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Ungherìa

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(Magyar Köztársaság). Stato dell'Europa centrale (93.030 km²). Capitale: Budapest. Divisione amministrativa: contee (20). Popolazione: 10.045.401 ab. (stima 2008). Lingua: ungherese. Religione: cattolici 63,1%, protestanti 25,4%, non religiosi/atei 11,5%. Unità monetaria: fiorino ungherese (100 fillér). Indice di sviluppo umano: 0,877 (38° posto). Confini: Slovacchia (N), Ucraina (NE), Romania (E), Serbia e Montenegro (S), Croazia e Slovenia (SW), Austria (W). Membro di: Consiglio d'Europa, EBRD, NATO, OCDE, ONU, OSCE, WTO e UE.

Generalità

Stretta tra le Alpi e i Carpazi e attraversata dal Danubio, il grande fiume che la divide nettamente in due parti (la grande pianura dell'Alföld a E e la regione montuosa transdanubiana a W), l'Ungheria presenta un profilo geografico personalissimo, che si riflette in una spiccata individualità dei suoi caratteri nazionali. Sebbene caratterizzata da una superficie territoriale piuttosto modesta, peraltro non eccessivamente popolata, l'Ungheria è uno degli Stati europei più orgogliosi della propria identità, che è riuscita a mantenere intatta nel corso di un millennio di storia spesso contrastata. Caduto varie volte sotto il dominio di grandi potenze, in primo luogo quello della dinastia asburgica, il Paese ha saputo comunque mantenersi compatto, fino al conseguimento dell'indipendenza in seguito al crollo dell'Impero Austro-Ungarico (1918). La sua individualità è stata rafforzata da un lato dalla conformazione geografica, dall'altro dalla presenza di fattori etno-linguistici peculiari: gli antichi abitatori dell'Ungheria (gli Ungari o Magiari, dai quali trae origine il nome dello Stato) discendevano infatti non da un popolo di stirpe indeuropea, ma d'origine turanica, con componenti mongoloidi. Tuttavia la storia millenaria di questa gente, che aveva trovato una sua collocazione armonica tra mondo slavo e mondo germanico, al termine della seconda guerra mondiale è stata intaccata col passaggio dell'Ungheria nella sfera d'influenza politica ed economica dell'Unione Sovietica. Il modello socialista, se da una parte ha tentato di dare maggior coesione e un nuovo amalgama al Paese, dall'altra ha imposto uno stile di vita e un'organizzazione della società estranei alla tradizione, creando tensioni sociali sfociate nella rivolta popolare del 1956, repressa sanguinosamente dalle truppe sovietiche. Anziché intaccare il sentimento nazionale degli ungheresi, la direzione politica stalinista lo ha rafforzato, tanto che nemmeno dopo l'inserimento del Paese nell'area del COMECON si sono interrotti i rapporti economici e culturali con l'Europa occidentale “capitalista”. Liberatosi del fardello sovietico, lo Stato magiaro dalla fine degli anni Ottanta ha avviato un deciso processo di transizione verso la piena democrazia, all'insegna di un rilancio economico favorito dallo sfruttamento di discrete risorse minerarie. Lo sforzo intrapreso dal governo di Budapest, che ha riguardato anche una generale riscoperta del patrimonio artistico-culturale della nazione ungherese e una politica maggiormente attenta alle tematiche ambientali, è stato premiato con l'ammissione dell'Ungheria all'Unione Europea, avvenuta il 1° maggio 2004.

Lo Stato

Repubblica indipendente dal 16 novembre 1918, data che segnò la fine dell'egemonia austro-ungarica, dopo la seconda guerra mondiale l'Ungheria ricadde nella sfera d'influenza sovietica e fu sottoposta a regime comunista per oltre quarant'anni. Lo Stato, repubblica democratica dal 1947, tornò a un regime parlamentare con le riforme del 1988-89, momento di definitivo distacco dal blocco sovietico, e in particolare con gli emendamenti (18 ottobre 1989) alla Costituzione risalente al 1949. Nel 1990 si svolsero libere elezioni che sancirono il passaggio del potere a istituzioni democratiche. Il potere legislativo è detenuto dall'Assemblea Nazionale (unicamerale), i cui 386 deputati sono eletti per quattro anni a suffragio universale. All'Assemblea spetta inoltre il compito di eleggere il presidente della Repubblica (il cui mandato dura per cinque anni) e, in accordo col capo dello Stato, i membri del Consiglio dei Ministri, l'organo cui spetta il potere esecutivo e che rende conto del proprio operato all'Assemblea Nazionale. L'ordinamento giudiziario adottato fa riferimento al modello continentale europeo e la pena di morte non è in vigore. Le forze armate sono suddivise tra esercito e aviazione. La leva è obbligatoria e dura un anno, ma è previsto un servizio alternativo per gli obiettori di coscienza. L'istruzione è obbligatoria tra i 6 e i 14 anni di età. La scuola primaria si divide in due cicli quadriennali, nei quali l'insegnamento generale si alterna alle applicazioni tecniche. Anche la scuola secondaria offre agli studenti (che nel Paese sono complessivamente oltre due milioni) un indirizzo generale (liceo) e uno tecnico-professionale. L'insegnamento superiore si svolge in istituti di studi superiori e nelle 20 università del Paese; il tasso di analfabetismo è dell'1,1% (2007).

Territorio: morfologia

L'arco dei Carpazi a E e a N, le estreme propaggini delle Alpi Orientali a W, il versante esterno del sistema dinarico a S racchiudono una delle più vaste depressioni tettoniche d'Europa, il bacino (o pianura) pannonico, che, compreso in massima parte entro i confini dell'Ungheria, determina l'aspetto dominante del paesaggio; questo peraltro, per le complesse vicende geologiche che l'hanno man mano plasmato e per la diversa composizione del terreno, è meno monotono di quanto si potrebbe supporre. La depressione, oggi attraversata da N a S dal Danubio e dal suo affluente Tibisco, si formò nell'era cenozoica verso la fine dell'orogenesi alpina; allo sprofondamento tettonico si accompagnarono fenomeni vulcanici ai margini della pianura stessa, dei quali permangono ancor oggi manifestazioni secondarie sotto forma, per esempio, di quelle sorgenti termali di cui è così ricco il Paese. Invasa dal mare, la pianura ungherese divenne un immenso bacino chiuso, dal quale emergevano solo le cime più alte dei rilievi preesistenti; questo enorme “mare” interno, il cui ultimo residuo può essere considerato il lago Balaton, fu a poco a poco colmato dai depositi fluviali, costituiti da depositi più grossolani cui si alternano sedimenti più fini di löss di trasporto eolico, particolarmente abbondanti nei periodi interglaciali. Ca. il 70% del territorio ungherese è formato comunque da pianure e il restante da modeste ondulazioni (solo il 2% supera i 400 m sul livello del mare e nessuna cima supera i 1015 m); tuttavia, includendo anche le prime elevazioni carpatiche così come taluni rilievi isolati, quali la Selva Baconia, strettamente legati al sistema alpino, nel Paese si possono distinguere varie regioni morfologicamente e strutturalmente ben differenziate. La prima fondamentale ripartizione distingue: a W il Transdanubio (Dunántúl) a occidentale del Danubio, che è il basilare elemento divisorio della geografia ungherese; a E la Grande Pianura o Pianura Ungherese Inferiore (Nagyalföld o più semplicemente e comunemente Alföld, terra bassa) a oriente del fiume; a N una ristretta zona montuosa, costituita dai rilievi precarpatici racchiusi tra il Danubio e il Tibisco. Il Transdanubio, che si estende tra il Danubio, la Drava e le propaggini orientale del sistema alpino, comprende in effetti subregioni assai varie: il Kisalföld o Piccolo Alföld (o Pianura Ungherese Superiore), a N, di cui l'Ungheria possiede solo la sezione meridionale (quella settentrionale è inclusa nella Repubblica Slovacca), al centro la Selva Baconia, infine a S la sezione transdanubiana meridionale. Nel Kisalföld i corsi del Danubio e del suo affluente Rába racchiudono una zona acquitrinosa ancor oggi non interamente drenata (e quindi tuttora non completamente sfruttata per l'agricoltura); nella parte più depressa sussiste il lago di Fertö (Neusiedl), ungherese solo nell'ultimo tratto meridionale, mentre per la quasi totalità è austriaco. Però nell'estremità occidentale del Kisalföld, in prossimità della frontiera con l'Austria, il terreno diviene più rilevato, più accidentato, per la presenza delle ultime propaggini prealpine: i massicci di Sopron e di Köszeg, anche se di modesta altitudine, dominano una cintura di basse colline. La Selva Baconia (il Bakony) è un complesso di rilievi formatosi contemporaneamente alle Alpi e ai Carpazi, tra i quali costituisce una specie di collegamento; rotto da fratture in parte colmate da più recenti depositi, il Bakony (704 m nel monte Körishegy) ha una morfologia assai varia, con valli profonde, pianori ondulati, frequenti fenomeni carsici per le rocce calcaree, accanto però ad affioranti graniti e a colate basaltiche; l'originaria foresta, da cui la zona ebbe nome, è stata ampiamente diboscata per dar vita nei fondivalle a centri agricoli e industriali. Continuano il Bakony a NE i gruppi di Vértes, di Gerecse, di Pilis e le colline di Buda, sovrastanti la capitale. La sezione transdanubiana meridionale, che si estende a S del Balaton, è più monotona, pur comprendendo oltre a una vasta piattaforma di löss vari rilievi collinari, dai quali emerge il massiccio calcareo di Mecsek (682 m). L'Alföld, che corrisponde alla sezione principale dell'antico bacino pannonico, copre metà del territorio ungherese. Esso include la zona interfluviale tra il Danubio e il Tibisco (la cosiddetta Mesopotamia ungherese) e quella a E del Tibisco o Transtibisco (Tiszántúl), oltrepassando morfologicamente e strutturalmente i confini ungaro-romeni, sino a raggiungere le prime alture della Transilvania. Nemmeno la Grande Pianura è uniforme, soprattutto per la struttura del suolo, nei punti più elevati composto da tavolati di löss e dorsali sabbiose mentre in quelli più depressi da aree allagabili o addirittura da bacini paludosi. L'Alföld è in via di trasformazione, pur rimanendo la puszta dai vasti orizzonti la sua nota dominante; rimboschimenti, opere d'irrigazione, introduzione di nuove colture tendono a rendere questa regione una delle più ampie aree agricole d'Europa. Ben diversa si presenta, nel margine settentrionale, la terza fondamentale regione ungherese, il Felföld (terra alta) in contrapposto appunto al sottostante Alföld. Si tratta di alture che si possono considerare strutturalmente precarpatiche e che costituiscono la zona più elevata del Paese. Questi rilievi furono soggetti, come d'altronde la fascia interna dei Carpazi, a intensi fenomeni di vulcanesimo, lasciando ben visibili tracce di imponenti colate. Ogni massiccio ha caratteristiche che ben lo differenziano dagli altri. A partire da W s'innalza il Börzsöny (939 m), in cui colate andesitiche s'interpongono tra strati di arenarie; dopo il più modesto gruppo di Cserhát s'eleva il massiccio dei Monti Mátra che, pur simile per formazione al Börzsöny, per la maggior altitudine (è qui la massima vetta ungherese, il monte Kékes, di 1015 m) ha più risentito dell'effetto dei processi periglaciali, donde spaccature del suolo e contemporanei arrotondamenti delle cime; segue infine il gruppo calcareo dei Monti Bükk (959 m). Appartengono alla regione settentrionale anche il prolungamento del cosiddetto Carso slovacco, con le famose grotte stalattitiche di Baradla che, lunghe 22 km, sono situate per 2/3 in territorio ungherese, e le alture di Hegyalja, il cui terreno, per la sua origine vulcanica, per l'esposizione a mezzogiorno ed essendo al riparo dai venti freddi del Nord, si presta assai bene alla viticoltura producendo il celebre tokaj.

Territorio: idrografia

La rete idrografica non è ricca, malgrado due grandi fiumi, il Danubio e il Tibisco, attraversino, come si è detto, il Paese. Il Danubio (o Duna) su una lunghezza totale di 2850 km è in effetti ungherese solo per poco più di 400 km, e di questi ben un terzo corre lungo il confine. Il fiume, entrato nel Kisalföld attraverso la stretta Porta Ungarica, ha ben presto sbarrato il cammino dai rilievi precarpatici, sicché volge a S; riduce la pendenza divagando lento in una zona ampiamente inondabile in cui si sofferma in numerosi meandri e si suddivide in bracci che circoscrivono isole dalla forma allungata, tra cui la più importante è quella di Csepel. Benché sia soggetto a magre e la sua portata raggiunga punte massime solo nei mesi estivi e benché sia povero di affluenti, il Danubio è navigabile per quasi tutto l'anno e costituisce il vero asse del Paese; ha inoltre particolare rilievo per Budapest, cui fornisce l'acqua. Il Tibisco (o Tisza) attraversa l'Ungheria per ca. 600 km con corso grosso modo parallelo a quello del Danubio; il suo cammino è molto lento, sinuoso, e notevoli sono le variazioni della sua portata, con massimi che coincidono con lo scioglimento primaverile delle nevi e con minimi alla fine dell'estate; nel percorrere una zona fortemente depressionaria sino al secolo scorso le acque del Tibisco frequentemente straripavano, mentre oggi dighe e canali hanno di molto diminuito il pericolo di gravi inondazioni. L'Ungheria possiede il più vasto lago dell'Europa centrale (591 km²), il Balaton, elemento fondamentale dell'idrografia ungherese. Poco profondo (in media solo 3 m, con un massimo di 11 m), questo “mare degli Ungheresi”, sulle cui rive si affacciano note stazioni turistiche e termali, è soggetto a violente burrasche malgrado si sia provveduto a regolare con chiuse il deflusso d'acqua del suo emissario, il Sió, affluente di destra del Danubio. Altri laghi sono il citato Fertö e il piccolo Velence. Il suolo è ricco di falde freatiche, grazie alle quali si è potuto fortemente incrementare l'irrigazione e l'approvvigionamento d'acqua alle città e alle industrie.

Territorio: clima

Il clima, data la posizione geografica del Paese, è nettamente continentale, con forti escursioni termiche sia giornaliere sia annue; in alcune località si possono riscontrare valori massimi di 41 ºC e più e minimi di –34 ºC. A Budapest normalmente si registrano medie annue sugli 11-12 ºC con medie di gennaio intorno a –1 ºC e di luglio sui 22 ºC. In tutto il Paese però notevole è la variabilità del clima, essendo questo condizionato dall'alternarsi del predominio estivo delle masse d'aria d'origine mediterranea e di quello invernale degli anticicloni continentali provenienti da NE. Nelle stagioni di transizione hanno rilevanza gli influssi atlantici, responsabili delle precipitazioni, piuttosto variabili anch'esse; nel complesso sono però scarse, in genere più copiose all'inizio dell'estate (giugno-luglio) con valori medi in autunno; i massimi quantitativi si hanno sui rilievi occidentale (ca. 1000 mm annui) e i minimi nella regione orientale, steppica (meno di 600 mm annui); a Budapest sono dell'ordine degli 800 mm annui.

