Verismo

La scuola verista

La produzione verista, in quanto produzione specificatamente di scuola, non è stata molto ampia e quasi sempre ha fatto riferimento a realtà regionali molto diverse. La produzione di "gusto verista", cioè di prospettiva realistica e di ambiente regionale, è invece molto ampia e raccoglie una letteratura di grande interesse, capace peraltro di formare quella tradizione di "realismo moderno" su cui si svilupperà il realismo novecentesco italiano. Tra gli esponenti più interessanti sono i toscani Renato Fucini (1843-1921), che nelle sue novelle fu attento osservatore, senza però intenti sociali, della miseria dei contadini della Maremma (Le veglie di Neri, 1882; Nella campagna toscana, 1908), e Mario Pratesi (1842-1921), autore di romanzi di ambiente senese, alla ricerca di un'"arte casalinga, semplice, passionata" (L'eredità, 1889; Il mondo di Dolcetta, 1895). A Nord, il genovese Remigio Zena (pseudonimo di Gaspare Invrea, 1850-1917) rappresentò la rovina morale e materiale di tante donne del popolo (La bocca del lupo, 1890) e il torinese Edoardo Calandra (1852-1911) riprese il "romanzo storico" testimoniandone però tutta la consunzione: soprattutto La bufera (1898) e Juliette (1909) mostrano intenti psicologici già aperti a un gusto drammatico primo Novecento.

Paolo Valera (1850-1926), di Como, mosso da forti interessi democratici, scrisse Alla conquista del pane (1882) e il bellissimo La folla (1901), oltre a un ampio romanzo-inchiesta sulla plebe urbana (Il ventre di Milano: fisiologia della capitale morale, 1888).

Particolare il caso del napoletano Vittorio Imbriani (1840-1886): la sua letteratura è la prova aggressiva di un realismo insieme scapigliato e verista, sempre troppo esuberante per rientrare in un genere definito, specie con i racconti Mastr'Impicca (1874), Dio ne scampi dagli Orsenigo (1876), Per questo Cristo ebbi a farmi turco (1883).

In relazione alla nascita per il teatro del "dramma borghese" è da ricordare il lavoro di Giuseppe Giacosa (1847-1906): il suo Come le foglie (1900) vuole essere un'apertura alla migliore drammaturgia europea (soprattutto Ibsen).

Luigi Capuana

Nato in una famiglia di ricchi possidenti terrieri presso Catania, Luigi Capuana (1839-1915) si trasferì a Firenze, allora capitale del Regno d'Italia, e fu critico teatrale sul quotidiano "La Nazione". Qui conobbe G. Verga e con lui partecipò alle discussioni intorno alla nuova letteratura. L'attenzione al naturalismo francese lo indusse ad analizzare le affinità fra l'artista e lo scienziato "positivo", a impegnarsi per una letteratura aderente al "vero". Con Verga divenne il teorico del verismo, contribuendo alla sua affermazione: nel 1879, a Milano, pubblicò il manifesto letterario del verismo, il romanzo Giacinta, seguito dai due volumi di Studi sulla letteratura contemporanea (1880-82) e Per l'arte (1885). Da allora pubblicò varie opere di narrativa e saggi: tre libri di novelle, Le appassionate (1893), Le paesane (1894) e Le nuove paesane (1898), nelle quali era attento indagatore della psicologia della borghesia di provincia; due romanzi, Profumo (1894) e Il marchese di Roccaverdina (1901), considerato il suo capolavoro.

Federico De Roberto

Il napoletano Federico De Roberto (1861-1927), trasferitosi giovanissimo a Catania, entrò in contatto con gli scrittori veristi Capuana e Verga. Furono loro a introdurlo nell'ambiente letterario milanese. Profondamente convinto della necessità di una letteratura che fosse al tempo stesso documento storico-sociale e analisi psicologica dei caratteri, si dedicò a una sorta di anatomia della passione amorosa con L'amore. Fisiologia. Psicologia. Morale (1895). Si cimentò poi con romanzi di solida architettura storico-narrativa, come L'illusione (1891), e soprattutto con il suo capolavoro, I viceré (1894). Il romanzo, uno dei migliori dell'Ottocento italiano, è uno spaccato della storia siciliana tra il 1855 e il 1882, che lo scrittore analizza con precisi riferimenti storici, narrando le vicende di una famiglia dell'antica nobiltà catanese, gli Uzeda. De Roberto risentì fortemente degli studi sulle razze e volle rappresentare il declino di un'antica dinastia professando un forte senso nichilistico della vita. I viceré sono una denuncia netta dell'ottimismo borghese, espressa in una scrittura ricca di tensione, accurata nei dettagli, decisamente antilirica, con esiti grotteschi. La sua continuazione, L'imperio (1929, postumo) non ne ripete il buon esito narrativo.

Emilio De Marchi

Il milanese Emilio De Marchi (1851-1901), educato agli ideali risorgimentali, dopo la laurea in lettere si dedicò all'insegnamento. Partecipò alla vita politica milanese, come consigliere comunale, e promosse attività benefiche e culturali.

