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nevròsi o neuròsi

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Descrizione generale

sf. [sec. XVIII; da nevro-+-osi]. Turba mentale con sintomatologia estremamente variabile, ma di solito caratterizzata da ansia e insicurezza, senza alterazioni qualitative delle funzioni psichiche. Nella nosologia più moderna, codificata dal DSM IV (indice internazionale dei disturbi mentali) la nevrosi costituisce, rispetto alla psicosi, una forma di malattia mentale in cui non vi sono alterazioni delle funzioni cognitive, nel senso che il paziente è cosciente delle proprie limitazioni e dei propri sintomi. È difficile dare una definizione esauriente di nevrosi, poiché le forme nevrotiche sono state definite e classificate in modo diverso da vari autori, e all'interno delle diverse concezioni teoriche. Secondo la psicanalisi, che è la scuola che più si è occupata dei disturbi nevrotici, le nevrosi hanno un'origine psicogena e derivano dal conflitto fra le pulsioni istintuali rimosse e le istanze etico-sociali. Tale conflitto può essere ricercato nell'infanzia del paziente (e si hanno allora le psiconevrosi) o nell'inadeguatezza attuale del soddisfacimento sessuale (e si hanno le nevrosi attuali, distinte in nevrosi d'angoscia, nevrastenia e ipocondria). Una distinzione importante nella classificazione psicanalitica delle nevrosi è tra isteria di conversione, in cui si ha somatizzazione dei sintomi, isteria d'angoscia, caratterizzata dalle fobie, e nevrosi ossessivo-compulsive, caratterizzate da idee ossessive e azioni coatte.

Cenni storici

Il termine nevrosi venne introdotto verso la fine del sec. XVIII dal medico scozzese W. Cullen per indicare una malattia del sistema nervoso priva di riscontri organici. Fu solo nella seconda metà dell'Ottocento, però, che le nevrosi furono isolate come entità nosografiche a sé stanti, per merito soprattutto dell'americano G. Beard, che coniò anche l'espressione “esaurimento nervoso” (entrato poi largamente nell'uso anche comune, in modo spesso improprio) nel 1869. Secondo Beard, infatti, l'astenia nevrotica era causata da un impoverimento energetico della cellula nervosa. Ma fu con S. Freud e con la psicanalisi che si rivelò tutta l'importanza delle nevrosi, e ne iniziò lo studio e il trattamento secondo linee che ancor oggi sono ritenute in gran parte valide. Un'altra importante linea di ricerche sulle nevrosi è derivata dagli studi della teoria dell'apprendimento, e in particolare dagli studi sulle nevrosi sperimentali. Già Pavlov aveva dimostrato la possibilità di indurre nevrosi sperimentali in animali sottoponendoli a stimoli ambivalenti in compiti di discriminazione. Di notevole rilevanza teorica è la ricerca di Watson e Rayner che riuscirono a indurre una fobia sperimentale in un bambino (il piccolo Albert) nel 1920. Essi spaventavano con un forte rumore il bambino mentre giocava con un topino bianco; in breve tempo il bambino sviluppò una fobia per il topino, rapidamente poi generalizzata a tutti gli oggetti bianchi e pelosi. Sulla scia di questo lavoro, M. Cover Jones mise a punto nel 1924 il primo procedimento per il trattamento delle fobie basato sulla teoria dell'apprendimento. Attualmente quasi tutte le forme di nevrosi vengono trattate soprattutto con tecniche psicoterapeutiche, individuali e di gruppo, tra le quali la più praticata è la behavior therapy (terapia comportamentale). La terapia farmacologica si avvale di farmaci ad azione ansiolitica, di antidepressivi e di ipnotici per l'induzione del sonno. Utile si è rivelata anche la cosiddetta terapia sociale, basata sull'adeguamento del contesto familiare, lavorativo, ecc., allo scopo di migliorare quelle condizioni ambientali che possono costituire delle concause e dei fattori di aggravamento della sintomatologia nevrotica.

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