Territorio: geografia umana

Gli Ungheresi non appartengono alla grande famiglia indeuropea che, a eccezione dei soli Finlandesi, comprende tutti gli altri attuali abitatori dell'Europa; essi discendono infatti dai Magiari, asiatici inclusi nel gruppo etno-linguistico degli Ugro-Finnici, di cui hanno conservato appunto la lingua nonché vari tratti culturali, tuttora rintracciabili nel ricco folclore ungherese. I Magiari giunsero in Europa in epoca piuttosto recente; nell'odierna Ungheria – che anteriormente era stata popolata da Celti, quindi soggetta al dominio dei Romani, artefici di una sapiente organizzazione territoriale, più tardi devastata da molteplici invasioni di Unni, Slavi ecc. – trovarono ampie pianure steppiche, affini alle loro terre d'origine, e vi si stanziarono, fondendosi con i preesistenti elementi slavi e latini e dando vita alla fine del sec. X a uno Stato ben organizzato. Questo, subito cristianizzato, andò col tempo sempre più rinsaldando i suoi legami con il resto d'Europa, pur mantenendo profonde connotazioni originarie e un forte attaccamento ai valori nazionali, non intaccati nemmeno dal dominio turco e da quello asburgico; alla caduta dell'impero austro-ungarico, al termine della I guerra mondiale, il Paese fu in pratica definito nei suoi attuali confini. Durante l'epoca asburgica l'Ungheria aveva fatto tuttavia notevoli progressi economici, rispecchiati anche dal fortissimo accrescimento della popolazione, che era passata dai 2 milioni di ab. della fine del sec. XVIII ai 6,8 milioni di ab. della fine del secolo scorso. Successivamente, anche a causa delle perdite belliche, gli sviluppi demografici sono stati più contenuti; all'inizio del XXI sec. la popolazione si aggira intorno ai 10 milioni di ab., e registra anzi un decremento naturale continuo da oltre un decennio, dovuto soprattutto al modesto indice di natalità a fronte di una mortalità significativamente più elevata. Piuttosto modesta, se paragonata agli altri Paesi dell'Unione Europea, è la speranza media di vita nel Paese: 68 anni per gli uomini e 76 per le donne (2002). La moderna composizione etnica vede una forte prevalenza di magiari (84%), con minoranze Rom, di ruteni, tedeschi, romeni e slovacchi. Più rilevante è il numero di ungheresi all'estero (stimati intorno ai 5 milioni), specie nei Paesi confinanti (Romania ed ex Iugoslavia) e negli Stati Uniti. La densità è di 108 ab./km2 (stima 2002), e la distribuzione piuttosto omogenea, massimamente perché la generale uniformità morfologica del Paese non ha creato aree particolarmente repulsive allo stanziamento umano; tra le zone di più bassa densità sono le aree collinari e montane del Felföld e le regioni più aride dell'Alföld, che tuttavia negli ultimi decenni del XX sec. sono state teatro di una massiccia colonizzazione agricola e quindi di nuovo popolamento. Assai forte è però la corsa verso le città: la popolazione urbana ha raggiunto il 68% nel 2008, mentre era soltanto il 40% nel 1965. Gli insediamenti rurali, parte dei quali d'antica data e che hanno mantenuto intatte nei secoli le forme originarie, sono piuttosto vari, sia come impianto sia come dimensioni (in genere si hanno piccoli nuclei nelle aree collinari e sui rilievi e villaggi che presentano invece dimensioni spesso notevoli nelle pianure): così accanto ai centri di tipo slavo, con lunghe file di case allineate su strada, altri villaggi mostrano piccole case fittamente accostate e centrate su una grande piazza (o una larga arteria), dalla quale partono a raggiera numerose strade piuttosto strette. Un tempo fortificati e muniti di mura di difesa, si ritiene che tali villaggi, tipici dell'Ungheria, ripetano la forma degli antichi accampamenti nomadi. Dominano ancora il paesaggio agrario ungherese gli insediamenti e le strutture comunitarie determinati dalle cooperative agricole e dalle aziende statali, con i grandi capannoni per la custodia dei macchinari, le stalle, i magazzini, moduli d'abitazione piuttosto standardizzati. La storia di Budapest è trimillenaria; fu già una borgata celtica, poi la romana Aquincum, munita fortezza ai confini della Pannonia, con funzione militare assolta a lungo anche sotto gli Asburgo. Protetta alle spalle da rialzi collinari e attraversata dal Danubio, che separa i due nuclei originari, Buda e Pest (uniti amministrativamente solo nel 1873, anno d'inizio del grande sviluppo della città), Budapest deve invece le successive fortune alla posizione geografica, trovandosi all'incrocio di un'importante arteria di comunicazione che partendo dall'Adriatico si congiunge con il Danubio là dove il fiume sbocca in pianura. Rappresenta un luogo di facile transito e quindi di straordinario rilievo commerciale nel cuore dell'Europa, ulteriormente potenziato dalla costruzione di una fitta rete ferroviaria radiale. Pur ricca di nobili edifici, specie nella sezione di Buda, che attirano sempre grandi folle di turisti, di musei e istituti culturali, la capitale si è trasformata in una metropoli industriale (settori meccanico, tessile, alimentare ecc.) e commerciale nella quale si concentra oltre un quinto della popolazione complessiva se si considera anche la circostante area metropolitana. L'accrescimento della popolazione di Budapest è uno dei maggiori problemi urbani, sociali ed economici del Paese e riguarda soprattutto la cosiddetta “periferia ristretta” della città. I maggiori centri, tutti con funzioni industriali e commerciali e situati sulle grandi linee di comunicazione che si diramano dalla capitale, sono: Pécs, la romana Sopinae, famosa per monumenti, importanza culturale (vi fu fondata nel 1367 la prima università ungherese) e testimonianze storiche, situata nell'estremità meridionale del Transdanubio, a metà strada tra il Danubio e la Drava; Györ, posta invece al confine settentrionale della regione, rappresenta il maggior agglomerato del Kisalföld, attivato soprattutto dalle industrie; sempre nella fascia settentrionale, ma nel Felföld, Miskolc, ai margini orientali dei Monti Bükk, essa pure centro industriale ma anche vivace per commerci, incentivati dalle risorse agricole della regione, nell'Alföld, Szeged (Seghedino), affacciata al Tibisco e Debrecen, situata in un'area stepposa, agricola e pastorale, in prossimità della Romania, potenziata però dall'attivazione di molteplici industrie.

Territorio: ambiente

Il paesaggio naturale dell'Ungheria risente dei massicci interventi effettuati dall'uomo nel tempo, rivolti soprattutto a creare spazi sempre nuovi da destinare alle coltivazioni (che nel 2000 occupavano il 52% del territorio nazionale). L'ambiente, nel suo aspetto originario, è dunque limitato a zone sempre più ristrette, che spesso coincidono con le regioni montuose e meno adatte allo sfruttamento da parte della popolazione. Il clima e la composizione del suolo si ripercuotono sensibilmente sulla vegetazione: boschi rigogliosi, composti specialmente di querce e di altre latifoglie, restano sulle colline, mentre i rilievi più elevati sono ricoperti da foreste di conifere; vaste aree dell'Alföld sono tuttora occupate dalla puszta, la caratteristica steppa ungherese dai suoli lössici, un tempo dominio dell'allevamento nomadico, anch'essa tuttavia progressivamente assorbita dalle colture; qui trovano però ancora rifugio molte specie di uccelli migratori, tra i quali l'airone, la gru e la cicogna. Il cervo e il cinghiale abbondano nelle foreste alle alte quote, mentre la lepre, la pernice e il fagiano abitano in numero consistente le pianure. Tra i pesci d'acqua dolce si possono citare l'abramide, il luccio e la carpa. I gravi problemi ambientali dell'Ungheria sono stati determinati dal rapido e spesso incontrollato sviluppo industriale del Paese e sono costituiti, in particolare, dall'inquinamento atmosferico, delle acque e del suolo. L'inquinamento dell'aria, causato prevalentemente dalle emissioni di gas di scarico delle automobili e delle centrali elettriche, risulta particolarmente intenso nell'area metropolitana di Budapest, dove alle massicce emissioni di ossido d'azoto in inverno si aggiunge il problema dell'inversione termica, con conseguente impennata dei livelli di smog. Inoltre il patrimonio boschivo e ortofrutticolo, le vie d'acqua e gli edifici del Paese sono gravemente minacciati dagli effetti nocivi delle piogge acide. Precaria è poi la condizione del Danubio, che raccoglie gli scarichi civili e industriali del bacino della capitale, oltre che grandi quantità di pesticidi e concimi utilizzati nelle aree agricole della nazione ungherese. Proprio a Budapest ha sede la Commissione Internazionale del Danubio, che ha il compito di vigilare sullo stato di salute del grande fiume. Sempre sul fronte dell'inquinamento idrico, nel gennaio del 2000 un incidente verificatosi in una miniera aurifera rumena ha determinato il riversamento di una quantità enorme di cianuro nelle acque del Tibisco, affluente del Danubio, causando un disastro ambientale di enormi dimensioni. L'incidente ha seriamente compromesso la vita biologica del fiume, causando la moria di numerosissime specie di pesci, uccelli e mammiferi in Romania, Ungheria, Serbia e nel Mar Nero. Anche il lago Balaton è interessato dalla presenza di livelli eccessivi di sostanze inquinanti. A partire dagli ultimi anni del XX secolo si è sviluppata una sensibilità maggiore verso il patrimonio ambientale; le aree forestali costituiscono il 19,9% (2000) del territorio dell'Ungheria, ma le iniziative di rimboschimento hanno permesso al Paese di riguadagnare alcune porzioni di terreno boscoso. Il 5,6% del territorio nazionale è soggetto a tutela ambientale. Tra i numerosi parchi nazionali e riserve naturali il ruolo di protagonista spetta al Parco Nazionale Hortobágyi, una vasta area di praterie e zone umide, riconosciuta dall'UNESCO patrimonio dell'umanità (1999) insieme alle formazioni carsiche di Aggtelek; da ricordare poi anche il Parco Nazionale dei monti Bükk, che si estende su una zona montuosa di oltre 40000 ha. L'Ungheria ha firmato vari trattati internazionali in ambito ambientale, tra cui quelli relativi all'inquinamento atmosferico, all'eliminazione degli scarichi in mare, alle zone umide, alla biodiversità, alle specie in via d'estinzione e ai rifiuti tossici e nocivi. Nella capitale ungherese ha sede l'Ente per la protezione dell'ambiente dell'Europa orientale.

Economia: generalità

Prima tra i Paesi dell'Europa orientalead aver avviato una politica indirizzata alla liberalizzazione economica, l'Ungheria si è trovata a dover affrontare una difficile fase di transizione tra l'abbandono del sistema socialista di produzione e la piena adozione di quello capitalista di mercato, che ha richiesto un sostanziale impegno dello Stato nella gestione delle attività produttive. L'azione intrapresa dall'Ungheria ha avuto come obiettivo primario la ripresa e il potenziamento dei legami con l'Europa occidentale e centrale, affievolitisi nel secondo dopoguerra in seguito all'ingresso del Paese nell'area d'influenza sovietica, orientandosi inoltre a un rapporto più stretto con gli Stati Uniti, sottolineato anche dall'ingresso nella NATO. Uscita dalla seconda guerra mondiale in condizioni assolutamente disastrose, l'Ungheria si era avvalsa largamente degli aiuti sovietici per la ricostruzione del proprio apparato produttivo, una dipendenza molto marcata dalle impostazioni economiche proprie dell'Unione Sovietica. A partire dal 1947 l'economia ungherese fu retta da piani di sviluppo che avevano l'obiettivo di trasformare un Paese eminentemente agricolo in uno prevalentemente industriale; l'agricoltura fu riorganizzata sulla base di una radicale riforma che, eliminate le grandi proprietà, puntò sulla creazione delle cooperative, mentre l'industria (nazionalizzata al pari della quasi totalità dei settori economici) venne sistematicamente potenziata a danno delle altre attività. Al suo interno, furono nettamente privilegiate le produzioni di base a scapito di quelle destinate ai consumi. Il malcontento di vasti strati della popolazione sfociò nella ben nota insurrezione del 1956, alla quale fece seguito un indubbio tentativo da parte del governo di realizzare una programmazione più flessibile e più adeguata alle richieste del Paese, pur sempre però nei limiti imposti da un sistema economico rigidamente centralizzato e disciplinato. Ma nel 1968 il cambiamento fu radicale: senza mettere in discussione i principi fondamentali di un Paese a economia socialista, fu dato avvio a un graduale decentramento della pianificazione, furono adottati nuovi criteri di competitività e di profitto aziendale, la formazione dei prezzi di alcuni prodotti fu lasciata ai puri meccanismi del mercato. Questo processo di liberalizzazione (cui si è accompagnato sempre più un potenziamento dell'economia privata) ha avuto un indubbio effetto positivo grazie anche – in verità – al copioso afflusso di capitali esteri, che, determinando un innalzamento del tenore di vita, ha diffuso nella popolazione una mentalità sempre più consumistica, ponendo anche le premesse per inevitabili tensioni sociali. Infatti durante gli anni Ottanta e nei primi Novanta la disoccupazione è aumentata notevolmente, per poi attestarsi su livelli medi verso la fine del decennio (7% nel 1999) prima di scendere fino al discreto 5,9% del 2003. Simile andamento ha registrato l'inflazione, passata dal 25,6% del 1996, al 10,3% del 1999, al 4,7% del 2003. In entrambi i casi i primi anni del XXI secolo hanno fatto registrare dati estremamente positivi se comparati a quelli degli anni immediatamente successivi all'uscita del Paese dal blocco comunista. Verso la fine degli anni Novanta si è registrato un lieve calo delle esportazioni, controbilanciato dall'aumento della domanda interna, mentre la tendenza dell'inizio del XXI secolo è di segno positivo, con una bilancia commerciale assai vicina al punto di pareggio grazie all'incremento dell'export relativo ai beni strumentali. L'economia si è ulteriormente rafforzata, integrandosi sempre più con quella della UE, fino all'ingresso ufficiale del Paese nell'Unione stessa, avvenuto il 1° maggio 2004. Verso gli altri Stati membri è diretta gran parte delle esportazioni (approssimativamente quattro quinti del valore complessivo degli scambi), e da essi provengono anche le principali importazioni (oltre due terzi). Nel Paese continuano a confluire notevoli flussi di investimenti esteri, che assicurano una crescita industriale notevole e di buon livello; nel 2003-2004, in linea col trend registrato nelle annate precedenti, la ricchezza prodotta ha fatto registrare un aumento del 3% ca. (nel 2008 il PIL pro capite era pari a 15.284 $ USA), mentre si è mantenuto preoccupante il valore del deficit pubblico (intorno al 6%), per frenare il quale il governo ha decretato un taglio netto delle spese. Nonostante i progressi, la competitività dell'Ungheria sulla scena internazionale non risulta particolarmente buona, dal momento che il Paese, nel 2004, occupa soltanto il 25° posto nella classifica annuale stilata dall'IMD, mentre nel 2003 figurava al 22° posto.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

In Ungheria l'agricoltura rappresenta un settore ancora piuttosto debole, prevalentemente caratterizzato dalla presenza di piccole aziende a economia tradizionale. La meccanizzazione è ormai un dato consolidato e costituisce il punto di forza per un auspicabile sviluppo, insieme alla presenza di condizioni ambientali molto favorevoli: l'arativo e le colture arborescenti coprono oltre la metà della superficie nazionale: un valore tra i più alti in Europa . Il settore agricolo è già comunque in grado di soddisfare il fabbisogno interno e contribuisce, insieme ai prodotti zootecnici, anche alle esportazioni. Primeggiano i cereali, in particolare il mais (utilizzato largamente come foraggio) e il frumento (molto utilizzato dalla popolazione nella preparazione dei cibi). Seguono l'orzo, la segale e l'avena, infine il riso, tutti con produzioni non particolarmente degne di nota. Si coltivano inoltre in discrete quantità patate e vari ortaggi, specialmente pomodori, cipolle, fagioli, piselli ecc. Tra le colture frutticole primeggiano le mele, seguite da prugne, pesche, pere e albicocche. Particolare importanza riveste la viticoltura, che, diffusa sin dal Medioevo specie nelle regioni collinari dell'Ungheria settentrionale e occidentale, alimenta una produzione enologica largamente affermata, che contribuisce alle esportazioni con vini pregiati come il tokaj. La regione vinicola nella quale viene prodotto questo raffinato marchio enologico è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità, a suggello di una tradizione secolare. Produzione tipicamente ungherese è infine la paprica, ricavata dal peperoncino rosso. Le colture industriali comprendono la barbabietola da zucchero, il tabacco, piante tessili come la canapa e il lino, oltre a varie oleaginose quali il girasole, la colza e la soia. Il manto forestale non costituisce una risorsa economica degna di nota, in quanto la già limitata estensione boschiva non alimenta realtà produttive diffuse e consolidate. Il patrimonio zootecnico costituisce una delle principali ricchezze del Paese. I bovini sono ben rappresentati da razze sia da latte sia da carne; diffusi in tutto il Paese sono i suini, così come i volatili da cortile, i cui prodotti concorrono largamente alle complessive esportazioni del settore zootecnico; in minor quantità sono presenti gli ovini. Famosi in tutta Europa sono infine i cavalli (con prestigiosi allevamenti di razze da corsa), benché il loro numero sia in costante diminuzione. La pesca, mancando completamente nel Paese gli sbocchi al mare, è limitata al Danubio, al Tibisco e al lago Balaton. Pur potendo contare su attrezzature moderne, è attività notevolmente minacciata dall'inquinamento delle acque.

