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Vittòrio Emanuèle III

di Savoia, re d'Italia (Napoli 1869-Alessandria d'Egitto 1947). Figlio di Umberto I e di Margherita di Savoia, principe di Napoli, compì la carriera militare tipica dei membri della sua casa e sposò nel 1896 Elena Petrović Njegoš del Montenegro. Asceso al trono nel 1900, dopo l'assassinio del padre, Vittorio Emanuele, sensibile ai problemi del tempo, licenziò ben presto il ministero conservatore G. Saracco e affidò l'incarico di governo a G. Zanardelli (1901), cui succedette nel 1903 G. Giolitti che, salvo brevi intervalli, dominò la vita della nazione sino al 1914. Fu un periodo prospero, di nette aperture sociali, di riassorbimento dei cattolici nella vita nazionale, di ristabilimento del bilancio, di prestigio della lira nella valutazione internazionale. Poco amico della Germania, ostile all'Austria, al cui imperatore non perdonava la mancata restituzione della visita fatta da Umberto I a Vienna nel 1881, favorì la tendenza, profilatasi dopo Adua, a un riavvicinamento alla Francia che si concretò con gli accordi Prinetti-Barrère (1902), mantenendo buoni rapporti con l'Inghilterra e contraendo impegni con la Russia (1909), col cui zar Vittorio Emanuele era legato da amicizia personale. Dopo la vittoriosa campagna contro la Turchia (1911-12), che fruttò all'Italia la Libia, egli condivise, dopo l'attentato di Sarajevo, sia la politica di neutralità del ministero Salandra sia le linee che dall'agosto 1914 il ministro di San Giuliano andava tracciando per entrare in guerra contro l'Austria-Ungheria, allo scopo di ricongiungere all'Italia il Trentino, Gorizia, Trieste e l'Istria. Il piano venne poi attuato durante il ministero Sonnino (1915). Negli anni della guerra 1915-18 Vittorio Emanuele fu costantemente al fronte e, dopo Caporetto, nel Convegno di Peschiera (1917), sostenne con autorità che la linea di difesa fosse mantenuta al Piave. I disordini sociali seguiti alla vittoria lo turbarono: la pressione della regina madre, l'atteggiamento ambiguo del duca d'Aosta che s'atteggiava a pretendente al trono, lo spettro della tragica fine della famiglia imperiale russa, i violenti attacchi dei massimalisti ai combattenti della guerra 1915-18 finirono con rendergli accetto B. Mussolini, che si presentava come restauratore dell'ordine pubblico e, soprattutto, dei valori nazionali. L'inerzia dimostrata dopo l'assassinio di G. Matteotti aprì la strada alla dittatura fascista che egli sopportò senza reagire. Subì passivamente l'Asse Roma-Berlino (1936) e il Patto d'Acciaio (1939) e lasciò che l'Italia venisse trascinata in guerra accanto alla Germania hitleriana. Solo quando lo sfacelo si profilò inevitabile destituì Mussolini e lo fece arrestare (25 luglio 1943), sfruttando abilmente un voto contrario al dittatore dato dal Gran Consiglio del fascismo, nominando capo del governo il maresciallo P. Badoglio. Il 9 settembre fuggì da Roma col governo, per non cadere nelle mani dei tedeschi, e riparò a Brindisi, da dove dichiarò la guerra alla Germania (13 ottobre). Attaccato al Congresso di Bari (28-29 gennaio 1944) dai ricostituiti partiti sciolti dal fascismo, poté evitare l'abdicazione che gli veniva richiesta accettando d'accordare la luogotenenza del regno al figlio Umberto nel momento in cui Roma fosse stata liberata, il che avvenne il 5 giugno successivo. Eliminato completamente dalla vita politica, abdicò il 9 maggio 1946 quasi alla vigilia del referendum istituzionale e si ritirò in Egitto, dove morì l'anno seguente. Studioso di numismatica, pubblicò (1914-43) in 20 volumi il Corpus nummorum italicorum che lasciò incompiuto.