Lessico

sm. [da secessione]. Tendenza ad attuare una secessione. Nel suo significato storico-politico, il secessionismo è apparentato al separatismo(di cui spesso l'atto della secessione è l'esito) e si distingue invece dall'autonomismo, che ne può talora rappresentare una premessa ma che, limitandosi a rivendicare soltanto autonomie amministrative, linguistiche, religiose ecc. non distruttive dell'unità statale preesistente, non si caratterizza per gli obiettivi indipendentistici tipici invece dei movimenti separatisti.

Storia: l'antichità

Il secessionismo è presente fin dall'antichità; ne sono un esempio le forme di rivolta con cui, in età repubblicana, la plebe di Roma non ancora integrata nello stato gentilizio si ritirò sull'Aventino (o Monte Sacro) minacciando di distaccarsi dal corpo dello Stato dominato dai patrizi e di costituirsi in comunità separata. Di queste secessioni se ne ricordano tre: una del 494 a. C., quando la plebe si accampò sul Monte Sacro e fu ricondotta in città grazie al celebre apologo di Menenio Agrippa; una seconda nel 449 a. C., con il ritiro sull'Aventino; e una terza nel 287 a. C. sul Gianicolo, conclusasi con l'approvazione della lex hortensia che sancì la piena validità delle decisioni prese nei comizi tributi (plebis scita).

Storia: il Settecento e l'Ottocento

Effettive tendenze secessioniste organizzate nacquero in reazione all'affermarsi dello Stato moderno burocraticamente accentrato e territorialmente unitario, le cui frontiere non coincisero quasi mai con la carta delle nazionalità etnico-culturali e anzi spesso inglobarono sotto un'unica autorità politica comunità diverse per tradizione, lingua, religione o interessi economici. Movimenti secessionisti sorsero soprattutto laddove un unico gruppo nazionale accentrava nelle sue mani le leve del potere, subordinando gli altri, e quando l'organizzazione statale si caratterizzava per un eccessivo centralismo o per essere un'unione sovranazionale che mortificava le singole identità etniche, culturali, religiose ecc. Il fenomeno ha pertanto acquistato piena rilevanza tra la fine del Settecento e l'Ottocento, collegandosi alle diffuse aspirazioni all'indipendenza nazionale, e poi nel corso del Novecento allorché, nel contesto della degenerazione nazionalistica dell'originaria idea di nazione, è divenuto frequentemente espressione di chiusure localistiche difficilmente ricomponibili nell'ambito delle preesistenti strutture statali. In contrasto con la supremazia transnazionale dei grandi imperi, autentiche spinte secessioniste si manifestarono così nei territori dominati dalla potenza ottomana (nella penisola balcanica, nel Medio Oriente e in Africa settentrionale, sovente per impulso del panislamismo e del panarabismo) e nell'impero austriaco (in Polonia, nel Lombardo-Veneto durante il Risorgimento italiano, in Ungheria e tra le popolazioni boeme, slovene e croate). Opposto il caso della guerra di Secessione nordamericana (1861-1865), il cui risultato fu di concludere il processo, iniziato con la nascita degli Stati Uniti nel 1787, di costruzione dello Stato federale, entro cui trovarono sistemazione sia le diverse vocazioni economiche degli Stati membri, sia le molteplici realtà nazionali ed etnico-linguistiche che componevano e tuttora compongono il Paese. Inquietudini secessioniste si manifestarono invece nell'Italia postrisorgimentale, soprattutto in Sicilia, già permeata da questa tradizione sin dall'età borbonica.

Storia: la prima metà del Novecento

Non sopiti del tutto né dalla classe dirigente liberale né dal regime fascista, fermenti secessionisti esplosero in Sicilia tra la fine della seconda guerra mondiale e l'immediato dopoguerra, quando ad opera di C. Canepa (caduto a Randazzo in un conflitto con le forze dell'ordine) nacque l'EVIS (Esercito Volontari Indipendentisti Siciliani), alimentando poi per qualche tempo le gesta del fuorilegge S. Giuliano. Espressione delle classi dirigenti locali estromesse dal fascismo, il separatismo siciliano fu solo il più appariscente dei fenomeni analoghi verificatisi allora in altre zone nevralgiche del Paese (Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia), in buona parte derivanti da forze endogene e minoranze etniche talora irretite da lusinghe provenienti da oltre confine (particolarmente evidenti nelle pur circoscritte aspirazioni di annessione alla Francia coltivate in Valle d'Aosta e in quelle filoaustriache altoatesine). Tali eventi furono comunque pressoché immediatamente riassorbiti dalla concessione di speciali statuti d'autonomia alle regioni che ne erano interessate, anche se notevoli ritardi si ebbero in Friuli-Venezia Giulia per i difficili rapporti italo-iugoslavi e sebbene il separatismo sudtirolese abbia a lungo rappresentato un problema di difficile soluzione. § In altri Paesi europei le lotte secessioniste ebbero esiti diversi: nel 1949 l'Irlanda ottenne la separazione dalla Gran Bretagna a conclusione di un plurisecolare conflitto tanto religioso (tra cattolicesimo irlandese e protestantesimo inglese) quanto economico, che tuttavia lasciava un sanguinoso strascico ancora in corso nella zona settentrionale dell'isola rimasta sotto il controllo britannico. § Irrisolto rimase anche il violento contrasto tra lo Stato spagnolo e il secessionismo delle province basche, giunto, al pari di quello catalano, a particolare esasperazione durante la guerra civile spagnola (1936-39), ma soffocato dalla successiva dittatura del generale Francisco Franco.