Economia: risorse minerarie e industria

Il sottosuolo ungherese non è particolarmente ricco di risorse, ma il Paese ha una discreta disponibilità di minerali energetici : lignite (nelle miniere di Márkushegy, Salgótarián, Tatabánja e del versante meridionale dei monti Matra), carbon fossile (localizzato nel bacino liassico di Pécs), petrolio, estratto nell'Ungheria sudoccidentale, gas naturale, uranio. Tra i minerali metalliferi un posto preminente occupa la bauxite; sono inoltre presenti, ma in limitate quantità, ferro, manganese, rame, piombo, zinco, oro. A Mád e Istenmezeje si ricava la bentonite. La discreta ricchezza di combustibili ha facilitato la realizzazione di numerose centrali termoelettriche; la produzione energetica è quasi interamente di origine termica. L'Ungheria può ormai contare su una struttura industriale moderna, che contribuisce per circa un terzo al PIL (34,3% nel 2000). Un ruolo di primo piano riveste l'industria siderurgica (con stabilimenti a Dunaújváros, Diósgyór e Ózd) acciaio, ghisa e ferroleghe; quella metallurgica produce in prevalenza alluminio e rame, ma lavora anche bauxite, zinco, piombo ecc. Assai diversificata e attiva in ogni genere di produzioni è poi l'industria meccanica, concentrata perlopiù nell'area di Budapest (autobus), ma presente anche a Györ (materiale ferroviario), Miskolc, Pécs e Szigetszentmiklós; fornisce soprattutto trattori, materiale ferroviario, veicoli commerciali, motori, utensili di vario genere, apparecchi radio e televisivi, materiale elettrico e apparecchiature elettroniche. Il centro di Székesfehérvár ospita numerosi stabilimenti di multinazionali straniere, come la Philips, la IBM e la Matsushita e rappresenta il cuore pulsante dell'industria elettronica ungherese. Un buon livello ha raggiunto l'industria tessile, largamente distribuita sulla superficie del Paese e che lavora principalmente cotone e lana, ma anche fibre tessili artificiali e sintetiche. Quello chimico è un altro dei settori di punta dell'economia ungherese: il Paese può contare su numerosi complessi, che forniscono fertilizzanti azotati, prodotti farmaceutici, resine e materie plastiche, soda caustica, acido nitrico, cloridrico e solforico ecc. In particolare, sono presenti stabilimenti farmaceutici a Budapest, Debrecen e Tiszavasvári. In progresso è anche l'industria petrolchimica; l'Ungheria possiede varie raffinerie, che in parte lavorano il greggio nazionale e in parte (come la raffineria di Százhalombatta, a SW di Budapest) il petrolio, che giunge dalla Russia mediante il famoso “Oleodotto dell'Amicizia”. Contraddistinta da un'antica tradizione, occupa un posto di rilievo anche l'industria alimentare; tra i vari settori prevalgono quello molitorio, il saccarifero, l'oleario e il conserviero. Particolare rinomanza hanno le carni insaccate, come il salame ungherese, che occupa una posizione di tutto rispetto nel quadro delle esportazioni insieme alle conserve. Numerosi sono altresì i birrifici e le manifatture di tabacchi (queste ultime localizzate a Salgótarián, Eger, Miskolc e Seghedino). Si annoverano, infine, cartiere (a Csepel e Lábatlan), cementifici, fabbriche di gomma (a Seghedino, Budapest e Nyíregyháza); di eccellente livello sono i cristalli e le ceramiche artistiche.

Economia: servizi

Notevole è la vivacità degli scambi interni, ma il commercio internazionale è addirittura basilare per l'economia ungherese. Il Paese esporta prevalentemente macchinari e mezzi di trasporto, prodotti industriali (chimici e petrolchimici, tessili, metallurgici), prodotti agricoli e zootecnici; importa in larga misura combustibili e minerali, varie materie prime (fibre tessili, legname ecc.) e semilavorate, macchinari per specifiche industrie. Nei primi anni Novanta la bilancia commerciale, gravata da un deficit consistente, ha registrato un'inversione di tendenza che è proseguita anche nei primi anni del XXI sec., fenomeno tuttavia accompagnato da una sensibile compressione dei consumi. Quest'ultima è stata determinata dalle dinamiche socioeconomiche della fase di transizione verso il sistema capitalistico in cui si è impegnata l'economia nazionale dopo la caduta del blocco comunista controllato dall'URSS. Sempre più rilevante si manifesta il ruolo svolto nell'interscambio con gli altri Stati membri dell'Unione Europea, mentre gli Stati Uniti confermano il proprio ruolo di principali investitori esteri. L'impatto dei capitali stranieri e il loro apporto all'economia nazionale ha determinato situazioni piuttosto anomale, come quella che all'inizio del XXI sec. vedeva oltre la metà delle banche e la quasi totalità delle assicurazioni nelle mani di compagnie non ungheresi. Nel corso dell'ultimo decennio del XX secolo questi comparti sono stati completamente privatizzati e il Paese, censurato nel 2000 dall'OCSE come paradiso fiscale, ha finalmente adottato una serie di norme antiriciclaggio. L'Ungheria riveste un ruolo di particolare rilievo nell'ambito delle comunicazioni dell'Europa centrorientale, grazie alla sua posizione e alla morfologia del suo territorio che, sebbene racchiuso entro una cerchia di monti, ha transiti facili pressoché in ogni direzione e che soprattutto è solcato dal Danubio, fondamentale arteria di traffici per gran parte del continente. La navigazione interna riveste come in passato notevole importanza e si svolge, oltre che sul Danubio, sul Tibisco e sul lago Balaton, accessibile però solo a piccoli battelli passeggeri a causa dei suoi bassi fondali. Le vie navigabili interne complessivamente ammontano a quasi 1400 km (2000) e, oltre ad agevolare i trasporti interni, facilitano i collegamenti con gli Stati limitrofi. Buona è la rete ferroviaria (8137 km nel 2003), nel complesso discretamente efficiente e che fa capo perlopiù a Budapest; la rete ungherese è poi allacciata sia a quella ucraina sia a quella di vari Paesi dell'Europa centroccidentale. Le strade, un tempo trascurate, sono state oggetto di fondamentale potenziamento, pur versando ancora in condizioni lontane dall'efficienza. Esse si sviluppano per ca. 170.000 km, ma meno della metà di esse è asfaltata e la manutenzione viene effettuata in modo irregolare. Nuovamente la capitale costituisce il grande nodo delle comunicazioni, servita da numerose superstrade che portano a Vienna, Belgrado, Cracovia ecc. Non esistono servizi aerei per i collegamenti interni al Paese, che del resto non presenta distanze enormi da un estremo all'altro del suo territorio, ma la compagnia di bandiera MALÉV (Magyar Légiközlekedési Vállalat), fondata nel 1946, ha una fitta rete di collegamenti in tutto il continente europeo, nell'Africa settentrionale e nel Medio Oriente.Il traffico si concentra negli scali di Budapest Ferihegy, Debrecen, Seghedino e Pécs. Il settore turistico risulta in espansione e ha tratto particolare impulso, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, dalle opere di miglioria effettuate dal governo ungherese per recuperare un patrimonio artistico-culturale trascurato e lasciato a se stesso durante il secondo dopoguerra. Le mete principali sono Budapest, capitale elegante e ricca di storia, e il lago Balaton, luogo di villeggiatura preferito anche dalla società bene del Paese.

Storia: preistoria

Le più note testimonianze della più antica presenza umana in quest'area sono quelle del sito di Vertesszöllös, poco distante da Budapest, scavato da L. Vertes, dove sono stati rinvenuti importanti livelli del Paleolitico inferiore con industrie su scheggia e resti fossili umani attribuiti inizialmente a Homo erectus o a un rappresentante arcaico di Homo sapiens. Ben rappresentato è il Paleolitico medio, in particolare nel giacimento all'aperto di Èrd (Budapest), con industrie su piccoli ciottoli di quarzite di età compresa tra la fine dell'interglaciale Riss-Würm e la prima fase del Würm, e associate a una fauna con orso predominante. Allo stesso periodo appartengono i livelli rinvenuti in altri giacimenti all'aperto come Tata (Komárom) o in grotta (Subalyuk, nei Monti Bükk). Il Paleolitico superiore è particolarmente diffuso. La sua fase iniziale è nota col nome di Szeletiano (datazioni più antiche al C14 intorno a 41.000 anni da oggi) dalla Grotta di Szeleta (Hámor); livelli dell'Aurignaziano antico sono datati nella Grotta di Istállós-Kö (Szilvasvárad) tra circa 44.000 e 39.000 anni da oggi. Particolarmente frequenti sono i resti di insediamenti di diverse fasi del Gravettiano orientale ungherese con età comprese tra circa 28.000 (Bodrogkeresztúr nel nord-est dell'Ungheria), 20.000 (Grotta di Balla nei Monti Bükk) e 12.000 anni da oggi (Dunaföldvár sul Meandro del Danubio, ecc.). Altrettanto interessanti le testimonianze dei tempi neolitici (stazioni di Alföld, di Bükk, di Körös, di HerpalyHalom, di Lengyel, da cui hanno preso nome altrettanti complessi culturali). Per le successive Età del Bronzo e del Ferro vanno ricordate soprattutto le scoperte fatte a Dunapentele, Egyek e Fuzesabony, spesso in necropoli composte di centinaia di sepolcri con abbondante corredo funebre. A partire dal sec. VII a. C. si diffondono elementi di cultura scitica, provenienti dalle steppe euroasiatiche di cui l'Ungheria può essere considerata l'estrema propaggine.

