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Cecoslovàcchia

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Generalità

(Česká a Slovenská Federátivní Republika). Ex stato dell'Europa centro-orientale, chiuso tra Germania, Austria, Ungheria, Polonia e Ucraina; nacque al termine della prima guerra mondiale, in seguito alla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico, dall'unione di due regioni per molti caratteri affini: la Boemia, comprendente la Moravia, e la Slovacchia. Il nuovo Stato, pur essendo chiaramente per la sua posizione geografica e per la sua forma, allungata da E a W, un Paese di transizione tra l'Europa centrale (germanica) e orientale (slava), divenne unitariamente slavo, essendo tali entrambi i gruppi etnici che lo componevano: il ceco e lo slovacco. Passata successivamente nell'orbita dell'URSS, la Cecoslovacchia, se da un lato dovette ricercare, anche faticosamente, nuovi adattamenti alla realtà politica in cui si trovava inserita, dall'altro acquisì, grazie all'estendersi a tutto il territorio nazionale del processo d'industrializzazione già avviato dagli Asburgo in Boemia, un ruolo di primo piano nel mondo comunista. Il processo di democratizzazione avviato nel Paese sin dalla fine degli anni Ottanta determinò la dissoluzione della Cecoslovacchia come entità statuale unitaria: dopo una prima trasformazione (1990) in repubblica federativa, il 1º gennaio 1993, conformemente alla volontà popolare espressa attraverso referendum, essa venne infatti pacificamente divisa in due Stati indipendenti, la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca.

Lo Stato

Dal 1969 al 1992 la Cecoslovacchia fu una Repubblica federale in cui vennero garantiti uguali diritti alle due entità nazionali, ceca e slovacca . Supremo organo legislativo era l'Assemblea federale cui spettava l'elezione del presidente della Repubblica, la nomina e la revoca del governo.