Storia: la seconda metà del Novecento e il XXI secolo

Nella seconda metà del XX secolo il secessionismo è tornato alla ribalta pressoché ovunque nel mondo, intrecciandosi, alle soglie del nuovo millennio, con la fine dei regimi comunisti filosovietici, con il marcato depotenziamento del ruolo dello Stato-nazione e con l'accelerazione dei processi di integrazione economica planetaria, dei quali costituisce spesso una reazione. § Effetti dirompenti ha prodotto il secessionismo nazionalistico, etnico e religioso che ha afflitto i Paesi ex comunisti dell'Europa orientale e balcanica; tra questi un valore paradigmatico ha assunto il caso della Iugoslavia, in pochi anni disgregata dal neonazionalismo della Serbia, della Croazia, della Bosnia, del Montenegro e dell'etnia albanese del Kosovo E se talora si è evitato che le tendenze secessioniste suscitassero nuove guerre o pericolosi scollamenti del tessuto sociale, come nella Bulgaria postcomunista che ha riconosciuto l'indipendenza della Macedonia, a lungo controversa, e consentito la piena partecipazione della minoranza turca alla vita politica, in altri casi il crollo dell'Unione Sovietica e dei governi comunisti nei Paesi in passato suoi satelliti ha innescato più o meno violente contese secessioniste sia nell'area baltica (come in Moldavia, con i separatisti russofoni), sia in quella caucasica, dove le rivendicazioni indipendentistiche della Cecenia, del Dagestan, degli Osseti del Sud, degli Abcasi e di altre regioni (come l'Adzaristan e il Samtskhe-Djavakhei) si sono intrecciate con i movimenti d'opposizione islamica e con i conflitti religiosi. § Simili i casi dei secessionismi esplosi nelle Filippine e soprattutto in Indonesia, dove gli scontri tra cristiani ed islamici hanno condotto il Paese sull'orlo della disgregazione infiammando gli impeti separatisti presenti nel Kalimantan, nelle Molucche, nella provincia di Irian Jaya e nelle isole di Aceh, Ambon e Timor Est (che nel 1999 ha votato la secessione dall'Indonesia). § Non diversa da quella delle Filippine è la situazione della frammentata nebulosa delle piccole isole-nazione dell'Oceania, come le Figi, le Salomone e la Papua Nuova Guinea, agitate da identiche rivolte armate e tensioni etnico-religiose. § Anche l'area della penisola indiana è stata investita da movimenti e lotte secessioniste: dal Bangladesh, dove gli indipendentisti jhum del Chittagong Hill Tracts rivendicano la loro autonomia fin dagli anni Settanta del XX secolo, allo Sri Lanka, tormentato dalla guerra civile provocata dall'indipendentismo del Tamil Eleam, fino all'India, nella quale accanto a forme di regionalismo miranti alla creazione di nuovi Stati si sono manifestati vistosi fenomeni di secessionismo armato nel Punjab, nei territori del nord-est (Assam, Nagaland, Manipur, Mizoram, Tripura) e nel Kashmir, oggetto di annosa disputa tra il governo indiano e il Pakistan. Lo stesso Pakistan ha assistito al suo interno al moltiplicarsi di antiche spinte centrifughe etniche e regionaliste (in particolare nel nord-est, nel Sind e nel Beluchistan), mentre movimenti consimili hanno alimentato il secessionismo del Nagorno-Karabah, la regione dell'Azerbaijan popolata in maggioranza da armeni (rivendicanti l'annessione all'Armenia), e quello del popolo del Kurdistan, smembrato tra Turchia, Iraq e Siria. § Violente sono le dispute secessionistiche nel continente africano, dove combattono ormai da anni per l'indipendenza dal Senegal i guerriglieri della regione del Casamance, per quella dalla Namibia gli indipendentisti di Caprivi (zona a nord-est del paese, ai confini dell'Angola, dello Zambia e del Botswana), per quella del Sahara occidentale dal Marocco i militanti del Fronte Polisario e per quella dalla Somalia i secessionisti del Somaliland (territorio settentrionale che nel 1991 aveva autoproclamato la propria indipendenza). § In Europa, oltre ai Paesi dell'Est, fenomeni secessionisti si sono riaccesi anche negli Stati di consolidata