Storia: dalle origini alla Guerra dei Trent'anni

Il territorio compreso tra la Drava, il lago Balaton, il Danubio, i Carpazi e le Alpi Transilvane che, a grandi linee, corrisponde all'Ungheria storica, fu inizialmente popolato da genti di stirpe celtica (sec. VI a. C.), che vi portarono la civiltà detta di La Tène. La parte a sud del corso del Danubio fu occupata dai Romani nel sec. I d. C. e divisa in due province imperiali, la Pannonia superiore e la Pannonia inferiore, aventi rispettivamente come centri Carnuntum (oggi scomparso) e Aquincum (Buda). Col decadere dell'Impero la Pannonia divenne strada di passaggio per invasioni dirette verso l'Italia di Marcomanni e Quadi (sec. II e III d. C.); più tardi di Alani, Vandali, Unni e Ostrogoti, i quali ultimi vi risiedettero alcun tempo fino alla loro invasione dell'Italia (fine sec. V), mentre Gepidi ed Eruli vi si stanziavano stabilmente. Sopravvennero i Longobardi (inizio sec. VI) che, distrutti i primi e forse fusisi con i secondi, emigrarono poi in Italia, lasciando il posto (568) agli Avari il cui regno venne abbattuto da Carlo Magno nel 796: gran parte della regione passò allora sotto il controllo dei Carolingi. Alla fine del sec. IX si formò un effimero regno slavo della Grande Moravia, comprendente l'antica Pannonia, ben presto travolto da un popolo ugro-finnico misto con elementi turchi, chiamato Magiari o Ungari. Provenienti dalla zona del Volga, installati nell'Ucraina orientale, sotto la pressione dei Peceneghi si portarono, guidati da Árpád, nella Pannonia (prima dell'897). Gli elementi ugro-finnici, più portati all'attività pastorale, ebbero il sopravvento su quelli turchi e il popolo magiaro, anche per influenza del cristianesimo, divenne un popolo sedentario. Il regno raggiunse l'apogeo del suo prestigio con Vajk, convertitosi al cattolicesimo con il nome di Stefano, che ottenne nel 1000 da papa Silvestro II la conferma del potere con la corona reale, detta da allora di Santo Stefano e che diverrà il segno mistico dello Stato magiaro. Seguì la conversione di gran parte del popolo, talora imposta con la violenza. La Chiesa acquistò ben presto una grande influenza: nel 1001 fu stabilito un arcivescovato e alla fine del sec. XI i vescovati erano già una decina. Il Paese fu diviso in contee sul modello carolingio; sorsero delle città, la capitale fu fissata a Székesfehérvár e il regno godette di una relativa sicurezza. Tale situazione non venne mutata dalla rivolta dei pagani (1049), dall'invasione dei Peceneghi e dei Cumani, né dalle lotte di successione tra i discendenti di Stefano. Il guelfismo di Ladislao I (1077-95) durante la lotta delle investiture e di Géza II (1141-62) nel periodo di Federico Barbarossa fu premiato con la concessione ai re ungheresi da parte del papato di esercitare il diritto di investitura dei vescovi. I sovrani árpádi difesero le frontiere con una solida cintura fortificata, ma non seppero assorbire né le popolazioni slave sottomesse (Slovacchi a N, Croati a S) né quelle provenienti dalla steppa (Peceneghi, Székely) infiltratesi nel territorio e viventi secondo statuti loro propri. Con l'acquisto della Croazia (1102) l'Ungheria sboccò sull'Adriatico venendo in contrasto col regno di Bosnia e con Venezia, ma non riuscì ad affermarsi stabilmente in Dalmazia. All'interno coloro che avevano ottenuto delle terre in cambio dell'obbligo di seguire il sovrano in guerra dentro e fuori i confini del regno le trasformarono gradatamente in beni patrimoniali propri creando Stati nello Stato e divenendo più forti del re. Dopo Béla III (1172-96), con cui l'Ungheria raggiunse l'apice della sua potenza, le lotte intestine tra i suoi eredi provocarono un ulteriore indebolimento del potere dello Stato poiché i contendenti alienarono gran parte dei beni della corona per procurarsi seguaci. Questa nuova feudalità (Secondo Ordine), affermatasi soprattutto sotto Andrea II (1205-35), riuscì nel 1222 a strappare al re la Bolla d'Oro assicurandosi numerosi privilegi quali l'esenzione dalle imposte e la libera disposizione dei possedimenti. Pari potenza ottenne pure la Chiesa (i cui esponenti costituirono il Primo Ordine), la quale nel 1217 aveva spinto Andrea II a un'infruttuosa crociata. L'opera restauratrice di Béla IV (1235-70) fu resa vana dall'invasione mongola di cui approfittarono i feudatari proprietari di fortezze per resistere all'autorità regia ed estendere i loro domini sui territori non fortificati. Durante il regno di Ladislao IV il Cumano (1272-90) anche i proprietari minori, liberi o semiliberi (Terzo Ordine) si radunarono costituendo comitati che fecero da contrappeso all'oligarchia, ma indebolirono ulteriormente il potere del re. Con l'avvento dell'ultimo degli Árpád, Andrea III il Veneziano (1290-1301), il Paese fu dilaniato dalle pretese di principi stranieri alla corona. Vinse Caroberto d'Angiò (1308-42), il candidato della Santa Sede, il quale sconfisse gli oligarchi ma fece una nuova distribuzione delle terre favorendo stranieri o famiglie ungheresi a lui fedeli. L'esercito diventò totalmente feudale; furono create nuove imposte, sviluppate nuove industrie, risanata la moneta. Quest'opera risanatrice fu continuata dal figlio Luigi I il Grande (1342-82) sotto il cui regno l'Ungheria tornò a essere una grande potenza. Manovrando abilmente tra Boemia, Asburgo, Baviera, Venezia e Polonia, poté conservare il possesso della Dalmazia, cingere la corona polacca (1370) e costringere la Bosnia, la Valacchia, la Moldavia e la Repubblica di Ragusa a riconoscersi vassalli della corona magiara; diede anche l'avvio a una politica marittima. All'interno però la situazione rimase immutata: la Bolla d'Oro venne riconfermata nel 1351 e alla morte di Luigi I il Paese fu nuovamente dilaniato dalla guerra civile: la figlia Maria spodestata da Carlo II di Angiò-Durazzo (Carlo III a Napoli), assassinato poche settimane dopo l'incoronazione (1386), dovette rassegnare il potere nelle mani del marito Sigismondo di Lussemburgo (1387), il quale per avere aiuti contro le pretese di Ladislao di Angiò-Durazzo, figlio di Carlo II, fu costretto ad accordare privilegi anche alla piccola nobiltà così che il peso delle imposte finì col gravare prevalentemente sul Quarto Ordine, quello dei servi. In questo periodo di guerre intestine andò perduta la Dalmazia occupata dai Veneziani (1402) e il pericolo turco si fece sempre più vicino dopo la distruzione delle forze serbe avvenuta a Cossovo (1389) e la rotta subita da Sigismondo a Nicopoli (1396). La situazione peggiorò ulteriormente quando dopo il breve regno di Alberto d'Asburgo (1437-39) la corona passò a Ladislao di Polonia (1440-44) che venne sconfitto e ucciso dai Turchi a Varna: la difesa del Paese rimase affidata al condottiero János Hunyadi che con le forze dell'Ungheria meridionale resistette agli Ottomani difendendo eroicamente Belgrado (1456). Alla morte del re-fantasma Ladislao V Postumo (1445-57) fu eletto il figlio di J. Hunyadi, Mattia Corvino (1458-90) il quale riorganizzò il Paese, ma sbagliò abbandonando la lotta contro i Turchi e volgendo le sue forze a occidente; conquistò la Stiria, Vienna (1478), la Moravia e la Slesia (1479), ma alla sua morte tutto andò perduto. I deboli successori, Ladislao II Iagellone (1492-1515) e Luigi II (1516-26), dovettero rinunciare all'esercito stanziale e, attribuendo tutti i poteri alla classe nobiliare e aristocratica, indebolirono lo Stato a tal punto che, caduta Belgrado (1521), l'esercito non riuscì più a contenere l'avanzata ottomana e si sfasciò dopo la battaglia di Mohács (1526), cesura fatale della storia ungherese. L'Ungheria rimase divisa in tre parti: una striscia a occidente del lago Balaton, dai Carpazi al mare, con capitale Pozsony, in mano a Ferdinando I d'Asburgo; tutta la pianura centrale ivi compresa Buda (1541) ai Turchi; la Transilvania, sotto il protettorato turco, in mano a G. Szapolyai, eletto re d'Ungheria dalla nobiltà e incoronato a Székesfehérvár. Tale ripartizione, durata un secolo e mezzo, impoverì il Paese per le distruzioni dei raccolti causate dalle continue guerre e per le imposte eccessive. Solo la Transilvania salvò parzialmente le istituzioni e la cultura magiara e, abbracciata la Riforma calvinista, proclamò per prima in Europa la libertà di coscienza (1560). Nella parte austriaca l'imperatore Rodolfo II, a iniziare dal 1604, lottò contro il calvinismo provocando una rivolta che, capeggiata da S. Bocskai, portò a una cruenta lotta tra l'Ungheria seguace del credo cattolico e la Transilvania di cui Bocskai era diventato principe: lotta che, continuata dai suoi successori Gábor Bethlen (1613-29) e György I Rákóczy (1630-48), si intrecciò con le vicende della guerra dei Trent'anni.

Storia: dall'invasione turca fino al regno di Francesco Giuseppe

Sotto György II Rákóczy (1648-60) la Transilvania fu devastata dai Turchi e i suoi successori divennero fantocci nelle mani del sultano. Nella parte soggetta agli Asburgo gli imperatori tentarono di instaurare l'assolutismo regio provocando una congiura dei magnati che, scoperta (1671), portò alla morte e alla confisca dei beni dei cospiratori e all'annientamento dei protestanti. Liberata dai Turchi a opera dell'esercito imperiale, l'Ungheria vide ridefinite le sue frontiere dai Trattati di Carlowitz (1699), di Passarowitz (1718) e di Belgrado (1739). Fu allora introdotta la monarchia ereditaria, furono colonizzate con popolazioni serbe e romene le zone spopolate dalle lunghe guerre, fu accettata la Prammatica Sanzione del 1713. In tal modo le sorti dell'Ungheria rimasero vincolate a quelle della casa d'Austria. Nel periodo di governo di Carlo VI (1711-40) e di Maria Teresa (1740-80) la centralizzazione del potere a Vienna aumentò sempre più a scapito di quello degli Ordini locali. L'alto clero e la grande aristocrazia, stabilitisi a Vienna, finirono con lo snazionalizzarsi, mentre la borghesia, sviluppata nei Paesi occidentali, sotto l'influenza del sorgente capitalismo continuò a languire: peggiorò anzi dopo l'acquisto, da parte degli Asburgo, della Galizia e l'inclusione della Transilvania nella sfera austriaca: solo il Banato nel 1778 fu riunito all'Ungheria. Tuttavia, nello stesso periodo, Buda fu ricostruita e vi fu fondata un'università; migliorò la sorte dei servi per la protezione della monarchia contro la nobiltà, tenacemente attaccata al privilegio dell'esenzione dalle imposte. Ne prese spunto la corte di Vienna per lottare contro l'elemento magiaro favorendo ancora elementi allogeni e, sotto Giuseppe II (1780-90), addirittura per tentare la germanizzazione dell'Ungheria provocando un'opposizione nazionalistica che portò alla revoca delle disposizioni giuseppine da parte di Leopoldo II (1791). Lo scoppio della Rivoluzione francese e le congiure giacobine scoperte in Ungheria e a Vienna indussero Francesco II (1792-1835) a soffocare ogni progetto di riforma. L'Ungheria rimase tuttavia fedele agli Asburgo. Probabilmente sotto l'influenza del romanticismo, alcuni Ungheresi, primo fra tutti il conte I. Széchenyi, in economia liberoscambista, progettarono riforme sociali, politiche e giuridiche per risollevare le sorti del Paese. Tali proposte, che rivitalizzarono la lingua e la letteratura magiara, divennero il patrimonio della nobiltà piccolo-proprietaria. La repressione austriaca, lungi dal soffocare il movimento, lo spinse su posizioni radicali di cui divenne massimo esponente L. Kossuth. La rivoluzione del 1848 fu dapprima legalitaria e tentò di realizzare il programma di Széchenyi, ma quando il governo di Vienna tentò di annullare le concessioni fatte (4 marzo 1849) il programma di Kossuth trionfò: il 14 aprile a Debrecen fu proclamata la caduta degli Asburgo. Gli errori strategici del pur valoroso generale ungherese Görgey e, soprattutto, l'intervento russo, distrussero l'indipendenza dell'Ungheria (13 agosto); la reazione fu violentissima, le condanne a morte colpirono anche patrioti moderati, quali L. Batthyány; altri, tra cui Kossuth e Andrássy, ripararono in esilio. L'Ungheria fu smembrata: la Transilvania e la Croazia (divenuta Croazia-Slavonia) coi distretti di Muraköz e di Fiume divennero luogotenenze speciali, e il banato di Temesvár fu diviso in cinque distretti. Lo scopo era di fondere completamente l'Austria e l'Ungheria: fu creata l'unione doganale tra i due Paesi, furono imposti i tributi su tutte le proprietà fondiarie, nell'amministrazione fu introdotta la lingua tedesca. Contro questo programma reagì tutta la nazione. La sconfitta austriaca a Sadowa (1866) indusse Francesco Giuseppe (1848-1916) a venire a un compromesso: l'Ungheria veniva riconosciuta regno a sé (e le furono aggiunte la Transilvania, Fiume e la Croazia-Slavonia questa con una propria autonomia) avente un suo Parlamento e un suo governo; organi comuni con l'Austria furono il sovrano e i dicasteri degli Esteri, della Guerra e delle Finanze; delegazioni paritetiche discutevano gli affari comuni. La capitale fu definitivamente trasportata a Buda.

Storia: il XX e il XXI secolo

Ben presto, però, tale compromesso venne minato da un crescente nazionalismo che proibì di trasformare la Duplice Monarchia in Triplice, cioè in uno Stato in cui gli Slavi avrebbero avuto la loro parte, e pertanto accrebbe la volontà di ribellione di questi ultimi, soprattutto dei Serbi dopo l'annessione della Bosnia-Erzegovina (1908). Al termine del primo conflitto mondiale gli Ungheresi proclamarono l'indipendenza del loro Paese (30 ottobre 1918), il cui territorio venne però mutilato (Trattato del Trianon, 4 giugno 1920) della Transilvania. Dopo il breve esperimento bolscevico di Béla Kun (marzo-agosto 1919), si ebbe la lunga reggenza dell'ammiraglio Horthy (1920-44), che tra il 1938 e il 1941 recuperò vaste regioni tolte alla Cecoslovacchia, alla Romania e alla Iugoslavia, ma trascinò inevitabilmente l'Ungheria nella seconda guerra mondiale (1941). Occupata Budapest dai Sovietici (febbraio 1945), col Trattato di Parigi (10 febbraio 1947) l'Ungheria fu riportata ai confini già assegnati dal Trattato del Trianon. All'interno, dopo un primo esperimento di governo di coalizione di partiti antifascisti, di cui il più numeroso era quello dei piccoli proprietari, il Paese fu controllato dal Partito Comunista e nel 1949 entrò a far parte del COMECON poi del Patto militare di Varsavia (1955). Nel 1956 la popolazione di Budapest insorse contro il regime dispotico di Rákosi, ma la rivoluzione fu domata dalle forze armate sovietiche e i capi più compromessi (Nagy, Maléter) furono condannati a morte. Dopo l'intervento sovietico, J. Kádár divenne il segretario del Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori (POSU). Kádár fu anche presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1956 e il 1958 e tra il 1961 e il 1965. Ma come primo segretario del partito (l'ultima volta fu rieletto nel marzo 1980) esercitò sempre un'influenza determinante sulla vita politica del suo Paese. Pur mantenendosi fedele all'Unione Sovietica, Kádár riuscì ad attuare una serie di riforme che hanno fatto dell'Ungheria il Paese più tollerante dell'intero Est europeo. Particolarmente importante fu la riforma del 1968, denominata “nuovo meccanismo economico”, grazie alla quale fu avviata la decentralizzazione dell'economia e parzialmente liberalizzata la gestione delle imprese. Nel maggio 1988 Kádár fu sostituito da Károly Grósz sia nella carica di segretario generale del POSU sia in quella di capo del governo; in giugno fu eletto alla presidenza della Repubblica l'indipendente B. Straub. Lasciata la guida dell'esecutivo a M. Nemeth (novembre) e introdotta la pressoché totale liberalizzazione dei prezzi, Grósz intensificò i rapporti con l'Occidente, mentre l'esodo di diverse migliaia di Magiari dalla Transilvania faceva crescere la tensione con la Romania. Nel 1989, nel clima di distensione internazionale indotto dalla perestrojka sovietica, il rinnovamento politico interno registrava rapidi progressi, culminando nella democratizzazione del regime: determinante era stata la rinuncia da parte del POSU al proprio ruolo egemonico ovvero il riconoscimento del pluralismo (febbraio), seguito quindi dalla reintroduzione del diritto di sciopero e dal ripristino della libertà di stampa. In giugno furono avviati colloqui con l'opposizione circa i tempi e i modi della transizione a un sistema pienamente liberale; furono celebrati in forma solenne, con un'enorme partecipazione di popolo e dello stesso capo dello Stato, i funerali di Imre Nagy, definitivamente riabilitato in luglio; sempre in giugno, esautorato Grósz, al vertice del POSU fu insediato un organo collegiale presieduto da R. Nyers. Nel corso dell'estate, infine, la tavola rotonda tra le parti approvò un nuovo sistema elettorale e l'elezione popolare di un presidente dotato di ampi poteri. In ottobre, il XIV Congresso straordinario del POSU si concluse con la scissione del partito la cui maggioranza dava vita al Partito Socialista Ungherese (PSU) presieduto da Nyers, mentre la minoranza conservatrice optava per la permanenza nel POSU Il Parlamento suggellò la svolta approvando quasi all'unanimità la nuova Costituzione provvisoria della Repubblica d'Ungheria, privata della qualifica “popolare”, proclamata formalmente il 23 ottobre 1989. Tale trasformazione portò ben presto a nuovi rapporti con l'estero, caratterizzati soprattutto dallo smantellamento della “cortina di ferro” al confine con l'Austria e dal consolidamento delle relazioni con i Paesi occidentali favorevoli alla liberalizzazione. Le prime elezioni libere del dopoguerra, (marzo-aprile 1990) furono vinte dal Forum Democratico (MDF) il cui leader, J. Antall, formò un governo di coalizione di centro-destra che accelerò il processo di trasformazione dell'economia verso il modello liberista. Alla presidenza della Repubblica venne eletto À. Göncz, scrittore membro dell'Alleanza dei Liberi Democratici (SDS). Scomparso Antall nel dicembre 1993, fu eletto primo ministro P. Boross, che guidò un'altra coalizione di centro-destra. Le elezioni del 1994 registrarono però una pesante sconfitta di Forum Democratico per mano del Partito socialista di G. Horn, che conquistò la maggioranza assoluta in Parlamento assicurando al suo leader la guida del nuovo governo. Furono consolidati i rapporti con la Comunità Europea (di cui l'Ungheria divenne Paese associato nel 1991) e con alcuni Stati dell'Europa orientale. Con la Polonia, tuttavia, si ebbero tensioni dovute a divergenze sullo sfruttamento delle acque del Danubio e alla conflittualità esistente tra le minoranze etniche dei due Paesi. Analogo fu il problema con la Romania per la scarsa tutela della minoranza magiara di Transilvania. Il rapporto via via più stretto con l'Alleanza atlantica si concretizzò, durante il conflitto serbo-bosniaco, con la concessione di basi alla forza multinazionale e con l'invio in Croazia di un contingente non combattente. Nelle elezioni politiche del 1998 la coalizione di centro-sinistra venne sconfitta dalla destra nazionalista, guidata da Viktor Orban. Nel marzo 1999 l'Ungheria entrò a far parte della NATO, mentre nel 2000 venne eletto presidente Ferenc Mádl. Nel dicembre 2002, al vertice di Copenaghen, Il Paese avviò il negoziato per l'adesione all'Unione Europea. Le elezioni nazionali per il rinnovo del Parlamento (aprile 2002) registrarono la vittoria dell'opposizione social-liberale e il passaggio di consegne dal premier uscente Orban (Giovani Democratici) al leader socialista P. Medgyessy. Nel 2003, con un referendum popolare, l'Ungheria si espresse a favore dell'adesione all'Unione Europea, avvenuta ufficialmente il 1° maggio 2004. Nell'agosto 2004 il primo ministro Medgyessy ha presentato le sue dimissioni dopo essere stato sfiduciato dai liberali, membri della coalizione di governo. Il partito socialista alla guida del governo, nel corso del congresso straordinario del partito ha designato come suo successore Ferenc Gyurcsàny. Nel giugno 2005 il Parlamento eleggeva il nuovo presidente della Repubblica: Laszlo Solyom, eletto con i voti dell'opposizione di centrodestra. Nell'aprile 2006 si svolgevano le elezioni legislative che venivano vinte dalla coalizione di centrosinistra, guidata dal premier F. Gyurcsàny. Nel dicembre 2007 il Parlamento ratificava il nuovo Trattato dell'Unione europea. Nel marzo 2009 il primo ministro dava le dimissioni e al suo posto veniva nominato Gordon Bajnai. Nel 2010 la coalizione Fidesz di centrodestra, guidata dall'ex premier V. Orbàn e finora all'opposizione, vinceva le elezioni aggiudicandosi i due terzi dei seggi del parlamento e sconfiggendo il partito socialista (MSZP). Nell'agosto del 2010 Pàl Schmitt, ex olimpionico, veniva incaricato dal Parlamento come nuovo presidente della Repubblica, mentre nell'aprile del 2011 veniva approvata la nuova costituzione, fortemente criticata dall'opposizione per la sua impronta ultraconservatrice. Un anno più tardi Schmitt doveva lasciare a causa di uno scandalo e nel 2012 veniva eletto presidente Jànos Ader. Alle elezioni legislative del 2014 la coalizione di governo Fidesz manteneva la maggioranza assoluta all'Assemblea nazionale, la cui composizione veniva ridotta, a partire da questa consultazione, da 386 a 199.