Economia

La Cecoslovacchia riuscì, all'interno del quadro delle economie socialiste, malgrado le limitate risorse naturali (abbondante solo il carbone), a realizzare un avanzato livello di sviluppo, secondo solo a quello della Repubblica Democratica Tedesca, tanto nel riscontro quantitativo del reddito pro capite (10.130 dollari nel 1988) che nelle caratteristiche dell'apparato produttivo. Nel 1990 la distribuzione della popolazione attiva e la composizione del reddito erano quelle tipiche dei Paesi molto progrediti. Prevalevano nettamente le attività industriali, che assorbivano ca. il 40% della popolazione attiva e fornivano quasi i due terzi del reddito nazionale; tuttavia anche l'agricoltura, con un numero di addetti pari al 10,2% del totale e un apporto al reddito nazionale che si aggirava sul 10%, occupava un posto importante nell'economia cecoslovacca e si caratterizzava per l'elevata meccanizzazione raggiunta, la specializzazione delle colture prevalentemente intensive e il consistente impiego di fertilizzanti. In passato l'integrazione dell'economia cecoslovacca in quella del COMECON sorreggeva in modo sostanziale l'industrializzazione del Paese, dal 1992 associato alla CEE, giunta a un livello piuttosto elevato con posizioni settoriali di spicco nel contesto internazionale. A contatto però con il più vasto mercato internazionale, apertosi in seguito ai mutamenti politici avviati nel 1989, l'economia rivelava appieno i propri limiti, dovuti a un'organizzazione del lavoro e a livelli tecnologici della produzione incapaci di concorrenzialità, in quanto cresciuta al riparo dal confronto con realtà produttive dotate di maggior capacità di innovazione. L'industria ha invero tradizioni molto antiche, tanto che la Cecoslovacchia ha presentato, nel contesto dell'Europa orientale, una storia economica del tutto particolare. Quando nel 1918 fu istituita la Repubblica cecoslovacca, il Paese aveva già solide basi manifatturiere, almeno in Boemia e Moravia (la Slovacchia era invece una regione eminentemente agricola e forestale). L'industrializzazione boema e morava era stata favorita, oltre che dalle risorse energetiche del Paese e dalle sue antiche tradizioni artigianali, dalla presenza del vasto mercato offerto dall'Impero austro-ungarico. Con l'indipendenza tale mercato venne in pratica a mancare e l'economia della Cecoslovacchia, basata su un'industria eminentemente di esportazione, subì in modo più profondo di altre la ripercussione della crisi mondiale degli anni Trenta. Tuttavia ancora una volta fu l'alta qualità dei manufatti (meccanica di precisione, prodotti chimici, cristallerie, porcellane, prodotti grafico-editoriali ecc.), assai apprezzati dai ricchi Paesi dell'Europa occidentale, a salvare l'economia cecoslovacca che, in un certo senso, fu relativamente risparmiata durante la guerra e gli anni dell'occupazione nazista, benché venisse inquadrata nello sforzo bellico tedesco e sottoposta a un durissimo sfruttamento. Nel 1948 il passaggio nell'area sovietica determinò un radicale cambiamento degli indirizzi economici cecoslovacchi. Le prime fondamentali realizzazioni furono la riforma agraria (confisca delle proprietà fondiarie di tedeschi e ungheresi, abolizione del latifondo, assegnazione delle terre ai contadini), la nazionalizzazione delle risorse minerarie e forestali, la nazionalizzazione delle industrie di base e di tutte le aziende con oltre 50 dipendenti, la statalizzazione degli istituti bancari, fusi nel 1950 a formare la Banca di Stato, la conversione della moneta ecc. Il Paese passò da un regime liberistico a uno strettamente pianificato, anche perché il COMECON – di cui la Cecoslovacchia entrò a far parte nel 1949 – imponeva una rigida interdipendenza tra le varie economie degli Stati del blocco comunista, delle cui globali esigenze, e non solo di quelle interne, la Cecoslovacchia doveva ormai tenere conto nel programmare la propria economia. Alla Cecoslovacchia fu assegnato il ruolo di rifornire i Paesi est-europei e taluni afro-asiatici dei prodotti industriali di base nonché di quegli armamenti che per l'aggravata tensione mondiale, specie a partire dalla guerra di Corea, cominciavano a essere richiesti in sempre maggior misura. Fortemente sollecitato, lo sviluppo industriale cecoslovacco fu molto intenso, con ritmi sconosciuti alla gran parte degli Stati dell'Europa occidentale; il Paese fu tuttavia costretto a convertire il precedente ampio ventaglio di attività manifatturiere, spesso a tecnologia assai avanzata e in genere riguardanti beni di consumo, in una gamma piuttosto limitata di prodotti dell'industria specificatamente pesante, concentrata cioè nella siderurgia e nell'industria meccanica, al cui servizio veniva fortemente potenziato il settore energetico mediante l'accresciuta estrazione di carbone. Non meno fondamentali trasformazioni erano state nel frattempo attuate nel settore agricolo. A partire dagli anni Cinquanta fu eliminata pressoché completamente la piccola proprietà a conduzione diretta e sostituita con medie e grandi aziende, sia cooperative sia di proprietà statale; il trapasso peraltro fu favorito dalla forte richiesta di manodopera da parte dell'industria e dalla conseguente diminuzione del numero degli addetti alle attività agricole. Comunque, sino alla metà degli anni Sessanta il progresso economico fu molto rapido, anche se all'interno del Paese veniva impedita una espansione dei consumi e in genere del livello di vita proporzionata al raggiunto sviluppo produttivo della Cecoslovacchia. Ciò finì col causare profonde tensioni nel Paese, che cercò di attuare una ristrutturazione della propria economia; la programmazione dei singoli settori produttivi doveva tenere in maggior conto le reali esigenze interne, accordando in generale un più ampio spazio all'industria leggera e alla produzione dei beni di consumo, mentre nell'ambito della conduzione aziendale veniva lasciata maggiore libertà d'iniziativa, allentando il rigido controllo centralizzato sull'intera economia. Ma ben presto divenne chiaro che il programma riformistico aveva provocato profondi squilibri, suscitando richieste di beni di consumo e d'investimento che l'industria non era in grado di soddisfare e innescando una pericolosa spirale nell'aumento dei prezzi. Dopo i drammatici eventi della fine degli anni Sessanta, il nuovo governo installatosi reintrodusse un rigido controllo centralizzato sulla gestione economica, una più stretta dipendenza dall'URSS e una rinnovata netta priorità nei confronti dell'industria pesante (soprattutto nei settori chimico, edile, metalmeccanico, ecc.). Risultati più che lusinghieri furono ancora conseguiti nella prima metà degli anni Settanta, registrando incrementi annui nel settore dell'industria superiori persino al 7%; ma i contraccolpi della crisi economica mondiale resero successivamente impossibile mantenere tali ritmi di sviluppo. Ai rincari petroliferi e quindi dei prodotti industriali d'importazione, specie di quelli provenienti dall'Ovest, si aggiunse un forte calo di produttività, attribuibile sia al mancato pieno utilizzo degli impianti (causato in gran parte da un'avvertita insufficienza di manodopera) sia alla scarsità di macchinari tecnologicamente avanzati in molti settori industriali. Diminuzione dei salari reali, difficoltà nell'esportazione, inflazione e recessione congiunte rappresentarono i sintomi di un deterioramento del sistema economico ancor prima che, dalla “rivoluzione di velluto” del 1989, venisse affidato a una problematica transizione verso un sistema di mercato di tipo capitalistico. Il mutato assetto politico e la divisione del Paese in due entità statuali non risolvevano comunque i problemi che si profilavano agli inizi degli anni Novanta.

