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anestesìa

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Definizione

"Per l'anestesia chirurgica vedi tabella al lemma del 2° volume." sf. [sec. XIX; dal greco anaisthēsía, insensibilità]. Perdita parziale o totale della sensibilità per interruzione degli impulsi nervosi provenienti dai recettori periferici e diretti alle cellule corticali "Per l'anestesia chirurgica vedi la tabella a pg. 107 del 2° volume." . L'anestesia può essere organica, determinata da diversi processi patologici, oppure artificiale o chirurgica "Per l'anestesia con metodo a circuito chiuso vedi disegno al lemma del 2° volume." "Per l'anestesia con metodo a circuito chiuso vedi il disegno a pg. 107 del 2° volume." .

Anestesia organica

Si parla di ipoestesia quando si ha una semplice attenuazione della sensibilità, di analgesia quando si verifica la perdita completa della sensibilità dolorifica, di termoanestesia nelle alterazioni della sensibilità termica, di astereognosia quando si ha l'abolizione del senso stereognostico (ovvero di percezione della posizione corporea nello spazio), di anestesia dissociata nelle lesioni delle zone interessanti il corno posteriore del midollo con abolizione della sensibilità termicodolorifica, di anestesia totale nelle lesioni del talamo con compromissione di tutte le forme di percezione, di anestesia isterica nei soggetti isterici. In quest'ultimo caso l'anestesia non dipende da lesioni del sistema nervoso centrale o periferico, ma è di tipo funzionale e può interessare contemporaneamente tutti i tipi di sensibilità; nella maggioranza dei casi si ha anestesia in una metà del corpo e del capo (emianestesia).

