora, quando l'uomo ha iniziato a incidere pesantemente sull'equilibrio del pianeta? Circa 10 mila anni fa, nel neolitico. A quel tempo al mondo c'erano appena quattro milioni di persone. Con la diffusione dell'agricoltura però la popolazione iniziò a crescere, raddoppiando ogni mille anni circa. "Un caso tipico di devastazione ambientale, dovuto a quel tipo di sovrappopolazione, è quello della città di Tharros, una metropoli fenicia i cui resti sono ancora visibili nei pressi di San Giovanni di Sinis, Oristano. Nell'800 a.C., quando venne fondata, tutta la zona era coperta da un denso bosco di ontani, querce da sughero, bosso e lentisco.

Adesso, nella regione del Sinis, sono rimaste solo dune di sabbia e steppe. Cosa è successo? Gli abitanti di Tharros avevano esaurito le risorse intorno alla città. La popolazione continuava però ad aumentare: nuovi immigrati arrivavano dal Nord Africa (la regione da cui provenivano i fondatori) e pensavano di poter sfruttare il nuovo ambiente con le stesse tecniche che utilizzavano a casa loro. Intorno al Mille, poi, la città venne abbandonata. Troppe capre e pecore, e un'agricoltura intensiva, avevano fatto crollare gli ecosistemi del Sinis: le dune risalirono sempre più all'interno e la sabbia ricoprì tutto", dice Francesco Fedele, docente di paleoantropologia a Napoli. Nel passato si sono verificati anche casi di vero e proprio inquinamento.

Nel Medioevo per esempio le attività artigianali ebbero un grande incremento e concerie, fonderie, vetrerie producevano fumi, odori, sostanze tossiche, e avvelenavano aria e acqua. Eppure già nel 500 a.C. la percentuale di piombo contenuta nell'atmosfera era più alta che nel Medioevo. Come mai? I romani estraevano ogni anno 80 mila tonnellate di questo metallo e circa 400 finivano nell'aria durante lo scavo nelle miniere a cielo aperto.

Come si scoprono i guasti del passato? Studiando il ghiaccio, soprattutto. "La calotta antartica ha registrato ogni traccia di inquinamento, anche se questo risale a diverse migliaia di anni fa. La neve che è caduta nel corso dei secoli si è infatti depositata, strato su strato. Possiamo prelevarla con il sistema del «carotaggio» (cioè estraendo campioni in profondità), datarla e analizzare la composizione dell'aria rimasta intrappolata nei cristalli di ghiaccio. In questo modo otteniamo informazioni sull'antica atmosfera della Terra, e sulle sostanze che si trovavano nell'aria", dice Paolo Cescon, responsabile del progetto contaminazione ambientale in Antartide. "Un'indagine sui pollini, effettuata sul sedimento di un antico bacino, può invece raccontarci qualcosa della vegetazione che cresceva in passato in una regione", dice Maria Folieri, paleobotanica. Ogni grammo di terreno può infatti contenere da 100 a un milione di granuli di polline. Più ce ne sono, più fitto (e quindi in buona salute) era il bosco: con questa tecnica si può delineare la storia di una regione, risalendo fino a 250 mila anni fa.

(A. Serra, Inquinamento, una storia vecchia, in "Focus", agosto 1995, pp. 114-116)

 

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