Istruzione

La legge sulla regolamentazione della scuola unica (1948) si richiamava allo “spirito delle tradizioni progressiste e degli ideali umanistici”. Fra l'altro, configurava un nuovo ordinamento scolastico, dichiarava la statualità della scuola e sanciva l'obbligo di nove classi. Con la legge del 1953 si raggiunse la completa unità organizzativa dell'istruzione in Cecoslovacchia, e, altresì, si affermarono esplicitamente i suoi fondamenti socialisti. Il sistema scolastico cecoslovacco, nato con la legge del 1960, era variamente articolato. L'istruzione era obbligatoria e gratuita per dieci anni (dai 6 ai 16 anni); la scuola primaria andava dai 6 ai 14 anni, quella secondaria, cui si accedeva dopo un esame, durava generalmente 4 anni e prevedeva diversi tipi di insegnamento: corsi medi per i lavoratori, quelli d'insegnamento generale e quelli tecnici. Vi erano inoltre scuole specializzate industriali, agricole, economiche, musicali, artistiche e pedagogiche. L'insegnamento superiore, a cui si accedeva per concorso, era impartito nelle università, nelle scuole superiori, negli istituti di formazione professionale e tecnica, nelle accademie d'arte e nelle scuole normali. Le università più importanti erano quelle di Praga (1348), di Brno (1919), di Bratislava (1919), di Olomouc (1569, riaperta nel 1946).