Anestesia artificiale o chirurgica

L'abolizione della sensibilità è conseguita artificialmente mediante l'impiego di farmaci anestetici e ha lo scopo di eliminare la percezione del dolore durante l'esecuzione di interventi chirurgici, di porre il paziente in condizione di sopportare lo stress fisico ed emozionale dell'intervento e di mettere il chirurgo nelle condizioni di lavorare con tranquillità. I rischi dell'anestesia sono minimi e dipendono non tanto dall'anestesia in se stessa ma dalle condizioni fisiche del paziente e dalla gravità dell'intervento chirurgico. Gli effetti collaterali che possono insorgere sono bocca secca, amnesia di breve durata al momento del risveglio, senso di irritazione alla gola se è stata utilizzata l'intubazione tracheale. La nausea e il vomito possono essere prevenuti attenendosi in modo scrupoloso alla prescrizione dell'anestesista di non assumere alcun alimento o bevanda nelle ore che precedono l'intervento. Il tipo di anestesia da somministrare può essere deciso dal chirurgo stesso, se l'intervento è di piccola entità, e può essere eseguito ambulatorialmente. In tutti gli altri casi solo l'anestesista può svolgere questo ruolo, poiché è l'unico che conosce nel dettaglio gli effetti degli anestetici e le loro interferenze con le funzioni vitali dell'organismo, oltre a essere il solo in grado di utilizzare le apparecchiature necessarie all'esecuzione dell'anestesia e di controllare le funzioni vitali. Egli sceglie infatti gli anestetici dopo aver visitato il paziente ed essersi accertato delle sue condizioni generali, dello stato psichico, della funzionalità di alcuni organi e apparati e dopo aver esaminato con attenzione la cartella clinica e discusso insieme al chirurgo l'intervento da eseguire; se necessario, prescrive anche indagini strumentali e di laboratorio e decide interventi terapeutici che possono migliorarne le condizioni di base. La scelta del tipo di anestesia deve comunque essere condivisa dal paziente nello spirito di un corretto consenso informato. Durante l'intervento, l'anestesista controlla istante per istante tutte le funzioni vitali, adegua la profondità dell'anestesia alle esigenze chirurgiche e alle condizioni del paziente e ne corregge le alterazioni indotte dal trauma chirurgico. Dopo l'operazione si assicura del completo recupero dello stato di coscienza e mette in atto le terapie più opportune per lenire il dolore e prevenire qualsiasi complicanza. Nell'anestesia chirurgica si possono distinguere un'anestesia periferica o locale e un'anestesia generale o totale. Con la prima si ha eliminazione della sensibilità dolorifica senza compromissione della coscienza; essa è infatti caratterizzata dal fatto che abolisce la sensibilità solo di una parte del corpo e che il paziente rimane sveglio. Gli anestetici vengono iniettati in vicinanza dei nervi che interessano la zona dell'intervento. Consente di effettuare interventi di piccola chirurgia, ma anche operazioni di una certa entità in diverse parti dell'organismo. La seconda, cioè l'anestesia totale o narcosi, abolisce contemporaneamente qualsiasi forma di sensibilità e la coscienza. Gli anestetici, somministrati per via inalatoria o direttamente in vena, dal sangue raggiungono il cervello e bloccano i centri nervosi. Nei pazienti che vi si sottopongono si effettua di routine l'intubazione, si inserisce cioè un tubo nella trachea mentre il paziente è addormentato, per assicurare il passaggio dell'aria nelle vie respiratorie e per aiutare la respirazione. Durante l'anestesia le funzioni più importanti (battito cardiaco, pressione arteriosa, temperatura corporea, ossigenazione, parametri respiratori) sono controllate mediante apparecchiature e le loro variazioni corrette. A seconda se l'anestetico è somministrato sotto forma di vapore, attraverso le vie aeree e i polmoni, o in forma liquida direttamente in vena, l'anestesia generale si distingue in anestesia generale inalatoria e in anestesia generale endovenosa. Se le due tecniche vengono associate per sfruttare al massimo i vantaggi dell'una e dell'altra, si parla di anestesia bilanciata. Tra le tecniche di anestesia periferica si elencano: l'anestesia locale, che presuppone l'applicazione dell'anestetico locale direttamente sulla zona del piccolo intervento. È utilizzabile, per esempio, nella chirurgia dell'occhio, del naso, dell'orecchio, della gola e della vescica; l'anestesia per infiltrazione, tipo di anestesia locale ottenuta iniettando quantità relativamente piccole di anestetico attorno a un tronco o un plesso nervoso o direttamente in un'area di fini terminazioni nervose per sopprimere la dolorabilità (per esempio nella nevralgia intercostale) o eseguirvi piccoli interventi (per esempio suture, estrazione dentaria ecc.); il blocco tronculare o plessico, che prevede un'infiltrazione ancora più profonda dell'anestetico locale, in modo da bloccare i tronchi nervosi di maggiori dimensioni e la sensibilità di ampie regioni del corpo; il blocco spinale, in cui l'anestetico viene iniettato direttamente nel liquido in cui è immerso il midollo spinale (liquor). Questo tipo di anestesia dura circa 2 ore; l'anestesia epidurale, tipo di anestesia periferica detta anche peridurale usata, per esempio, anche per consentire il parto indolore, che è prodotta mediante iniezione dell'anestetico a livello della colonna vertebrale, precisamente tra una vertebra e l'altra, subito al di fuori della membrana (dura madre) che racchiude al suo interno il midollo spinale e il liquido che lo bagna. A seconda dell'altezza a cui si esegue l'iniezione, si ottiene l'anestesia dei settori corporei che dipendono dai nervi spinali che originano a quel dato livello; l'anestesia per inalazione, prodotta facendo respirare vapori di una sostanza anestetica gassosa o liquida; l'anestesia in ipotensione, in cui lo stato di anestesia è associato a una ipotensione ottenuta somministrando esametonio; l'anestesia in circolazione extracorporea (CEC), con stato di anestesia unito a una condizione circolatoria artificiale instaurata al di fuori dell'organismo umano, utilizzata, per esempio, negli interventi cardiaci; anestesia in ipotermia, che consente di associare l'anestesia a uno stato di ipotermia indotto raffreddando direttamente il sangue e quindi diminuendo le necessità metaboliche dei tessuti sottoposti all'intervento stesso.

Cenni storici

La pratica dell'anestesia venne effettuata fin dall'antichità mediante la somministrazione di sostanze a effetto narcotico. Tuttavia solo verso la metà del sec. XIX ebbe origine la moderna anestesia con le prime applicazioni cliniche dei vari gas anestetici. Già verso la fine del sec. XVIII Humprey Davy aveva descritto l'azione analgesica del protossido d'azoto, chiamato anche gas esilarante perché causava euforia. La sua scoperta non ebbe seguito sino al 1844, quando H. Wells, un dentista americano, praticò la prima estrazione indolore di un dente su un paziente reso insensibile mediante inalazione di tale gas. Negli stessi anni venivano scoperte le virtù anestetizzanti dell'etere che, oltre a essere maneggevole e sicuro per il paziente, era anche potente. Consentiva infatti di ottenere un'anestesia completa, con insensibilità al dolore (analgesia) e perdita di coscienza (ipnosi). Fu applicato con successo in un intervento di chirurgia generale effettuato a Boston nel 1846, dai medici W. T. G. Morton e C. T. Jackson. Successivamente altri gas, tra cui il cloroformio, il ciclopropano, l'etilene, entrarono nella pratica anestesiologica insieme ai primi due, ormai sempre meno usati a causa dei loro effetti secondari.