Cultura: generalità

C'è qualcosa di particolare nella cultura ungherese che la rende unica nel quadro dei Paesi membri dell'Unione Europea: un vago sapore di esotismo (non troppo invasivo, proprio come quello tipico della paprica) che si coniuga in modo armonioso con la magnificenza e l'austerità delle tracce del dominio asburgico. I numerosi bagni turchi disseminati nella capitale, gli accostamenti insoliti della gastronomia e le melodie zigane parlano di vicende storiche che hanno saputo vivacizzare e arricchire il patrimonio di un popolo. Ma è lo stesso idioma magiaro, che in Europa trova corrispondenze soltanto nel finlandese e nell'estone (ceppo ugro-finnico), a parlarci di un'unicità culturale che gli ungheresi hanno sempre difeso con orgoglio. Ostinatamente legata al proprio retaggio, l'Ungheria ha saputo esprimersi ai massimi livelli soprattutto nella musica e nella danza, discipline che hanno sempre avuto esponenti eccellenti (tra tutti spicca il compositore B. Bartók) e che continuano a essere estremamente popolari. Nonostante le notevoli distruzioni causate dalla seconda guerra mondiale sono ancora molte le testimonianze artistiche e architettoniche e numerosi sono i siti dichiarati dall'UNESCO patrimonio dell'umanità; tra questi si possono ricordare le rive del Danubio e il quartiere del castello di Buda a Budapest, il cimitero paleocristiano di Pécs e il monastero di Pannonhalma. L'università più prestigiosa del Paese, con sede a Pest dalla fine del XVIII sec., è dedicata a Eötvös Loránd, il fisico che nell'Ottocento inventò la bilancia a torsione, mentre in campo artistico l'istituzione principe è la Scuola superiore ungherese di arti figurative (Budapest, 1908).

Cultura: tradizioni

Fondato sui valori della civiltà contadina, il folclore locale ha origini molto antiche, ma è rimasto vivo anche con l'avvento del cristianesimo, pur negli inevitabili cambiamenti e adattamenti: ancora attuale è il complesso di usanze in occasione della festa di San Giovanni (24 giugno), in cui s'accendono i falò sulle alture attorno all'abitato; lungo le rive del Danubio invece vengono gettate nelle acque del fiume ruote fiammanti per scongiurare le inondazioni estive. Nella domenica delle Palme si brucia un pupazzo di stracci e paglia e poi lo si getta nel fiume, simbolo del passato digiuno quaresimale; Santa Lucia è sotto il segno della magia; si può gettare grano alle galline perché producano molte uova, ma non si deve cucire o dare soldi; a Natale i giovani passano di casa in casa questuando e cantando inni natalizi. Nelle czárdás si esibiscono complessi zigani che suonano musiche della tradizione con violini e cimbalon. Assai vivo è ancora l'artigianato, famoso per i ricchissimi costumi delle varie regioni, ornati di fini ricami che si richiamano a motivi floreali. Importanti sono la concia delle pelli e la lavorazione di cuoi pregiati: il caratteristico mantello indossato dai pastori magiari è costituito da sette pelli conciate ma non lavorate. Di raffinata fattura è pure il merletto, specialmente i matyò, eseguiti con filo colorato. § La ceramica predilige le terrecotte decorate con motivi floreali; ancora diffusa la scultura su legno e su osso, così come i lavori di ebanisteria e di falegnameria. La cucina ungherese, in cui primeggiano saporiti piatti a base di carne e farinacei, è ricca di tradizioni più che millenarie. Sua caratteristica distintiva sono i sapori agrodolci e l'uso di spezie, in primo luogo della paprica, preparata in numerose varietà e presente in tutte le pietanze più tipiche. Piatto particolare è il gulyás (gulasch), un ottimo spezzatino di carne, caratterizzato dalla paprica. Altre portate tipiche sono le zuppe di carne, le minestre a base di patate, lo sformato di crauti con salsiccia, il pollo alla paprica con panna acida e lo spezzatino di carne cucinato nello strutto con contorno di verdure. Tra i dolci, spesso guarniti con panna, si segnalano la palacsinta (molto simile alla crêpe) e lo strudel, oltre alle focacce con semi di papavero. I vini sono ben rappresentati, con prevalenza di rossi: primeggiano il sangue di Toro di Eger, il kadarka di Szekszard, il leanika e il celebre tokaj.Altre bevande di largo consumo sono la birra e i superalcolici, in particolare le celebri grappe di frutta e l'acquavite.