Storia

La Repubblica cecoslovacca fu proclamata il 14 novembre 1918, alla prima seduta dell'Assemblea Nazionale convocata dal Národní Výbor (Comitato nazionale), dopo che il governo austriaco aveva accettato le condizioni di pace (28 ottobre 1918) del presidente degli Stati Uniti W. Wilson. Una volta ribadita la destituzione degli Asburgo fu eletto T. G. Masaryk quale presidente della Repubblica e venne costituito il primo governo di coalizione al quale parteciparono tutti i partiti politici, sotto la presidenza di K. Kramář. Successivamente furono fissati i confini del nuovo Stato , che risultò costituito da Boemia, Moravia, Slesia Ceca, Slovacchia e Ucraina subcarpatica (con una superficie complessiva di ca. 140.484 km²). La Costituzione del febbraio 1920 confermò la vocazione democratica della nuova Repubblica. In politica estera la Cecoslovacchia si inserì, grazie all'impostazione data dal ministro E. Beneš, nel sistema della Piccola Intesa, patto concluso con la Iugoslavia e la Romania contro l'irredentismo ungherese appoggiandosi alle potenze occidentali, specialmente alla Francia. L'avvento di Hitler al potere (1933) ebbe conseguenze fortemente negative anche per la Cecoslovacchia: i Tedeschi della regione dei Sudeti, influenzati dalla propaganda nazista di K. Henlein, il fondatore della Sudetendeutsche Heimatfront, furono in breve favorevoli all'autonomia. Dopo l'Anschluss (marzo 1938) anche il partito slovacco di Hlinka chiese l'autonomia per la Slovacchia; la Germania si annetté di fatto il territorio dei Sudeti con la copertura dell'accordo di Monaco (settembre 1938); da parte loro i Polacchi occupavano la regione di Těšín e Bohumín e gli Ungheresi il sud della Slovacchia. Beneš (che nel 1935 era succeduto a Masaryk) andò in esilio a Londra, gli Slovacchi formarono un governo autonomo e anche l'Ucraina subcarpatica ottenne l'autonomia. Il nuovo capo del governo, E. Hácha, fu convocato da Hitler nel marzo 1939 per essere informato circa l'occupazione delle terre ceche da parte delle truppe naziste; immediatamente fu costituito il “Protettorato di Boemia e Moravia”. Dal 1939, sino alla liberazione del 1945, mentre gli Slovacchi, come satelliti del Terzo Reich, furono relativamente tranquilli, i Cechi subirono lo strapotere politico nazista, gli uomini della Resistenza e gli ebrei furono perseguitati ed elevato fu il numero dei deportati e degli uccisi. La persecuzione si inasprì con l'uccisione del protettore R. Heydrich (27 maggio 1942) a opera di un paracadutista ceco inviato da Londra. Dopo la liberazione, Beneš, che in esilio aveva costituito un comitato nazionale cecoslovacco, si trasferì a Košice e il 4 aprile 1945 formò il primo governo a cui parteciparono gli otto partiti politici che avevano firmato il “Programma di Košice”. Il 5 maggio dello stesso anno Praga insorse contro l'oppressore. Gli insorti praghesi, aiutati dall'esercito russo nazionale, ottennero la resa delle truppe tedesche l'8 maggio. Il giorno dopo le truppe sovietiche entrarono a Praga. La Cecoslovacchia dovette cedere all'Unione Sovietica la Rutenia subcarpatica secondo gli accordi di Mosca del 29 giugno 1945. Il processo politico per la ristrutturazione del Paese si svolse con sollecitudine. Con decreto del 28 ottobre 1945 vennero nazionalizzate le banche, quasi tutta l'industria, e attuata la riforma finanziaria. Le prime elezioni del 26 maggio 1946 ebbero un esito positivo per il fronte delle sinistre, che lanciò il programma di ricostruzione, il piano biennale, l'ulteriore allargamento delle nazionalizzazioni e la riorganizzazione industriale. Decisivo per le scelte politiche internazionali fu il 1948, allorché il primo ministro K. Gottwald formò un governo prevalentemente comunista e costrinse il presidente Beneš a dare le dimissioni. Il periodo con Gottwald alla presidenza e A. Zápotocký primo ministro (1948-53) diede l'avvio alla collettivizzazione delle piccole aziende agricole nelle cooperative agricole unite e alla totale eliminazione del settore privato. Contemporaneamente avveniva la rapida liquidazione dell'opposizione, mentre all'interno del Partito