e collaudata tradizione centralistica. Emblematico è il caso della Gran Bretagna, dove la Scozia, aspirante all'indipendenza almeno dalla nascita dello Scottish National Party (1934), elettoralmente decollato nel 1974, ha ottenuto nel 1998 uno statuto di ampia autonomia con la cosiddetta Devolution, che prevede l'istituzione di un Parlamento scozzese con vaste competenze legislative e in grado di eleggere un proprio primo ministro. Una soluzione che, delineata con difficoltà anche per il Galles e per la stessa Irlanda del Nord, ha arginato solo temporaneamente le mire indipendentistiche scozzesi, sorrette dalle rivendicazioni di autosufficienza economica derivanti dalle risorse petrolifere del Paese. La questione è infatti riemersa nel 2014, quando ha avuto luogo il Referendum consultivo sull’indipendenza della Scozia, che ha visto la vittoria dei No con il 55,30% dei voti. Se avessero vinto i Sì, la Scozia sarebbe diventata una nazione autonoma membro del Commonwealth delle Nazioni, e quindi si sarebbe dotata di un governo completamente indipendente, continuando però a riconoscere al monarca britannico il ruolo simbolico di Capo dello Stato. Nel 2017 il Parlamento di Edimburgo ha deliberato di chiedere al governo del Regno Unito la possibilità di indire un nuovo referendum sull’indipendenza. Se un Paese di solida tradizione centralistica come la Francia, oltre a dover fronteggiare l'indipendentismo del possedimento d'oltremare della Nuova Caledonia, non è riuscito a ricondurre entro i limiti dell'autonomismo la resistenza separatista della Corsica, anche realtà caratterizzate dalla presenza di larghe autonomie regionali, come la Spagna postfranchista, sono ancora alle prese con il secessionismo delle province basche e con l’indipendentismo catalano, che aspira all’indipendenza della Catalogna come stato sovrano. Dopo un tentativo fallito nel 2014, nel 2017 ha avuto luogo un referendum sull’indipendenza della Catalogna in forma di Repubblica, che ha visto la vittoria del Sì, con il 90,2% dei voti. Il governo spagnolo ha però negato la validità della consultazione referendaria, giudicandola illegale e incostituzionale, innescando in tal modo un aspro conflitto istituzionale tra il governo catalano e quello nazionale.
§ Oltreoceano persino compagini statali saldamente federaliste, quali il Canada, hanno subito i propositi secessionisti di regioni come il Québec (francofono). A quest'ultimo, nel 1998, la Corte suprema canadese ha riconosciuto clamorosamente la costituzionalità del diritto all'indipendenza nel caso di una chiara e democratica manifestazione di volontà popolare in tal senso. § In Italia il tema del secessionismo è entrato con forza nel dibattito politico per opera della Lega Nord, che ha trasformato, a metà degli anni Novanta del XX secolo, le sue originarie richieste di autonomia federalista per il Settentrione, in esplicita rivendicazione di un diritto all'indipendenza. Questa radicale svolta ha imposto all'attenzione dell'opinione pubblica e delle forze politiche il problema della possibile rottura dell'unità nazionale, improponibile senza un sostanziale rovesciamento dell'assetto costituzionale del Paese, che esclude l'eventualità di pronunciamenti secessionisti di una parte della popolazione come quelli ipotizzabili in ordinamenti federalistici. La pericolosa alternativa di una lotta basata sull'uso della forza e sulla deliberata infrazione della legalità repubblicana, respinta dagli stessi dirigenti della Lega Nord, unitamente all'oggettiva validità delle motivazioni socio-economiche della domanda di autogoverno raccolta dai leghisti, hanno obbligato l'insieme degli schieramenti politici ad affrontare il problema da un'ottica federalista. Di qui l'avvio di un vasto dibattito e l'attuazione delle prime riforme per trasformare le autonomie regionali, su cui si fonda lo Stato italiano, in un ordinamento compiutamente federale.

 

 

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