Cultura: letteratura: dalle origini al XIX secolo

All'inizio della letteratura, come della storia ungherese, sta la figura del santo re Stefano (975-1038), autore del De morum institutione ad Emericum ducem, conosciuto comunemente come gli “Ammonimenti al figlio”, che costituisce il testamento politico del fondatore del regno. A Stefano è legato, in quanto precettore del figlio, il benedettino san Gerardo, eminente figura nell'opera di conversione dell'Ungheria al cristianesimo, autore di numerose opere di propaganda religiosa di cui ci è pervenuta soltanto, incompiuta, la Deliberatio supra Hymnum trium puerorum (1046). A questo primo periodo della storia letteraria ungherese appartengono inoltre numerose opere agiografiche e religiose e varie cronache, tra cui le Gesta Hungarorum, redatte intorno al 1140 da un magister P. non meglio identificato, il Miserabile carmen super destructione regni Hungariae per tartaros facta (1244) del magister Rogerius (1233-66) e il Planctus destructionis Hungariae per tartaros, scritto da un ignoto monaco ungherese nel 1242. La serie delle opere di storiografia si chiude con la Cronaca di S. Kezai (1284). Ai primi anni del Duecento risale il primo brano di prosa ungherese, un discorso funebre, e alla fine dello stesso secolo il primo esempio di lirica, un Planctus Mariae Virginis: ma ancora per tutto il Trecento continua il predominio del latino. Nella storiografia si ricorda il Chronicon pictum vindobonense, redatto nel 1358 dal canonico M. Kálti e pervenutoci in un codice miniato (uno dei più bei libri illustrati che l'Ungheria possegga) che risale al 1370. Appare contemporaneamente anche il genere della biografia storica con l'opera De Ludovico Rege (ca. 1390) del cappellano di corte J. Apród detto Küküllei. Nel settore dell'agiografia si hanno le leggende di due sante del Duecento, santa Margherita, principessa reale, e la sua priora, la beata Elena: esempio dell'ascesi medievale più dura e realistica la prima, del misticismo più sofferto la seconda. Agli ultimi decenni del Trecento (ca. 1380) risale anche il primo libro interamente scritto in ungherese, una leggenda di san Francesco tradotta da fonti diverse. Il Trecento si chiude col regno di Sigismondo di Lussemburgo che invita in Ungheria Pietro Paolo Vergerio il Vecchio la cui attività segna l'inizio del Rinascimento in Ungheria, che culmina nel Quattrocento alla corte umanistica di Mattia Corvino, uno dei più importanti centri generatori di cultura accanto alla corte medicea di Firenze. Nella cornice della famosa Biblioteca Corvina, la più ricca dell'epoca dopo la Laurenziana, un nutrito stuolo di umanisti italiani e ungheresi assecondano le concezioni politiche del sovrano e, godendo del suo mecenatismo, portano ad una fioritura intensa le lettere, le arti e le scienze. Dopo gli anni di studio nella scuola ferrarese di Guarino da Verona e all'Università di Padova, giunge a piena maturazione in quell'ambiente il maggiore umanista ungherese, Giano Pannonio (1434-72). Tra i numerosi umanisti italiani della corte di Mattia Corvino vanno ricordati G. Marzio e A. Bonfini come coloro che con le loro opere si sono maggiormente inseriti nella sfera della cultura ungherese: il primo per avere dato un ritratto estroso, aneddotico del re mecenate, il secondo per aver rivestito di panni romani la storia ungherese conferendo alla materia delle cronache uno stile liviano. Ancora legata a un'impostazione medievale è invece la cronaca di un autore ungherese, J. Thuróczi (ca. 1435-ca. 1488). Oltre a Giano Pannonio, l'Ungheria ha dato in questo secolo alla Chiesa cattolica un altro personaggio di statura europea, il predicatore P. Temesvári (1435-1504), autore di prediche in latino raccolte nei volumi Stellarium e Pomerium. Negli anni successivi alla morte di Mattia Corvino il Paese precipita in una grave crisi politica determinata dal diffondersi della Riforma e soprattutto dalla sconfitta subita a opera dei Turchi a Mohács (1526). La tensione del periodo si ripercuote anche sull'animo dei letterati provocando una psicosi di tragedia, di lotta disperata, di fatalismo, di sospetti. Il canonico St. Stieröxel detto Taurinus (1480-1519) pubblica a Vienna nel 1519 la sua Stauromachia id est cruciatorum servile bellum, nella quale descrive con rude verismo le crudeltà della rivolta contadina e della sua repressione; I. Werböczy (1458-1542) codifica lo stato di subordinazione dei servi della gleba di fronte alla nobiltà terriera nel Tripartitum opus juris consuetudinarii inclyti regni Hungariae (1517). Se il movimento umanistico ungherese privilegiò l'uso del latino, dal Cinquecento in poi si assiste invece a un recupero del volgare, soprattutto nella poesia. Il volgare viene portato a un alto grado di perfezione da B. Balassi (1551-94), nella cui poesia confluiscono i temi della “cortesia” rinascimentale, un vivo senso della natura, un profondo sentimento religioso e l'esperienza eroica dei soldati di confine. Agli onori della stampa arrivano però solo le sue poesie religiose per opera di un seguace, poeta lirico egli stesso, J. Rimay (1569-1631), mentre le poesie amorose continuano a circolare manoscritte in una specie di clandestinità che è sorte comune di tutte le “canzoni di fiori”. Nel clima severo della Riforma e della decadenza politica si coltivano altri generi. Dopo le traduzioni parziali, cattoliche e hussite, del Quattrocento e quelle di ispirazione erasmiana del primo Cinquecento, alla fine del secolo (1591) si compie la traduzione integrale della Bibbia per merito del pastore calvinista G. Károli (1529-92). I cattolici non rispondono che nel 1626 con la traduzione integrale dovuta a G. Káldi (1572-1634). Altro genere che contribuisce non poco all'evoluzione della prosa ungherese è quello della polemica religiosa che raramente resta circoscritta al campo dogmatico, ma invade la storia e la politica. Nei generi destinati al consumo di pubblici più vasti predominano le “belle storie”, per lo più tradotte da fonti classiche, medievali, italiane, tedesche ecc.; fiorisce intanto l'attività dei cantastorie quali S. Tinódi (1505-56) e P. Selymes, che raccontano la storia delle continue scaramucce con i Turchi localizzate soprattutto nei posti di confine. Nel Seicento la polemica religiosa tocca i vertici con Le cause di tante rovine nei regni del predicatore luterano I. Magyari (1602) cui risponde il gesuita P. Pázmány (1570-1637), futuro arcivescovo e cardinale, che è la figura maggiore della Controriforma in Ungheria. Egli è nello stesso tempo l'innovatore più importante della prosa ungherese e della lingua in generale prima di Kazinczy. I suoi scritti ascetici, devozionali, didattici, polemici, apologetici, il suo carteggio e le sue prediche, riunite nei quindici grossi volumi dell'opera omnia, hanno per lungo tempo condizionato la vita intellettuale del Paese, ripristinandovi la maggioranza cattolica. Se i protestanti mettono al servizio della polemica religiosa anche il teatro, soprattutto per bollare le conversioni, i gesuiti coltivano il genere teatrale per finalità pedagogiche. Nell'opera di ispirazione cartesiana Piccola logica ungherese (1654) di J. A. Csere (1625-59) si riconosce il primo esempio di linguaggio filosofico ungherese. Allo stesso si deve inoltre la pubblicazione della prima enciclopedia in terra magiara. Nel 1675 nasce la prima impresa giornalistica con le Ephemerides Latinae di M. Szentiványi (1653-1705). Continua intanto il perfezionamento dei testi biblici, grazie soprattutto ad A. S. Molnár, autore di una nuova traduzione dei Salmi e primo revisore della Bibbia del Károli. Ma nel panorama letterario del Seicento emergono soprattutto i due poeti epici M. Zrinyi (1620-64) e I. Gyöngyösi (1624-1704). Il primo, un poeta-soldato che alla sua formazione su modelli italiani (Ariosto, Tasso, Marino) aggiunge il suo personale impegno, all'unisono con quello della nazione, e compone il poema eroico dedicato all'Assedio di Sziget già difeso contro i Turchi dal suo avo omonimo. Il poema è tradotto in croato dal fratello del poeta. Se Zrinyi rappresenta in un primo breve periodo giovanile l'aspetto bucolico e col suo poema principale l'aspetto eroico del barocco (completando la sua opera con trattati politici e militari), Gyöngyösi ne rappresenta gli aspetti fantasiosi, divertenti. Non senza fondamento egli è annoverato come celebratore di matrimoni nobiliari. Ascetica la poesia di Zrinyi, edonistica quella di Gyöngyösi, ambedue sviluppano le potenzialità del linguaggio poetico ungherese che con la poesia Kuruc, nata nelle contese militari tra nazionalisti e lealisti degli Asburgo, si arricchisce di una nota popolaresca. Nasce pure il genere dell'autobiografia, per merito del principe di Transilvania J. Kemény (1617-62), del famoso tipografo ungherese M. Kis (1650-1702) di Tótfalu, e del conte Miklós Bethlen (1642-1716). Il genere si sviluppa soprattutto nel Settecento; ne sono esempi interessanti le Confessioni del principe F. Rákóczi (1676-1735), scritte in latino, e soprattutto le Lettere dalla Turchia di un suo segretario, K. Mikes (1690-1761), che lo accompagnò nell'esilio in Turchia, opera questa di finissima introspezione psicologica e di ambiente sulla vita d'esilio, interessante inoltre come esempio di prosa rococò. Nella poesia ungherese del Settecento si vanno differenziando diverse correnti che fanno capo ad altrettanti modelli d'ispirazione. Alla scuola italiana si rifanno il gesuita F. Faludi (1704-79), che però inizia anche un indirizzo populista, e il soldato L. Amade (1703-64), tipico poeta rococò. Alla scuola propriamente populista o magiarizzante appartengono L. Orczy (1718-89) e Á. P. Horváth (1760-1820). La scuola classicheggiante è rappresentata dalla triade D. B. Szabó (1739-1819), M. Révai (1750-1807) e J. Rájnis (1741-1812). È invece la novità del contenuto a caratterizzare la poesia dei germanizzanti P. Ányos (1756-84), L. S. Szabó (1767-95) e G. Dayka (1769-96), sentimentali e pessimisti. J. Kármán (1769-1795), con le Memorie di Fanny, introduce il genere letterario del romanzo sentimentale in forma epistolare, A. Dugonics (1740-1818) quello del romanzo storico romantico e J. Gvadányi (1725-1801) quello del poema popolare e avventuroso. A chiusura del secolo si erge la maggiore figura dell'illuminismo ungherese, G. Bessenyei (1747-1811). A cavallo tra i sec. XVIII e XIX si sviluppa il movimento per il rinnovamento della lingua, rispecchiato nelle appassionate polemiche tra i cosiddetti ortologi e neologi: tra questi ultimi la figura maggiore è F. Kazinczy (1759-1831), un genio organizzatore che, attraverso un'attività infaticabile di epistolografo (l'edizione non ancora del tutto completa delle sue lettere riempie decine di grossi volumi) realizza una forma tutta particolare della vita letteraria. Nel campo della poesia la scuola classicheggiante raggiunge esiti altissimi con B. Virág (1754-1830) e D. Berzsenyi (1776-1836), mentre l'indirizzo italianizzante può vantare nomi come M. Csokonai Vitéz(1773-1805) e S. Kisfaludy (1772-1844): il primo riesce a unire a leggiadre forme del rococò anche una buona dose di populismo, mentre il secondo è un tardivo fiore del petrarchismo. Suo fratello, K. Kisfaludy (1788-1830), ha il merito principale di aver dato l'impulso decisivo allo sviluppo del teatro ungherese, non più portatore di finalità polemiche e pedagogiche, nonché di avere realizzato la prima importante rivista letteraria ungherese, Aurora (fondata nel 1821). Nel teatro dell'Ottocento le figure dell'autore e dell'attore spesso confluiscono: è il caso di J. Katona (1791-1830), autore della tragedia “nazionale” Bánk Bán (1819); anche Petöfi e Arany hanno vissuto un periodo transitorio della loro carriera sulle scene. Sorte non toccata invece a M. Vörösmarty (1800-55) e a I. Madách (1823-64) i cui lavori, rispettivamente la féerie Csongor e Tünde (1830) e il dramma storico-filosofico La tragedia dell'uomo (1861), segnano le vette del teatro ungherese. In quella stessa atmosfera di ricerca delle origini, che presso altri popoli ugro-finnici condusse alla raccolta del Kalevala finnico e del Kalevipoeg estone, nasce in Ungheria il poema eroico con La fuga di Zalán di Vörösmarty, il maggior poeta romantico, e con La morte di Buda di Arany (1817-82). Arany è una delle figure più complesse della letteratura ungherese poiché nonostante la componente romantica della sua ispirazione e il suo populismo politico (lo slogan dell'alleanza Arany-Petöfi è infatti “rendiamo il popolo dominante nella letteratura perché possa dominare anche nella politica”), egli è annoverato come figura rappresentativa del classicismo nazionale. Il suo capolavoro, la trilogia Toldi, ha come protagonista un nobile oppresso dal fratello feudalista e costretto a condurre la vita di un contadino, e quindi opera sul piano letterario una riconciliazione sociale altrettanto importante come la liberazione dei servi della gleba nelle assemblee nazionali riformatrici. L'amalgama tipicamente ungherese tra classico, romantico e populista giunge al suo punto di fusione più perfetta nella lirica libertaria, amorosa e soprattutto paesistica di S. Petöfi (1823-49), segnando nello stesso tempo la maggiore affermazione ungherese nel contesto della letteratura europea. All'indirizzo populista appartiene, tra gli altri, anche M. Tompa (1817-68). Grande fortuna arride nell'Ottocento ungherese al romanzo storico per opera di M. Jósika (1794-1865), Z. Kemény (1814-75), J. Eötvös (1813-71) e M. Jókai (1825-1904). Nella pubblicistica e nella letteratura politica giganteggiano le figure di L. Kossuth (1802-94) e di I. Széchenyi (1791-1860). Profetici risultano gli scritti di M. Wesselényi (1796-1850) sui pericoli della crescente espansione slava e di J. Eötvös sulle conseguenze delle idee dominanti del sec. XIX sullo Stato. Ultimo dei grandi scrittori politici è F. Deák (1803-76). Nella lirica, il nichilismo di J. Vajda (1827-97), il decadentismo crepuscolare di G. Reviczky (1855-89), il solipsismo di J. Komjáthy (1858-95) preparano la grande rinascita dei primi anni del sec. XX, che si riassume nella figura di E. Ady (1877-1919). Nel Novecento il monopolio della cultura passa dalle mani del clero, dell'aristocrazia e della nobiltà in quelle dei ceti medi. Fenomeno concomitante è l'“urbanizzazione” della letteratura: Budapest diventa non solo il centro della vita letteraria ma anche ispiratrice di temi e di atmosfere. Più che nelle sedute dell'Accademia e della Società Kisfaludy, la vita letteraria si svolge sulle colonne di riviste letterarie prestigiose come A hét (La settimana), fondata dal poeta ebreo J. Kiss (1843-1921), la cui figura sigilla la definitiva emancipazione degli Ebrei nel campo intellettuale; come Nyugat (Occidente), fondata nel 1908 da E. Osvát (1877-1929) e diretta più tardi da M. Babits (1883-1941), che lanciò anche Ady e che assicurò la continuità della vita letteraria ungherese fino alla seconda guerra mondiale, quando mutò il titolo, sotto la direzione di G. Illyés (1902-83), in Magyar Csillag (Stella ungherese); Napkelet (Oriente), fondata da C. Tormay (1876-1937) nel 1923 ma che, a onta della scelta del nome, non è proprio su posizioni opposte a quelle della Nyugat; infine la rivista Ùj idök (Tempi nuovi), fondata da F. Herczeg (1863-1954) ancora nel 1894, destinata a un pubblico più vasto della media e piccola borghesia. Nella narrativa, all'inizio del secolo è ancora attivo K. Bikszáth (1847-1910). Ma il pubblico di Budapest si riconosce piuttosto nelle opere, narrative e teatrali, di F. Molnár (1878-1952), più cosmopolita e brillante. Il terzo e quarto decennio del secolo segnano comunque la maggiore espansione della narrativa e del teatro ungheresi (compresa l'operetta) negli ambienti letterari internazionali: ai nomi di Herczeg e Molnár vanno infatti aggiunti quelli di L. Zilahy (1891-1975), di S. Márai (1900-89), di F. Körmendi (1900-72) e di molti altri. Nella poesia, e non solo in essa, il dominio passa dopo la morte di Ady nelle mani di M. Babits, poeta intellettuale, traduttore di inni sacri medievali, di poeti greci e della Divina Commedia, ma di popolarità non minore gode anche D. Kosztolányi (1885-1936) che dal crepuscolarismo impressionistico approda allo stoicismo filosofico. A. József (1905-37) segna nella lirica ungherese il maggiore grado di impegno sociale; G. Illyés trae invece le sue radici dall'ambiente rurale e diventa poeta intellettuale che realizza nel suo linguaggio la massima concentrazione sintattica, espressiva e di penetrazione psicologica. Il suo Un periodo sulla tirannide, una martellante requisitoria contenuta formalmente entro la struttura di un solo periodo, è l'espressione più alta della coscienza libertaria europea. Mentre Illyés rimane sempre sul piano del razionalismo, S. Weöres (1913-89) trapianta in Ungheria, anche in forme popolareggianti, tutti i motivi della poesia moderna europea, dal surrealismo al dadaismo, agli altri movimenti d'avanguardia. L'impegno sociale e la sperimentazione delle varie forme del modernismo europeo ispirato a indirizzi delle arti figurative si hanno invece nei versi in libertà di L. Kassák (1887-1967).

Cultura: letteratura: il Novecento

Nel Novecento due avvenimenti hanno messo in pericolo l'unità della letteratura ungherese: lo smembramento del Paese dopo la prima guerra mondiale con la conseguente riduzione degli Ungheresi a minoranze nazionali negli Stati successori, e lo spostamento dell'Ungheria nella sfera dell'influsso sovietico dopo la seconda guerra mondiale. Alla divisione del territorio gli scrittori hanno risposto con una straordinaria fioritura letteraria nella Transilvania (Á. Tamási, 1897-1966; J. Nyirö, 1889-1953; J. Dsida, 1907-38; L. Áprily, 1887-1967, e molti altri) e, pur se in misura minore, nella Slovacchia (L. Mécs, 1895-1978) i cui prodotti, anziché cadere in isolamento, sono stati recepiti completamente anche dall'editoria della madrepatria. Di fronte al secondo avvenimento gli scrittori emigrati non si trincerano in sterili isolazionismi ma seguono con vigile interesse l'evoluzione in Ungheria (László Cs. Szabó, Z. Szabó, S. Márai ecc.), mentre gli scrittori nella madrepatria cercano, da una parte, di rimettere in circolazione con una prodigiosa attività editoriale i prodotti letterari del passato e, dall'altra, di mantenere legami con la civiltà occidentale. La produzione letteraria ungherese degli anni Cinquanta è fortemente influenzata, quasi viziata, dalla situazione politica. Si individuano tre livelli: la letteratura “sponsorizzata” dal potere (B. Illés, 1895-1974); quella “tollerata”, spesso a malapena, come dimostra il caso di T. Déry (1894-1977), sottoposto nel 1952 a un processo-farsa per la mancata “coerenza politica” dei suoi romanzi; quella “proibita”: la maggior parte degli autori, degli intellettuali e delle riviste letterarie non omologabili vennero eliminati dal panorama culturale. Rimasero soltanto le riviste Csillag (1947) e Irodalmi Ùjság (1950-56), quest'ultima con un ruolo fondamentale per essersi schierata con i rivoltosi nell'ottobre del 1956. La rivoluzione che si svolse quell'anno ebbe una conclusione drammatica anche per il mondo culturale e letterario. Molti intellettuali, tra cui per esempio il già citato Déry, furono arrestati e condannati a lunghi anni di detenzione, o costretti all'emigrazione. Con la fase di “consolidamento” iniziata da J. Kádár, già nei primi anni Sessanta alcuni autori ripresero a scrivere. La poesia, ermetica e “de-oggettivata”, è percorsa da sfumature mistico-religiose (J. Pilinszky, 1921-81; À. N. Nagy, 1922-91). Illyés, L. Nagy (1925-78), F. Juhász (n. 1928) rappresentano invece la voce populista nelle sue diverse espressioni. La prosa è caratterizzata da un profondo rinnovamento linguistico e stilistico, anche se a tutta la prima metà degli anni Sessanta sono ancora presenti sulla scena autori noti sin dal primo dopoguerra. Il realismo psicologico di L. Németh (1901-75) analizza la classe media ungherese; nei romanzi di G. Moldova (n. 1934) compare la tematica della rivoluzione (Mulino nell’inferno, 1968); I. Kertész (n. 1929), vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2002, internato ad Auschwitz appena quattordicenne, rivive nella sua opera quell'atroce esperienza; G. Konrád (n. 1933) ambienta Il visitatore (1969) in una città "di sinistra". Fra tradizione e innovazione si collocano, tra gli altri, G. Ottlik (1912-90), I. Mándy (n. 1918), À. Göncz (n. 1922) e F. Sánta (n. 1927), che utilizzano con forza allegoria e simbolismo per descrivere la situazione politica ed esprimere la condizione umana nel loro tempo. Veri e propri innovatori sono M. Mészöly (n. 1921) e I. Orkény (1922-79). Il primo è stato considerato un esempio da intere generazioni (La morte dell'atleta, 1966; Saulo, 1968; Storie precise lungo la via, 1970; Film, 1976; Perdono, 1988); il secondo è stato il tipico rappresentante nella letteratura del piccolo uomo condannato all'ottimismo anche nella tragedia (Giochi di gatti, 1966; I Tóth, 1967; Novelle da un minuto, 1968). Negli anni Settanta si affermano prosatori come D. Tandori (n. 1938), P. Lengyel (n. 1939), P. Hajnóczi (1942-81), P. Nádas (n. 1942); e i più giovani P. Esterházy (n. 1950), e L. Marton (n. 1959) e L. Krasznahorkai (n. 1954). Di quest'ultimo è stato pubblicato in Italia, nel 2000, Le armonie di Werckmeister, opera dalla quale è tratto il lungometraggio omonimo del regista Béla Tarr. In campo femminile discreto successo ottiene A. Jókai (n. 1932), autrice di Povera Anna Sudár (2000) e Giorni (2001). Per quel che riguarda la poesia, dopo la morte di Illyés, è S. Csoóri (n. 1930) ad assumere il ruolo di vate nazionale. La nuova poesia ungherese è soprattutto “cittadina”, e ha al centro la sensibilità rassegnata dell'uomo metropolitano. Per il maggior poeta magiaro contemporaneo, G. Petri (n. 1943), la verità della poesia non può differenziarsi dalla verità del cuore e della ragione. I. Baka (n. 1948) rappresenta l'altra Ungheria, quella della provincia, con le sue tradizioni e i suoi miti. Nella letteratura ungherese di Transilvania (Romania) il rinnovamento è avvenuto attraverso tre generazioni di scrittori, a partire dagli anni Sessanta, con la fondazione della collana letteraria Forrás (Fonte). Per tutti gli anni Ottanta la politica culturale dissennata e sciovinista del governo romeno tese, tra l'altro, alla completa distruzione della letteratura delle minoranze. Negli anni Novanta sono emersi in modo significativo G. Tompa (n. 1957), Z. Láng (n. 1958), F. A. Kovács (n. 1959), T. Jakabbfy (n. 1961), R. Kisgyörgy (n. 1962). Ugualmente vive le letterature di lingua ungherese in Slovacchia (L. Grendel, n. 1948) e nella ex Iugoslavia, dove si è raccolto, intorno alla rivista Ùj Symposion, un gruppo di scrittori la cui “coerenza avanguardista” ha rappresentato un nuovo orizzonte e una concreta promessa per tutta la letteratura ungherese.