comunista cecoslovacco incominciava il contrasto tra le varie correnti, in linea col periodo stalinista, che portò alla destituzione e all'allontanamento anche di alcuni importanti dirigenti. La situazione non cambiò nemmeno dopo la morte di Gottwald, sostituito da Zápotocký, e l'assunzione della carica di primo ministro da parte di Široký e soprattutto di A. Novotný (dal 1951 segretario del partito e dal 1957 presidente della Repubblica) che accentuò la linea filosovietica. D'altra parte il distacco tra la burocrazia del partito e la popolazione accrebbe una forma di scontento, già manifestato da alcuni intellettuali ed economisti come O. Sik, finché in un processo di riforma, che sulle prime sembrava irreversibile, il Comitato Centrale, nel gennaio del 1968, decise di sostituire Novotný con A. Dubcek al quale furono affiancati uomini come Smrkovský, Černík e Svoboda (presidente della Repubblica dal 30 marzo 1968). La nuova svolta data al socialismo cecoslovacco non mancò di destare preoccupazione nell'Unione Sovietica, che giudicava inaccettabile un allontanamento dal “sistema” più volte riaffermato come ortodosso. Il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia entrarono in Cecoslovacchia impadronendosi del Paese. Da allora la tendenza “realistica”, più fedele alla linea di Mosca, riprese il sopravvento; nell'aprile del 1969 Dubček fu sostituito dal nuovo segretario del partito G. Husák, che, riconfermato in tale carica nel 1976 e nel 1981, dal 1975 assunse altresì la presidenza della Repubblica. Del “nuovo corso” dubčekiano rimase solo la federalizzazione dello Stato, che concedeva una maggiore autonomia alla Slovacchia. La repressione che durante questo periodo colpì le persistenti manifestazioni di dissenso (e, in particolare, gli esponenti di Charta 77) contribuì a mantenere il Paese in una situazione di prevalente isolamento internazionale, temperato da rari sviluppi distensivi. Tuttavia il nuovo corso impresso da Gorbačëv non poteva non ripercuotersi anche in Cecoslovacchia; il 17 dicembre 1987 Husák, “simbolo” dell'epoca brezneviana, cedeva la carica di segretario generale del partito (mantenendo quella pressoché formale di presidente della Repubblica) a Miloš Jakeš. Manifestazioni di protesta contro il governo comunista si moltiplicavano nel seguente biennio incontrando una repressione di forza immutata. Gli eventi verificatisi nei vicini Paesi nella seconda metà del 1989 acceleravano la richiesta di maggior liberalizzazione del regime, costretto a significative concessioni e soprattutto alla rinuncia al principio del ruolo guida del Partito comunista. Dopo alcuni altri avvicendamenti istituzionali, le dimissioni di Husák permettevano, nel dicembre 1989, di conseguire la carica di presidente della Repubblica a Vaclav Havel, uomo simbolo dell'intero movimento d'opposizione; forte dello stesso sostegno, A. Dubček, protagonista della “primavera”, assurgeva alla presidenza del Parlamento. La liberalizzazione era quindi proceduta celermente: dopo la promulgazione di una nuova legge elettorale da parte del governo interinale (a maggioranza già non comunista), le consultazioni del giugno 1990 segnavano la grande affermazione del Forum civico (raggruppamento politico fondato nel 1989, in collegamento con Charta 77 e movimenti analoghi), principale protagonista di questa “rivoluzione di velluto”, e quindi la formazione di un nuovo governo; parallelamente si avviava l'uscita della Cecoslovacchia dal COMECON e dal Patto di Varsavia, poi definitivamente sciolti nel 1991. Nel nuovo clima tornavano a manifestarsi tendenze indipendentistiche regionali, in particolare da parte slovacca. Dal 20 aprile 1990 il nome dello Stato cambiava in Repubblica Federativa Ceca e Slovacca. Falliti i tentativi del presidente Havel di contenere le spinte centrifughe, acuitesi nel corso del 1991, e di arrivare a un accordo tra le parti che consentisse di mantenere una struttura federale unitaria, il 1º gennaio 1993 la Cecoslovacchia cessava formalmente di esistere per dar vita a due Stati distinti e indipendenti, la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca.

