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acquedótto

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Lessico

(ant. acquidótto), sm. [sec. XV; dal latino aquae ductus, conduttura d'acqua].

1) Sistema di canali o di condotte impiegato per il trasporto di acqua. Più in particolare, insieme delle opere destinate alla raccolta (presa e captazione), al trasporto (che può avvenire attraverso condotte a gravità o forzate) e alla distribuzione alle diverse utenze di acqua potabile e di acqua per usi agricoli, industriali e domestici.

2) In anatomia, cavità tubolare contenente liquido organico (acquedotto della chiocciola, acquedotto del vestibolo, nell'orecchio interno). Acquedotto del Silvio, condotto, situato nel mesencefalo, che mette in comunicazione il terzo con il quarto ventricolo (vedi cervelletto).

Diritto

S'intende per diritto di acquedotto quello di far scorrere le acque attraverso fondi altrui per il proprio vantaggio. L'istituto dell'acquedotto coattivo risale al diritto ellenico. Esso venne ignorato dal diritto romano, e ciò in conformità all'esasperazione in senso privatistico della proprietà che fu propria dell'antica Roma. L'istituto venne peraltro recepito negli statuti municipali italiani e quindi nei successivi ordinamenti europei ed è disciplinato dalla vigente legislazione che obbliga il proprietario di un fondo a dare passaggio nella sua proprietà alle acque di ogni specie che debbano transitare per essere utilizzate da terzi per i bisogni della vita o per usi agrari o industriali. Il titolare del diritto di condurre le acque deve peraltro costruire il necessario acquedotto, dimostrare di poter disporre dell'acqua durante il tempo in cui chiede il passaggio e che questo è il meno pregiudizievole al fondo che deve attraversare. Deve inoltre, prima d'intraprendere la costruzione dell'acquedotto, pagare il valore del terreno che dovrà occupare.

Storia

La necessità di costruire sistemi di trasporto e di distribuzione dell'acqua si ebbe quando le popolazioni agricole, stanziate in prossimità del corso dei fiumi, in seguito all'incremento demografico dovettero rendere coltivabili terreni in regioni povere d'acqua. Il contemporaneo sviluppo e il moltiplicarsi di centri abitati rese indispensabile regolare in modo razionale i deflussi disponibili, con opportune opere (canali, serbatoi, ecc.) la cui edificazione, spesso molto impegnativa, richiese che fossero messe in comune le risorse a disposizione di popolazioni vicine, per cui si accelerò il processo di unificazione e coordinamento dell'organizzazione sociale di questi popoli. Per esempio, le antiche tribù residenti nell'Alto Nilo, come pure le popolazioni preincaiche, riuscirono, unendosi, a creare una rete di irrigazione artificiale, estesa a vaste zone dei loro territori, che permise l'adozione di un'agricoltura considerevolmente organizzata, base economica dei futuri imperi (egiziano, incaico). Anche in Cina la coltura del riso poté espandersi considerevolmente grazie alla creazione di una vasta rete di irrigazione alimentata dalle acque derivate dallo Yangtze Kiang e dall'Hwang He. Il problema delle opere atte al trasporto e alla distribuzione delle acque venne risolto sino da tempi antichissimi mediante l'uso di condotte interrate di sezione opportuna; tracce di sistemi di questo genere sono state rinvenute in Giudea, Samaria, Galilea e nelle regioni di Ninive e Babilonia. La validità di sistemi di distribuzione di questo tipo è testimoniata dal fatto che ancora oggi, dopo 3000 anni ca., sono in funzione acquedotti sotterranei costruiti con criteri praticamente immutati. L'esempio più significativo è fornito dai qanat dell'Iran, la cui invenzione risale al primo millennio a. C. e che attualmente forniscono i 3/4 ca. del fabbisogno dell'acqua del Paese e formano una rete estesa per 300.000 km ca. La tecnica della costruzione di acquedotti raggiunse nell'antichità il massimo livello con i Romani, i quali, con ogni probabilità, svilupparono l'esperienza degli Etruschi nel campo dell'idraulica, risolvendo problemi tecnici di notevole importanza. Gli acquedotti romani trasportavano, con pendenza dolce e costante, solo acque sorgive ed erano formati da condotti impermeabilizzati con pozzi d'aerazione aperti a intervalli regolari nelle volte. La necessità di evitare bruschi dislivelli di pendenza portò alla creazione dell'acquedotto sopraelevato e quindi a una nuova applicazione dell'arco da ponte fluviale, le cui lunghe teorie costituiranno la caratteristica tipologica dell'acquedotto romano. Solitamente a un solo ordine di arcate (tra i più noti l'acquedotto Claudio del sec. I d. C.), specie nelle province gli acquedotti assumevano forme più imponenti con vari ordini sovrapposti, inserendosi nell'architettura cittadina (acquedotto di Tarragona, Pont-du-Gard a Nîmes). Il più antico acquedotto romano è quello dell'aqua Appia, che risale al 312 a. C. ed è completamente interrato; il primo esempio di acquedotto sostenuto da arcate è quello costituito dall'Anio Vetus (272 a. C.) che veniva alimentato dalle acque dell'Aniene. Nel corso del Medioevo, la tecnica di costruzione degli acquedotti non subì praticamente alcuno sviluppo; per di più, la mancata manutenzione degli acquedotti esistenti portò alla loro progressiva distruzione, tanto che già dal sec. VII la rete idrica dei Romani era in gran parte inutilizzabile. Solo dopo il sec. XII si riprese la costruzione di acquedotti, soprattutto a opera dei cistercensi, e solo nel Rinascimento si provvide a rimettere in efficienza una parte dell'antica rete romana ancora esistente, principalmente a opera di alcuni pontefici, tra cui Niccolò V e Sisto V. Anche nei secoli successivi non si ebbero particolari innovazioni per quanto riguarda i procedimenti tecnici di costruzione; vennero però realizzate alcune opere fra le quali, in Italia, importanti soprattutto per il valore artistico e scenografico, quelle eseguite dal Vanvitelli per la reggia di Caserta. § Tra i principali acquedotti realizzati nel Novecento in Italia si ricordano quello pugliese (costruito tra il 1906 e il 1939), che alimenta 234 comuni, la maggior parte dei quali (227) in Puglia; l'acquedotto del Peschiera (1931-1947) che – insieme con altri – rifornisce Roma; l'acquedotto della penisola istriana, che assicura l'approvvigionamento idrico di tutti i centri costieri e dell'interno; l'acquedotto campano, che convoglia acqua verso Napoli e Terra di Lavoro; gli acquedotti molisani, che trasportano acqua attraverso ben 172 comuni, fra i quali Caserta e Napoli. L'acquedotto campano, grazie a un ramo sottomarino raggiunge le isole di Procida e Ischia. Fra le opere più recenti vanno citati l'acquedotto del Pertusillo, che integra quello pugliese – alimentato dal fiume Angri, ne segue dapprima la valle, poi costeggia il litorale ionico fino a Taranto, per proseguire, infine, con un sistema di diramazioni, fino a Brindisi e Lecce – e l'acquedotto di Trieste, che utilizza, dopo averle rese potabili, le acque del fiume Timavo.