Cultura: arte

Romanizzata nel periodo che va dai Flavi a Marco Aurelio, nei sec. I e II l'Ungheria si arricchì di numerose città quali Sabaria (Szombathely), Scarbantia (Sopron), Valcum (Fenékpuszta), Sopianae (Pécs). Tra i maggiori documenti del tempo sono gli affreschi e i pavimenti a mosaico della villa del governatore a Obuda e le statue del capitolium di Scarbantia. Sotto gli Unni la lavorazione del metallo raggiunse un altissimo livello (calderoni in bronzo da Pécsüszög) nello stile policromo di origine pontica, ottenuto con pietre preziose. Gli Avari introdussero un tipico stile orientale con elementi dell'Asia centrale e dell'Iran, come si nota dagli oggetti metallici che sono pervenuti. Il loro influsso culturale si mantenne fino alla fine del sec. IX, quando il Paese fu occupato dai Magiari. Dopo la conversione dei Magiari al cristianesimo (sec. XI), si sviluppò in Ungheria il romanico, di derivazione occidentale, ma con sopravvivenze delle tradizioni indigene e orientali. Prima grande chiesa romanica può considerarsi la basilica di Zalavár, di tipo lombardo, modello per molte altre costruite nel sec. XI, in seguito distrutte o trasformate (Esztergom, Fehérvár, Somogyvár). Anche la scultura, di tipo decorativo, appare legata a moduli occidentali, specie francesi (Pécs, Somogyvár), pur non mancando esempi di influsso ancora barbarico. Poco si è conservato della pittura del sec. XI (affreschi della chiesa inferiore di Feldebrö), mentre ci sono giunti interessanti esempi della miniatura (Bibbia del monastero di Csatár, sec. XI), dell'arte tessile e dell'oreficeria (corona di S. Stefano). Il romanico perdurò fino alla metà del sec. XIII, con un'intensa attività edilizia dovuta soprattutto all'opera degli ordini monastici. Notevole l'influsso dello stile cistercense (chiese di Bélapátfalva, Pannonhalma ecc.), mentre in alcune chiese monastiche compaiono le due torri in facciata e la loggia interna (Westwerk) tipica dell'Europa occidentale, come nella chiesa di Ják (1256), il maggior esempio di questo tipo, dove anche la scultura decorativa e la pittura raggiungono elevati livelli. Dopo le devastazioni dell'invasione tartara (1241), la seconda metà del sec. XIII vide l'introduzione in Ungheria dello stile gotico, caratterizzato inizialmente da forme piuttosto semplici, soprattutto a Buda (Palazzo Reale, chiesa della Vergine o di Matyas, ampliata nello stile tardogotico da Mattia Corvino) e nei centri vicini. Ben maggiore l'attività artistica nel sec. XIV, specie durante il regno degli Angioini, che introdussero l'influsso italiano. Buda, divenuta ormai il principale centro del Paese, conobbe un notevole sviluppo, ma interessanti costruzioni sorsero anche in altre città (cittadella di Visegrád, castello di Diósgyör); non mancano esempi di Hallenkirchen di derivazione tedesca. Nel campo della scultura, notevoli la scultura lignea policroma, le decorazioni della chiesa della Vergine a Buda, i monumenti funebri e le statue equestri (San Giorgio, nel castello di Praga, 1373, opera dei fratelli Martino e Giorgio Kolozsvári), di accentuata influenza italiana. Questa è sensibile anche nella pittura murale, assai diffusa nel gotico ungherese (cappella del palazzo reale di Esztergom, di Niccolò di Tommaso). Una compiuta fusione del primo Rinascimento italiano col gotico di derivazione tedesca è il suggestivo altare di Tommaso di Kolozsvár a Garamszentbenedekt. Il maggior pittore del tardogotico è considerato quello che si firma M. S. (opere a Budapest e al Museo Cristiano di Esztergom). Assai fiorenti furono anche l'arte della miniatura e dell'oreficeria; vero capolavoro della tecnica dello smalto filigranato è il busto di re Ladislao a Györ. Nel corso del sec. XV, accanto a persistenze gotiche (chiese di Kolozsvár, Nyírbátor ecc.), si vennero affermando i modi rinascimentali, particolarmente durante il regno di Mattia Corvino (1458-90), il quale invitò alla sua corte numerosi artisti italiani, quali Masolino e Filippino Lippi. Vastissima fu in quel periodo la produzione architettonica, con la ricostruzione del Palazzo di Buda, sotto la direzione di Chimenti di L. Camicia, e del Palazzo di Visegrad (di entrambi ci è pervenuto assai poco). Tra i capolavori della scultura rinascimentale possono ricordarsi, oltre ai monumenti sepolcrali, i vari monumenti di stile rinascimentale innalzati dal vescovo Ippolito d'Este nel palazzo arcivescovile e nella cattedrale di Esztergom. In pittura, nonostante il persistere dei modi gotici (affreschi in palazzi e ville privati), l'influsso italiano importato da Masolino continuò con vari artisti di derivazione toscana e lombarda. Il periodo 1490-1526, caratterizzato dal prevalere come centro culturale di Esztergom, vide la continuazione dei modi rinascimentali. Il maggior monumento dell'epoca è la cappella del vescovo di Esztergom T. Bakócz, ispirata ai modi di Giuliano da Sangallo. Il quasi continuo stato di guerra succeduto alla caduta di buona parte dell'Ungheria sotto dominio turco provocò un periodo di sostanziale ristagno nelle arti. In architettura le maggiori realizzazioni sono opere di fortificazione, di tipo italiano (pianta quadrata con torri angolari), tra le quali possono ricordarsi quelle di Sárospatak e Nagybiccse. Modesta la produzione nel settore delle arti figurative. Nelle regioni assoggettate agli Asburgo e nella Transilvania sopravvisse a lungo lo stile rinascimentale. Anche nel sec. XVII l'attività artistica si mantenne, nel complesso, limitata, pur conoscendo un certo maggior dinamismo nella seconda metà del secolo. In architettura il barocco, sobrio, di derivazione romana, venne introdotto dai gesuiti (chiesa di Györ, modello per molte altre costruzioni religiose). Nel campo della pittura emergono le personalità di J. Bogdany, autore di nature morte, e A. Mányoki, ritrattista. Nel sec. XVIII, che conobbe una notevole ripresa architettonica, l'influsso barocco restò prevalente, ma si diversificò, in quanto ai modi italianeggianti se ne affiancarono altri di derivazione tedesca. Vasta in particolare la produzione di Fr. Hillebrandt, attivo nella ricostruzione di Buda e Pest. Nell'architettura religiosa si distinsero in particolare M. Witwer, C. Hamon, J. Fellner e M. Hefele, mentre numerose sorsero anche le costruzioni civili (ville, palazzi, collegi), tra le quali particolarmente importante Villa Esterházy a Fertöd (1764-66). Il maggior scultore del sec. XVIII può considerarsi G. R. Donner, di origine austriaca, cui si rifecero vari artisti locali. Degni di menzione anche G. Hebenstreit e J. A. Krauss. In pittura, dopo un periodo di netto influsso italiano, prevalse il gusto austriaco, soprattutto con l'opera intensissima di decoratore di F. Maulbertsch. Nel sec. XIX l'arte ungherese fu sostanzialmente inserita nel più vasto contesto europeo. Assai vasta la produzione architettonica di gusto neoclassico, soprattutto a Budapest; tra i maggiori esponenti possono ricordarsi M. J. Pollack, J. Páckh, G. Hild. A M. Ybl, di gusto neorinascimentale, si devono numerosi edifici di Budapest, fra cui il Teatro dell'Opera. Degna di menzione anche l'attività di O. Lechner, che tentò di avviare un'architettura nazionale magiara. Modesta, complessivamente, la scultura, il cui maggior esponente fu il classicheggiante J. Ferenczy. Mentre la pittura di tipo purista, iniziata da K. Marko, perdurò per tutto il secolo, dominando nelle accademie con N. Than e S. Liezen-Mayer, assai più vivace fu quella di ispirazione romantica, legata alla Francia e spesso ispirata a motivi patriottici, come in V. Madarász e M. Zichy. Notevole anche l'opera di M. Munkácsy (ispirata al realismo di Courbet), di P. Szinyei-Merse e L. Mednyánszky. All'inizio del sec. XX nacquero vari gruppi, come la scuola nazionale di Nagybánya e il gruppo degli Otto, di ispirazione cézanniana. L'architettura a iniziare dagli anni Venti ha subito il netto influsso delle correnti razionaliste, cui ha costantemente aderito, senza peraltro manifestazioni di particolare originalità. Nel campo della scultura, dopo una predominanza di motivi di derivazione francese, si è registrato il prevalere dei temi legati al realismo socialista, specie nella decorazione delle opere pubbliche. Anche per la pittura non si sono sviluppate, in Ungheria, correnti di avanguardia, in quanto la maggior parte degli artisti è rimasta legata ai modi realisti della scuola di Nagybánya e, in anni più recenti, al gusto realista sovietico. Il maggior pittore magiaro contemporaneo, L. Moholy-Nagy, e V. Vasarely non hanno operato in patria. Uno dei punti di riferimento dell'arte ungherese resta la galleria Liget nel parco comunale di Budapest, sede di mostre personali e collettive, mentre la principale associazione di giovani artisti della capitale (Studio), pur non accogliendo al suo interno grandi firme, porta avanti la tradizione artistica ungherese grazie a un proprio spazio espositivo piuttosto dinamico e vitale.

Cultura: musica

L'Ungheria possiede un patrimonio di canti e di danze popolari tra i più originali e ricchi del mondo. A B. Bartók e a Z. Kodály spetta il merito di aver rivelato nei primi anni del sec. XX – attraverso un sistematico lavoro di raccolta e di analisi – le reali caratteristiche della più autentica cultura musicale popolare. Questa si compone in prevalenza di brani vocali senza accompagnamento,sia monodici sia polifonici, con spiccate strutture modali e riferimento a modelli melodici fissi; il ritmo è mobilissimo e si distingue in due grandi categorie, la prima delle quali fa riferimento a schemi di danza e di marcia, la seconda si modella sugli schemi del “parlato”. Tra gli strumenti popolari più diffusi sono lo zufolo (furulya), la cetra (citera), lo scacciapensieri (doromb), la lira tedesca (tekerö), il piffero (tilinkó), la cornamusa (duda) ecc. Lo csimbalon e il violino sono strumenti caratteristici delle orchestrine tzigane. Nella musica colta, il canto gregoriano fu introdotto verso il sec. XI. Sia i trovieri (tra cui Peire Vidal), sia i Minnesänger (tra cui Oswald von Wolkenstein) sia infine i Meistersinger (come Michel Behaim) ebbero contatto con l'Ungheria e sui loro modelli si crearono nel tardo Medioevo compagnie di poeti musicisti (regös) che componevano soprattutto canti epici e cronistici. Ma un pieno rigoglio musicale si ebbe solo alla corte di Mattia Corvino (1458-90), che inaugurò una splendida tradizione di mecenatismo anche in campo musicale. Le prime espressioni musicali specificamente ungheresi si registrano però sotto il dominio turco (1526): tra i primi notevoli compositori sono i liutisti S. Tinódi (1505-56) e B. Bakfark (1507-76). Contemporaneamente si sviluppava un abbondante repertorio di canti religiosi polifonici e di danze strumentali (in particolare per clavicembalo). Tra le personalità più spiccate, nel sec. XVII, si annovera J. Kájoni (ca. 1630-87). Nel sec. XVIII si svilupparono diverse danze caratteristiche, tra le quali la verbunkos (reclutamento), in origine ballo di soldati, composto da una parte lenta introduttiva (lassu) seguita da una seconda gioiosa (friss). In questo periodo si verificò un fenomeno destinato a protrarsi sino a tutto l'Ottocento: da una parte i musicisti dell'area culturale germanica (tra i quali Haydn, Beethoven, Schubert ecc.) utilizzavano moduli stilistici mediati dalla musica ungherese; dall'altra la sempre più forte influenza, sui compositori ungheresi, dello stile sinfonico tedesco. La sintesi dei due momenti è vistosamente presente anche in compositori con aspirazioni nazionalistiche, come J. Ruzitska (1789-1869) autore del primo Singspiel ungherese, Béla futása (1822; La fuga di re Béla), F. Erkel (1810-93), autore dell'inno nazionale e di opere di soggetto nazionale, e F. Liszt (1811-86). Essa è ancora evidente in autori come E. (Ernst) Dohnányi (1877-1960), Ö. Mihalović (1842-1929) e nella produzione giovanile dei fondatori di un moderno stile ungherese, esemplato sui documenti del folclore nazionale e alimentato dalla meditazione delle più attuali esperienze compositive: B. Bartók (1881-1945) e Z. Kodály (1882-1967). Alla fine dell'Ottocento nacque anche l'operetta ungherese, con F. Lehár (1870-1948) e con I. Kálmán (1882-1953). La situazione musicale ungherese, sorretta da una capillare organizzazione didattica e ottime strutture nell'ambito dell'opera e del concerto, è caratterizzata da grande vitalità anche nel campo compositivo: da segnalare, tra i musicisti posteriori a Bartók, L. Lajtha (1892-1963), P. Kadosa (1903-83), S. Veress (1907-1992), G. Ligeti (n. 1923, dal 1956 attivo in Germania), Z. Durkó (n. 1934), A. Bozay (n. 1939), I. Lang (n. 1933), G. Kurtag (n. 1926). Nella capitale si svolgono ogni anno importanti manifestazioni dedicate a questo settore della vita culturale, tra le quali spiccano il ciclo d'opera e di balletti all'aperto sull'Isola Margherita, il Festival di primavera e le Settimane artistiche in autunno. Le orchestre ungheresi hanno fama internazionale e Budapest ospita istituzioni musicali prestigiose, quali la Filarmonica Nazionale Ungherese, il Madrigalensemble, l'orchestra da camera Frank Liszt e la Schola Ungarica.