Lingue

Le lingue ufficiali dello Stato erano due: il ceco e lo slovacco, ambedue appartenenti al gruppo slavo occidentale. Il ceco era la lingua parlata nella Cecoslovacchia occidentale e centrale (Boemia e Moravia, con ca. 10 milioni di parlanti), lo slovacco era parlato nella parte orientale del Paese (Slovacchia, con ca. 5 milioni di parlanti). Il ceco ha una tradizione letteraria più illustre e più antica che risale al sec. XIII, mentre lo slovacco si è affermato come lingua letteraria solo a partire dal secolo scorso. In Cecoslovacchia vi erano inoltre alcune minoranze linguistiche: un certo numero di ucraini rimasero nelle regioni orientali anche dopo la cessione della Rutenia subcarpatica all'URSS (1945), nella Slovacchia meridionale lungo il confine del Danubio si trovavano insediamenti ungheresi, mentre gruppi di lingua polacca si incontravano nelle regioni settentrionali lungo il confine con la Polonia. A queste minoranze linguistiche la Costituzione cecoslovacca (articolo 25) accordava “ogni possibilità e ogni mezzo per formarsi nella lingua materna e svilupparsi intellettualmente”. La Costituzione non nominava però la minoranza linguistica tedesca esistente in Cecoslovacchia, anche se di fatto essa poteva seguire corsi di tedesco nelle scuole ceche.