La sua produzione fu molto varia e sempre tesa a mettere a fuoco le difficoltà della borghesia formatasi con l'unità d'Italia. Si affermò in particolare con la narrativa: compose circa sessanta novelle, fra le quali si segnalano le raccolte Storielle di Natale (1880); Storie d'ogni colore (1885); Racconti (1889); Nuove storie d'ogni colore (1895). Nel 1887 apparve a puntate il romanzo Il cappello del prete. Del 1889 è il suo capolavoro Demetrio Pianelli, che racconta un intreccio di sentimenti semplici: il senso dell'onore di un povero travet sullo sfondo di un paesaggio milanese delineato con forti accenti manzoniani. Seguirono poi, tra gli altri, Arabella (1892-93) e Giacomo l'idealista (1897). Tutta la narrativa di De Marchi è improntata a un moralismo borghese venato di toni patetici; il bene e il male sono facilmente individuabili, i valori dominanti sono la bontà, la capacità di sopportazione, la rispettabilità. Anche la soluzione linguistica da lui adottata fu coerente con il suo intento: una lingua media, lontana dalla letterarietà, aperta agli influssi del parlato dei ceti medi lombardi.

Matilde Serao

Figlia di un esule italiano e di una greca, Matilde Serao (1856-1927) si stabilì a Napoli nell'adolescenza. Con il marito, il giornalista e scrittore Edoardo Scarfoglio fondò "Il Corriere di Napoli", divenuto poi "Il Mattino". Vicina al verismo, diede un'immagine viva della realtà sociale napoletana della fine dell'Ottocento, di cui colse il quadro più efficace nell'inchiesta giornalistica Il ventre di Napoli (1884) e nel romanzo Il paese di cuccagna (1891). Il successivo romanzo Suor Giovanna della Croce (1900) tratta il tema della guerra.

Grazia Deledda

Nata a Nuoro da una famiglia piccolo-borghese, Grazia Deledda (1871-1936) dopo la scuola elementare studiò da autodidatta; fu lettrice accanita di romanzi stranieri (francesi e russi). Col matrimonio si trasferì a Roma. Scrisse una cinquantina di romanzi, i più significativi dei quali sono: Elias Portolu (1903); Cenere (1904); L'edera (1906); Canne al vento (1913); La madre (1920). Quasi tutta la sua produzione ruota attorno alla sua terra, la Sardegna, di cui recuperò le antiche tradizioni pastorali e rurali, con un intento che si richiamava più al tardo romanticismo che al contemporaneo verismo. Narrò patetiche vicende d'amore e di morte, ambientate per lo più nella famiglia arcaica, con i suoi valori e i suoi tabù, dove la trasgressione precipita verso la colpa e la conseguente, necessaria, punizione. Notevole fu il successo di pubblico; nel 1926 ottenne il premio Nobel per la letteratura.

Edmondo De Amicis

Nato a Oneglia, Edmondo De Amicis (1846-1908) frequentò l'Accademia militare di Modena e partecipò alla terza guerra d'indipendenza. Dopo il successo ottenuto con i Bozzetti di vita militare (1868), abbandonò l'esercito e si dedicò all'attività giornalistica: di rilievo i suoi reportage sulla condizione degli emigranti raccolti nel volume Sull'Oceano (1889). Nel 1886, dopo essersi stabilito a Torino, pubblicò la sua opera più famosa, il romanzo Cuore, che conobbe un immediato e grande successo. Nel 1891 s'iscrisse al partito socialista. Libro scritto per i ragazzi delle scuole elementari, Cuore ha la forma di un diario tenuto durante l'anno scolastico 1881-82 da un allievo di terza elementare. L'intento educativo mira a valorizzare il rispetto della dignità umana che si afferma nel lavoro, nell'onestà, nell'obbedienza alle leggi, nell'amore per la famiglia e per la patria. Celeberrimi i racconti inseriti nel diario: La piccola vedetta lombarda, Sangue romagnolo, Dagli Appennini alle Ande. In un'epoca in cui l'analfabetismo era altissimo ed era molto osteggiata la legge che aveva reso obbligatoria la scuola elementare per tre anni, Cuore si proponeva di valorizzare l'istruzione e, contemporaneamente, di trasmettere i valori risorgimentali per edificare un comune terreno civile e nazionale. Il libro ebbe un'immensa fortuna fino alla metà del sec. XX. L'ultima produzione di De Amicis (che aveva aderito al socialismo) fu più attenta alle contraddizioni sociali: Il romanzo di un maestro (1890) e La maestrina degli operai (1895); Primo maggio (1980, postumo).

La produzione dialettale

Il napoletano Salvatore Di Giacomo (1860-1934), piuttosto che nel teatro e nella narrativa, offrì con la poesia in dialetto una prova rilevante di limpidezza musicale, che sa sempre esprimere una ricchezza cromatica, la forte e realistica curiosità per la vita quotidiana (le poesie, scritte negli anni '80, furono raccolte in Poesie, 1907, e poi nell'edizione completa del 1927).

La produzione dialettale ebbe un protagonista anche nel romano Cesare Pascarella (1858-1940): la sua poesia è arguta, divertente, capace di raccontare vivacemente storie e azioni (notevoli Er fattaccio, 1884; Villa Gloria, 1886; La scoperta dell'America, 1894).