Tecnica

A partire dal sec. XIX le tecniche adottate per la costruzione degli acquedotti hanno conseguito notevoli miglioramenti, grazie soprattutto agli sviluppi della siderurgia che ha permesso, mediante l'uso di materiali resistenti alle alte pressioni, la costruzione generalizzata di condotte forzate. L'acquedotto moderno è costituito essenzialmente dalle opere di captazione e di presa delle acque e da una condotta (generalmente forzata) per il trasporto e dalle opere di distribuzione. La captazione può essere effettuata da acque sotterranee (falde freatiche e artesiane) o da acque superficiali. Prima di procedere alla captazione delle acque, è necessario pertanto studiare le condizioni idrogeologiche che determinano, con le loro caratteristiche, i criteri da adottare per la progettazione delle opere di presa. Questi esami servono inoltre a individuare le vere sorgenti idrogeologiche, in quanto a volte non si ha a che fare con una sorgente primaria, ma con una risorgente, cioè con una vena di acqua che ha percorso in precedenza un tratto all'aria aperta e si è poi nuovamente interrata. L'esatta individuazione del percorso delle acque meteoriche e sotterranee, come pure la conoscenza della distribuzione e del deflusso delle acque di scarico, permettono altresì la determinazione delle possibili cause dell'inquinamento. Dopo aver scelto la sorgente, o le sorgenti, si procede alla captazione delle acque tenendo presenti i seguenti principi: a) tutta l'acqua sorgiva deve essere raccolta e mantenuta intatta nelle sue caratteristiche chimiche e batteriologiche; b) se l'acqua proviene da più vene, deve essere convogliata nella vasca di raccolta separatamente per esaminare ed eventualmente eliminare la o le vene inquinate; c) l'estensione di terreno circostante e le sorgenti devono essere protette per evitare inquinamenti. Per la presa delle acque da una falda freatica si scava una serie di pozzi, rivestiti in leghe metalliche o in muratura, situati a distanze opportune per sfruttare completamente la falda. Il sollevamento sino alla quota desiderata viene generalmente eseguito mediante elettropompe e talvolta viene suddiviso in due tratte, la prima delle quali porta l'acqua a un bacino di calma. Anche per la presa di acqua da falde artesiane sono generalmente necessarie pompe applicate a ogni singolo pozzo oppure a un bacino comune nel quale si raccolgono le acque versate direttamente dai pozzi. La captazione da acque superficiali (laghi e corsi d'acqua) segue i principi già esposti; in particolare queste acque vanno captate in profondità ma a una distanza, dal fondo del bacino, tale da evitare l'aspirazione di limo e detriti. Data l'impurezza di queste acque, gli impianti devono essere dotati di efficaci dispositivi di depurazione e di filtrazione (vedi anche potabilizzazione). Le principali opere di presa sono la vasca di raccolta e la vasca di calma. Alla vasca di raccolta giungono, generalmente attraverso gallerie in muratura, i deflussi provenienti dalle sorgenti, in particolare, nel caso di vene d'acqua filtranti tra rocce sotterranee, si provvede a realizzare una o più vasche di raccolta direttamente nella zona più idonea. La vasca di calma, collegata alla precedente, deve essere molto lunga e larga, con debole pendenza, per cui la velocità di scorrimento delle acque raggiunge valori molto bassi e permette il deposito delle scorie e dei detriti portati in sospensione. Dal termine di questa vasca parte la condotta adduttrice; spesso l'acqua, prima di passare nella condotta, viene fatta confluire in una terza vasca, detta vasca di presa. La condotta può essere costituita da un canale a pelo libero o, più spesso, da tubazioni in materiali resistenti nelle quali l'acqua può scorrere sotto pressione (condotte forzate); queste ultime hanno il vantaggio di adattarsi molto bene a percorsi in terreni accidentati. Generalmente le condotte forzate sono disposte sotto terra a una profondità di un metro