Cinema

I cechi vantano precursori e pionieri del cinema, ma una struttura industriale si costituì solo negli anni Venti. Gli attrezzati studi di Barrandov, presso Praga, ospitarono però in prevalenza una produzione cosmopolita: soltanto verso la fine del decennio (e del muto) si affacciarono la tendenza naturalistica (Questa è la vita, 1929, del tedesco Junghans) e quella estetizzante (Erotikon, 1929, di G. Machatý) destinate a svilupparsi in seguito. Già alla Mostra di Venezia del 1934 si parlò di scuola nazionale: Amore giovane di J. Rovenský per la prima corrente, il famoso Estasi di Machatý per la seconda. C'era anche La terra canta (1933), in cui il grande fotografo di Praga barocca, K. Plicka, innalzò un monumento al folclore slovacco, mentre era assente il primo importante film dello scrittore V. Vančura, Studenti (1932). Patrimonio letterario ed esperienze teatrali e musicali d'avanguardia confluirono poi in un cinema che si andò sempre più caratterizzando come il più importante dell'Europa centrale, attraverso opere quali Maryša (1935) di Rovenský, Jánošík (1936) di M. Frič, dove l'inno alla natura si tramutava in appello alla libertà del popolo, Storia filosofica, Verginità e La corporazione delle vergini di Kutná Hora (1937-38) di O. Vávra. All'aggravarsi della minaccia fascista e della guerra uscirono tra il 1937 e il 1939 Il mondo è nostro, satira politica di Frič con i grandi comici di cabaret Voskovec e Werich, La malattia bianca di H. Haas (da un allusivo dramma di Čapek), Věra Lukášová del musicista E. F. Burian e l'ultimo esemplare di tardo formalismo, La falena di F. Čáp, scelto per inaugurare la Mostra veneziana del 1941. Immediatamente nazionalizzato al termine del conflitto (11 agosto 1945), il cinema cecoslovacco trionfò a Venezia nel 1947, non solo col Leone d'oro a Sirena di K. Steklý, ma con un'affermazione collettiva ben superiore a quella del 1934, poiché coinvolgeva nei premi anche altre categorie (documentari, disegni animati, film di pupazzi e film per bambini) pienamente valorizzate dal nuovo indirizzo organizzativo e culturale della cinematografia di Stato. Con L'atomo al bivio si impose nell'animazione il breve pamphlet ideologico; J. Trnka con Špalíček (Calendario) si rivelò il maestro mondiale del film di pupazzi, e con lui si affermarono la pioniera H. Týrlová e K. Zeman, il quale animerà più tardi i libri di Verne (La diabolica invenzione, 1958). Un nuovo tipo di festival cinematografico di massa si irradiò da Karlovy Vary. I temi prevalenti nel cinema narrativo furono la Resistenza (La tana dei lupi, 1948, di P. Bielik che diede inizio alla produzione slovacca; Barricata muta, 1949, di Vávra; La trappola, 1950, di Frič; La vita in gioco, 1956, di J. Weiss; Il principio superiore, 1959, di J. Krejčík; Giulietta, Romeo e le tenebre, 1960, di Weiss) e la storia del movimento operaio (dopo Sirena, La tempera, 1950, di Frič; E nuovi combattenti verranno, 1951, di Weiss ecc.). Il naturalismo sopravviveva in certi film di V. Krška, l'intimismo in La coscienza (1949) di Krejčík e La tana del lupo (1957) di Weiss, ma dominavano le epopee storico-letterarie, come la trilogia hussita di Vávra (1955-57). Fu con la svolta del 1956 e la denuncia del culto della personalità e dello stalinismo che cominciò a emergere il mutamento di rotta: contro l'accademismo, contro la rinuncia ai temi contemporanei si affermava un cinema che riportava l'attenzione sull'uomo, sui suoi dubbi e sulle sue angosce, sulla sua lotta al conformismo e alla falsità. Gli antesignani furono alcuni cineasti della “generazione di mezzo” come V. Jasný e la coppia J. Kadár-E. Klos. Cosicché gli anni Sessanta poterono poi registrare la fioritura di quella nová vlna (nuova ondata) che – per lo più attraverso l'opera di giovani e giovanissimi quali J. Němec, M. Forman, E. Schorm, J. Jireš, Věra Chytilová, Z. Brynych, I. Passer, J. Menzel e gli slovacchi Š. Uher e J. Jakubisko, ma non senza il concorso dei più anziani già citati e perfino dei veterani Vávra e Trnka – riguadagnarono al cinema di Praga e di Bratislava la stima internazionale (espressa in molti premi e addirittura in due Oscar), assicurandogli una posizione di avanguardia e di prestigio fra le cinematografie socialiste. L'intervento sovietico del 1968 arrestò tale cammino e la “normalizzazione” che gli fece seguito non risparmiò il cinema della “primavera di Praga”. I migliori film di quel periodo furono banditi dagli schermi, emigrarono registi quali Jasný, Kadár, Radok, Weiss, Passer, Forman (che vincerà l'Oscar con il film Qualcuno volò sul nido del cuculo, realizzato negli Stati Uniti). Altri rimasero in patria, come Menzel, Juráček, Schorm, Kachyňa, ma per vedersi proibiti o ampiamente censurati i loro ultimi film (vennero risparmiati Valeria o la settimana delle meraviglie di Jireš per il suo surrealismo, Ecce homo Homolka di Papoušek per il suo umorismo). Si verificò insomma un'operazione di pulizia (e di polizia) in grande stile, che stroncò sul nascere ogni residua velleità e riportò il cinema ai temi bellici o resistenziali, alle illustrazioni storiche o al più ovvio commercialismo. Il cinema cecoslovacco, forse il più premiato del mondo nei decenni precedenti, non ebbe più un premio a nessun festival internazionale. Tuttavia la situazione negli anni Ottanta cambiava. La Cecoslovacchia tornava a vincere qualche premio internazionale con Panelstory di Věra Chytilová (Sanremo 1981), col documentario di montagna Kanchenjunga di Jan Piroh (Trento 1982) e col disegno animato di cortometraggio Le possibilità di dialogo di Jan Švankmajer (Annecy 1983). Nel 1984, alla mostra del film d'autore di Sanremo, Incontro con le ombre di Jiří Svoboda vinceva il Gran Premio insieme con l'ungherese La rivolta di Giobbe, entrambi sulla persecuzione nazista. Nel 1990 L'allodola sul filo, film diretto da Jiří Menzel nel 1968 e rimasto congelato per più di vent'anni, vinceva l'Orso d'oro al Festival di Berlino.

Bibliografia (per la storia)

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