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Giòve (religione)

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Lessico

(latino Iuppíter Iovis). Dio sovrano delle popolazioni latine. Il suo nome è entrato a indicare, per estensione, divinità suprema, in particolare il dio cristiano: “Stefano, vicario del sommo Giove” (A. Pucci); Giove terreno, ironicamente, personaggio molto autorevole e influente; nella loc.: per Giove!, con valore di stupore, meraviglia, sgomento, ecc.; rendere le armi a Giove, ritirarsi dalla vita militare.

Mitologia

Il dio più importante del pantheon latino deriva da un essere supremo celeste della tradizione indoeuropea, come dimostrano il nome, tratto da una radice indicante il cielo luminoso e gli epiteti, quali Lucezio, Folgoratore, Tonante, Pluvio. Concepito come sommo reggitore del mondo, veniva venerato sulle sommità dei monti e invocato a garanzia dei patti, giuramenti, confini, leggi, ecc., insomma di tutto ciò che contribuiva a instaurare e a mantenere l'ordine civile. Le città latine lo assunsero a simbolo e garanzia dell'unità politica confederale. Gli dedicarono un tempio sul monte Albano, dove ogni anno per la Festa Latina (Feriae Latinae) gli veniva offerto un sacrificio comune da parte dei delegati delle città della Lega. Giove era inteso come un dio trascendente gli interessi particolari delle singole città; esso era il dio del mondo e, più che i rispettivi istituti cittadini, salvaguardava il diritto delle genti, come dimostra il fatto che gli ambasciatori (a Roma, i feziali) operavano in suo nome. I Romani, con una determinante svolta politico-religiosa, che cominciò a manifestarsi verso la fine del sec. VI a. C., vollero identificare il proprio ordine civico con l'ordine universale del dio, facendone la propria divinità poliade ed erigendogli sul Campidoglio un tempio in cui venne venerato con i titoli di Ottimo e Massimo. Il sacerdote romano di Giove era il flamine diale, che rappresentava il dio quasi come una sua immagine vivente e in un certo senso anche i feziali e gli auguri, detti ufficialmente “interpreti di Giove Ottimo e Massimo”, che erano consultati per accertare l'adeguamento della volontà del dio alle decisioni di Roma. Giove era venerato alle idi di ogni mese (una specie di festa del plenilunio) e con particolare solennità alle idi di settembre e di novembre. I suoi templi più antichi erano, oltre al tempio capitolino, quello dedicato a Giove Feretrio (sempre sul Campidoglio) e quello di Giove Statore, presso la porta Mugonia sulla via del Palatino. Con Marte e QuirinoGiove formava un'antichissima triade; più recente era quella formata con Minerva e Giunone, venerata nel tempio capitolino.

Iconografia

L'iconografia del dio ripete quella del greco Zeus, rappresentandolo cioè come una figura maestosa, nella piena virilità, dalle chiome fluenti e dalla lunga barba, ma il mondo romano, come quello etrusco, in cui a Zeus corrisponde il dio Tinia, conosce anche una tipologia di Giove giovane e imberbe (Iovis Anxur della monetazione, pittura della pompeiana Casa dei Vettii). La più antica statua documentata di Giove in trono è quella fatta in terracotta dall'artista etrusco Vulca per il tempio capitolino del dio e sostituita, dopo l'incendio dell'83 a. C., con una statua crisoelefantina del greco Apollonios. Giove figura soprattutto nei rilievi, nelle monete e nelle opere della glittica.

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