e mezzo circa, per assicurare l'indipendenza della temperatura dell'acqua dalle variazioni della temperatura esterna. Se si rende necessario l'attraversamento di un corso d'acqua la tubazione viene calata entro un fosso, scavato sul fondo di questo, e opportunamente protetta dagli agenti esterni e dalla corrosione; se in prossimità si trovano dei ponti, la condotta può essere ancorata all'esterno di questi. I canali, convenienti nel caso di grandi portate o nelle regioni in cui il percorso dell'acquedotto ha pendenza costante, richiedono la costruzione di gallerie e di ponti per attraversare gli ostacoli naturali; in questo caso, se non è sufficiente il dislivello tra opere di presa e rete di distribuzione, il canale viene opportunamente sopraelevato e l'acqua sorgiva viene immessa mediante pompe di sollevamento. Lungo il percorso della condotta è necessario disporre di valvole di scarico nei punti più bassi, per l'eliminazione di eventuali depositi, e di sfiati nei punti più alti, per evitare la formazione di sacche d'aria. Inoltre vi sono anche valvole e saracinesche che consentono d'isolare blocchi di condotte per eventuali opere di manutenzione e, disposte a intervalli prestabiliti, valvole di riduzione regolabili atte a provocare una perdita di carico localizzata; ciò è necessario perché, quando la condotta è nuova, le perdite di carico distribuite che si verificano sono inferiori al dislivello disponibile (linea piezometrica), cosa che comprometterebbe il normale deflusso dell'acqua nella condotta (vedi anche corrente). Lo strozzamento provocato da queste valvole viene poi progressivamente ridotto con l'aumento di scabrezza dei tubi dovuto all'invecchiamento. Quando la condotta serve più centri, si provvede a realizzare opportune deviazioni (canali o condotte partitori) che assicurano per ogni centro la portata media necessaria. La portata della condotta deve essere calcolata preventivamente per assicurare la dotazione giornaliera d'acqua ai vari utenti (privati, industrie, servizi pubblici, ecc.); la dotazione, calcolata sulla base del consumo complessivo massimo diviso per il numero di abitanti, varia in Italia da un minimo di 80 l al giorno per abitante, nei piccoli centri, a 600-800 l al giorno per abitante nei maggiori centri urbani. L'acqua convogliata dalla condotta viene immessa in serbatoi che hanno la funzione d'immagazzinarla e distribuirla agli utenti a seconda della richiesta, che è variabile sia nel corso della giornata sia durante l'anno. I serbatoi possono essere sopraelevati, generalmente per piccoli o medi depositi, oppure interrati; in questo secondo caso possono avere forma di gallerie ad anello di notevole sviluppo. L'immissione e l'erogazione dell'acqua sono regolate mediante opportune apparecchiature, comandate da piccole centrali annesse ai serbatoi; è infatti necessario che il deposito di acqua nei serbatoi oscilli entro valori prestabiliti e che l'acqua sia distribuita con una pressione sufficiente. La distribuzione alle diverse utenze può avvenire principalmente secondo due schemi: a diramazioni successive oppure a maglia-anello. La distribuzione a diramazione viene usata, in generale, per reti relativamente poco estese; la distribuzione a maglia viene impiegata per l'alimentazione di reti di una certa importanza, dato che permette la fornitura di acqua a ogni punto della rete, anche nel caso che venga interrotto un tronco di un anello principale di distribuzione. Sono usati anche schemi misti. Se nelle canalizzazioni periferiche la pressione dell'acqua tende a scendere sotto un valore limite, si provvede a installare opportune piccole centrali di pompaggio.

Bibliografia

C. Singer, E. J. Holmyard, A. R. Hall, T. J. Williams, Storia della tecnologia, 5 voll., Torino, 1961-65; C. Mistrangelo, Provvista e distribuzione di acqua potabile, Milano, 1961; G. De Marchi, Idraulica, Milano, 1964 e 1966; G. Coppa, L. Pediconi, Acque e acquedotti a Roma, Roma, 1984.