Cultura: teatro

Solo sul finire del sec. XVIII, prima a Pest, poi con più fortuna a Kolozsvár (oggi Cluj-Napoca) in Transilvania, si formarono le prime compagnie professionali magiare. Nel Medioevo c'erano stati drammi liturgici in latino (sec. XI), rappresentazioni di miracoli e misteri, poi un fiorente teatro gesuitico (soprattutto durante la Controriforma) e (dal Rinascimento all'Illuminismo) frequenti visite di compagnie italiane e tedesche nelle Corti grandi e piccole che accoglievano anche spettacoli d'opera e di balletto. Fu il movimento illuministico, che in Ungheria ebbe anche carattere di affermazione della cultura e delle tradizioni nazionali, a far uscire il teatro dai palazzi nobiliari e dalle scuole dove era stato confinato e a metterlo in contatto con la gente. Sorsero, a iniziare dal 1769, teatri permanenti nella capitale e nelle maggiori città di provincia: il più importante fu il Teatro Magiaro di Pest, che divenne nel 1840 Teatro Nazionale sovvenzionato dallo Stato. Nel 1860 si affiancò a esso, sempre nella capitale, un Teatro Popolare; nel 1864 si aprì la prima scuola d'arte drammatica e nel 1884 il teatro d'opera, che aveva fino allora agito al Nazionale, dispose di una propria sede. Negli ultimi anni del secolo e nei primi del Novecento si moltiplicò il numero delle sale che importarono ed elaborarono in maniera autonoma il naturalismo e il simbolismo o produssero commedie di solido mestiere. Con l'avvento della Repubblica popolare tutta l'attività teatrale fu nazionalizzata e ricevette nuovo impulso. Nei primi anni del XXI secolo sono attivi nel Paese circa 50 teatri, molti dei quali si trovano a Budapest. Di particolare interesse, con spazio allo sperimentalismo e al filone comico, risulta la programmazione di piccole realtà come il teatro József Katona e il Mikroskop (Teatro minimo).

Cultura: danza

Il gusto per la danza si diffuse in Ungheria nei ceti più alti della società nel Seicento. Alla fine del sec. XVIII danze popolari ungheresi venivano rappresentate nei teatri viennesi (nel 1796 la coppia di ballerini italiani Viganò-Muzarelli danzò la verbunkos al teatro di corte di Vienna) e numerose compagnie straniere di balletto davano rappresentazioni in teatri ungheresi. Agli inizi del sec. XIX risalgono le prime compagnie ungheresi che presentarono balletti e pantomime, interpretati da attori, ma il primo ballerino professionista è considerato J. Farkas che nel 1820 con Fidanzato per caso presentò il primo balletto ungherese. Seguirono anni, soprattutto dopo la fondazione del Teatro Nazionale, di grande vivacità e interesse, in cui si affermarono numerosi ballerini, prima fra tutti F. Saáry. Gli avvenimenti politici che travagliarono il Paese intorno alla metà del sec. XIX segnarono una certa decadenza legata anche alla rinuncia della valorizzazione dell'elemento magiaro, ma la sua rinascita si ebbe con la creazione del Teatro dell'Opera nel 1884. Il corpo di ballo fu portato a 60 elementi, vennero scritturati in Italia i primi ballerini e i solisti migliori furono mandati a perfezionarsi a Milano. Per anni fu comunque notevole l'influenza italiana, direttori del balletto furono maestri italiani e tra il 1902 e il 1915 N. Guerra portò la compagnia dell'Opera a livelli eccellenti e formò, tra gli altri, F. Nadasi, destinato a succedergli alla guida della compagnia. Allievo di Guerra a Budapest era stato anche Aurel M. Milloss. Il maestro ungherese, che aveva trascorso gli anni decisivi della sua formazione all'estero, riparò in Ungheria dalla Germania all'indomani dell'avvento del nazismo, e in patria compose (1936) il suo capolavoro, Il mandarino meraviglioso (presentato solo successivamente alla Scala, 1942). L'altro ungherese di spicco nella storia della danza del sec. XX, R. Laban, operò a sua volta prevalentemente all'estero, in particolare in Germania e in Gran Bretagna, cosicché la sua vasta opera di sistematizzazione del sapere coreografico non ebbe pressoché alcun impatto sulla vita coreutica dell'Ungheria. Fin dagli anni Trenta intanto, accanto a Nadasi, eccellente maestro, era emersa la personalità creativa di G. Harangozó (1910-1974), che seppe riorganizzare il repertorio della compagnia. Dal 1950 si fece via via più marcata l'influenza della tradizione ballettistica russa: coreografi sovietici – primo fra tutti V. Vainonen – furono invitati a Budapest e titoli del repertorio classico russo e del repertorio sovietico contemporaneo cominciarono a essere regolarmente rappresentati. Tra i nuovi talenti di coreografi emersi negli anni Sessanta da ricordare Imre Eck e László Seregi. Nel 1960 Eck ha dato vita a Pécs a una nuova, agile compagnia, il Ballet Sopianae, oggi diretta da S. Tóth. Gli anni Settanta hanno visto la messa in scena di coreografie di F. Ashton, M. Béjart, G. Balanchine, A. Ailey. Un altro ungherese di talento, I. Marko, affermatosi nel Ballet du XXe Siècle di M. Béjart, nel 1979 ha fondato a Györ un'altra piccola compagnia di qualità, il Balletto di Györ. Grande impulso è stato dato, nel dopoguerra, anche alla grande passione degli Ungheresi per le danze popolari. Alla fine degli anni Settanta esistevano nel Paese oltre duemila gruppi folcloristici amatoriali in attività.

Cultura: cinema

A Budapest la storia del cinema comincia in modo precoce: già nel 1896 cominciano le prime proiezioni di pellicole e nei primi due decenni del XX sec. si registra una produzione particolarmente intensa, capace di realizzare oltre 100 film all'anno. Tra i pionieri del cinema magiaro si segnalano, negli anni Dieci, S. Korda (il futuro produttore Alexander) e M. Kertész (il futuro regista Michael Curtiz) a capo delle prime case produttrici e, durante la Repubblica dei Consigli (1919), partecipi dell'organizzazione di un'industria che, precedendo di quattro mesi l'URSS, fu la prima al mondo a essere per breve tempo nazionalizzata. Negli anni Venti, emigrati i maggiori talenti (compreso P. Fejös che si affermò negli USA e rimpatriò nel 1932 per Maria leggenda ungherese), vennero in luce soltanto i teorici come B. Balázs e gli sperimentalisti come L. Homoki-Nagy. Col sonoro e il parlato si ebbe una ripresa quantitativa, imperniata sullo studio Hunnia che attirò anche cineasti stranieri, ma con una produzione nazionale sempre più controllata ed emblematicamente evasiva, nella quale emerse tuttavia un eccellente attore: G. Kabos (1888-1941). L'unico film preliberazione di sicura qualità fu Uomini della montagna (1942) di I. Szöts, mentre nel primo dopoguerra il rimpatriato Balázs offrì il testo di È accaduto in Europa (1947) di G. Radványi. L'inizio del cinema nuovamente nazionalizzato fu l'eccellente Un palmo di terra (1948) di F. Bán, poi la dominante tendenza al realismo socialista venne corretta da commedie in costume, come Matteo guardiano d'oche (1949), primo film a colori, e Liliomfi (1954), dalla serie di documentari scientifici di I. Homoki-Nagy, tra cui La vita dei grandi stagni, e dagli apporti personali di registi quali Z. Fábri (Carosello, 1955; Il professor Annibale, 1956), F. Máriássy (Un bicchiere di birra, 1955), influenzato dal neorealismo italiano, I. Fehér (Libera uscita, 1957), K. Makk (La casa ai piedi delle rocce, 1958). Quest'ultimo nel 1961, con Gli ossessi, diede il primo segnale del rinnovamento annunciato anche da Cantata (1962) di M. Jancsó, Dialogo (1963) di J. Herskó e Venti ore (1964) di Fábri. Attraverso le personalità dominanti di Jancsó (Il mio cammino, 1964; I disperati di Sándor, 1965; L'armata a cavallo, 1966; Silenzio e grido, 1967; Venti lucenti, 1968) e di A. Kovács (Gli intrattabili, 1964; Giorni freddi, 1966; I muri, 1968), e attraverso i giovani registi formati dallo Studio B. Balázs quali I. Gaál (Anni verdi, 1965; Battesimo, 1968), I. Szabó (L'età delle illusioni, 1964; Padre, 1966) e l'operatore, documentarista e regista S. Sára (La pietra scagliata, 1968), nasceva così il nuovo cinema ungherese che si pose all'avanguardia della cultura nazionale (G. Lukács); caratteristiche essenziali la critica antistalinista, che tuttavia convoglia in una rigorosa analisi passato e presente, la capacità di valutare le responsabilità individuali nel quadro della società collettiva, con una franchezza e una lucidità che non sono più solo dei nomi prestigiosi, quali Jancsó (Salmo rosso, 1972; Elettra amore mio, 1975; Rapsodia ungherese e Allegro barbaro, 1979; Il cuore del tiranno, 1981) o Kovács(A occhi bendati, 1974; Il recinto, 1978; Amanti, 1984; La contessa rossa, 1985). Anche Makk, da Amore (1970) a Uno sguardo diverso (1983) e a Gioco per davvero (1984), l'anziano Fábri, gli ex giovani Gaál (Legato, 1978; Cocci, 1980) e Kósa (Oltre il tempo, 1973; La partita, 1980) sono tuttora sulla breccia, mentre è tornato in patria Radványi (Circo Massimo, 1980) e Sára ha alternato alla fotografia la regia, anche televisiva (Fuoco martellante, 1982). Tra i registi più prolifici emergono P. Bacsó e M. Mészáros che, dopo la trilogia dei Diari (1982, 1987, 1988), ha realizzato un'opera di grande sensibilità quale La settima stanza. Grande rilievo hanno assunto la tendenza sperimentale di G. Bódy (Souvenir d'America, 1976; Narciso e Psiche, 1980; Canto notturno di un cane, 1983) e quella del documentario di finzione o film-verità, cui appartengono Viaggio premio (1975) e Film-racconto: tre sorelle (1978) di I. Dárday, Missione (1976) di Kósa, Una vita del tutto normale (1977), Frammenti di vita (1980) e La rivolta di Giobbe (1984) di I. Gyöngyössy e B. Kabay, Un giorno speciale (1980) e Il tempo sospeso (1981) di P. Gothár, Non impallidire (1982) di G. e J. Gulyás. Tra le opere accolte da un grande successo anche internazionale non si possono dimenticare Angi Vera (1978) di P. Gábor e Mephisto, con cui Szabó è giunto al premio Oscar nel 1982, cui sono seguiti Il colonnello Redl (1985), Tentazione di Venere (1991), Dolce Emma, cara Bobe (1992). Della generazione emersa negli anni Ottanta la figura più interessante è stata senz'altro quella di G. Szomjas, autore di film di taglio robusto e di diversissima ispirazione: dal dramma psicologico, come Il trapanatore di muri (1986), al ritratto-biografia, come Mr. Universe (1988), alla commistione di noir e grottesco, come in Csokkal es korommel (1994). Degli anni Novanta sono da ricordare F. Cakó, Orso d'argento nel 1994 a Berlino con Ashes, B. Tarr e il suo straordinario Satantango (1994), J. Szasz, che con due soli titoli, Woyzeck (1994) e I fratelli Witman (1997), si è segnalato come uno dei migliori cineasti ungheresi.La massiccia produzione nazionale è stata duramente messa alla prova dalla penetrazione di film americani e nei primi anni del XXI secolo si è limitata a lavori di scarso interesse (in prevalenza commedie) o comunque incapaci di riscuotere successo sul mercato internazionale.

Bibliografia

Per la geografia

M. Pécsi, B. Sárfalvi, The Geography of Hungary, Budapest, 1964; B. Kovrig, The Hungarian People's Republic, Baltimora, 1970; M. Pécsi, Geomorphological regions of Hungary, Budapest, 1970; R. F. Robinson, The Pattern of Reform in Hungary, Londra, 1973; J. Held (a cura di), The Modernization of Agriculture: Rural Transformation in Hungary, 1848-1975, New York, 1980; I. T. Berend, G. Rauki, The Hungarian Economy in the Twentieth Century, Londra, 1985; E. Lichtenberger, M. Pécsi (a cura di), Contemporary Essays in Austrian and Hungarian Geography, Budapest, 1988; T. Schreiber, Hongrie. La transition pacifique, Parigi, 1992.

Per la storia

C. A. Macartney, Short History of Hungary, 900-1956, Edimburgo, 1971; M. D. Fenyo, Hitler, Horthy and Ungary: German-Hungarian Relations, 1941-44, Yale, 1972; J. Kadar, L'Ungheria e il socialismo, Roma, 1974; J. T. Berend, G. Ránki, Storia economica dell'Ungheria, Roma, 1976; F. Pölöskei, Hungary after Two Revolutions, Budapest, 1980; V. Branca, S. Graciotti (a cura di), Popolo, nazione e storia nella cultura italiana e ungherese dal 1789 al 1850, Firenze, 1985; H. G. Heinrich, Hungary: Politics, Economics and Society, Londra, 1986; P. Fornaro, Crisi postbellica e rivoluzione. L'Ungheria dei Consigli e l'Europa danubiana nel primo dopoguerra, Milano, 1987; P. Grilli di Cortona, Le crisi politiche nei regimi comunisti. Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia da Stalin agli anni Ottanta, Milano, 1989; V. Belhor, V. Kende, J. Ropnick, Democrazia da inventare? Culture politiche e Stato in Ungheria e Cecoslovacchia, Torino, 1991.

Per la letteratura

T. Kardos, Studi e ricerche umanistiche italo-ungheresi, Debrecen, 1967; F. Tempesti, Letteratura ungherese, Firenze-Milano, 1969; L. Pálinkás, Avviamento allo studio della lingua e letteratura ungherese, Napoli, 1970; G. Cavaglià, Gli eroi dei miraggi, Bologna, 1987.

Per l'arte

J. Balogh, A magyar renaissance épitészet, Budapest, 1953; Autori Vari, Magyarorszagi müvészet a honfoglaglalastól a XIX szazadig, Budapest, 1956; O. G. Pogany, Magyar festészet a XX szazadban, Budapest, 1958; G. Caradente (a cura di), Antica arte magiara dal X al XVII secolo, Roma, 1972.

Per la musica

B. Bartók, Scritti sulla musica popolare, Torino, 1955; J. Vigué, J. Gergely, La musique hongroise, Parigi, 1959; B. Szabólcsi, Geschichte der Ungarischen Musik, Budapest, 1964; J. Fabiàn, Modern Hungarian Music, In “The Musical Quarterly”, 1965; S. Vidal, La musique hongrois aujourd'hui, Parigi, 1980.

Per il cinema

G. Sadoul, Panorama du cinéma hongrois (1896-1952), Parigi, 1952; C. B. Levenson, Jeune cinéma hongrois, Lione, 1966; I. Nemeskürty, Word and Image-History of the Hungarian Cinema, Budapest, 1968; Ph. Maudiquet, Panorama du cinéma hongrois, Poitiers, 1971; L. Micciché, Il nuovo cinema degli anni '60, Torino, 1972; U. Casiraghi, Il cinema ungherese oggi, Bologna, 1975; G. Rondolino, Lászlo Moholy-Nagy (pittura, fotografia, film), Torino, 1975; V. Camerino (a cura di), Cinema ungherese ieri e oggi, Lecce, 1988.

Media

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