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psicanàlisi o psicoanàlisi

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Definizione

sf. [sec. XX; da psico-+analisi, sul modello del tedesco Psychoanalyse]. Metodo d'indagine dei processi psichici, tecnica psicoterapeutica e dottrina psicologica che si fondano sull'esperienza scientifica e sul pensiero di S. Freud. La peculiarità della psicanalisi consiste nel fatto che essa si pone come scopo di individuare le cause della nevrosi non in singoli fatti traumatici verificatisi entro un periodo di tempo relativamente recente, ma in una complessiva deformazione della personalità dovuta a un disarmonico sviluppo del mondo istintivo.

Cenni storici: Freud e i modelli dell'apparato psichico

Attraverso l'indagine sul caso clinico, Freud giunse a inquadrare entro limiti definiti i meccanismi dell'attività psichica e quindi a concretizzare una teoria più generale, una “scienza dell'inconscio psichico” i cui elementi potevano essere adattabili non solo ai casi patologici ma anche alla normalità, e che divenne poi una Weltanschauung riferibile all'intera sfera della cultura. Il punto chiave della concezione freudiana è la definizione del concetto di inconscio. Freud fece vari tentativi di costruire un modello dell'apparato psichico: lo descrisse, dapprima, come uno strumento ottico complesso, simile a un telescopio, composto di molti elementi ottici posti in sequenza, costituiti da numerose componenti psichiche. In un secondo tempo distinse tre sistemi psichici che chiamò Inconscio, Preconscio e Conscio, intendendo per Inconscio il complesso dei processi e dei contenuti psichici attivamente respinti dalla coscienza e per Preconscio l'insieme degli elementi che, pur non essendo presenti nella coscienza attuale, possono divenirlo mediante il ricordo. Infine, nella seconda topica della teoria psicanalitica l'apparato psichico è distinto in Es, Io e Super-Io: l'Es (in tedesco, pronome dimostrativo della terza persona sing. neutra) è l'istanza psichica istintiva e irrazionale che preme per una gratificazione immediata dei bisogni primitivi mediante il principio del piacere; non avendo contatto con la realtà l'Es non è in grado di soddisfare tali desideri, quindi, attraverso il cosiddetto processo primario, cerca di scaricare la propria tensione con l'immagine allucinatoria del proprio oggetto di desiderio. La componente inconscia non agisce soltanto attraverso i sintomi nevrotici ma anche attraverso una serie di manifestazioni (sogni, lapsus, dimenticanze, motti di spirito, ecc.) riscontrabili anche negli individui sani; tutta la vita psichica è perciò sottoposta all'indagine psicanalitica volta a delineare una “psicopatologia della vita quotidiana”. L'Io è la parte di Es modificata dall'influsso e dalla percezione del mondo esterno ed è regolato dal principio della realtà. Infine il Super-Io ha la funzione di autorità morale, di principio regolatore della condotta in senso adattivo, etico e ideale. Il Super-Io eredita quell'autorità esterna che nell'infanzia era personificata dai genitori e che agiva da freno agli impulsi aggressivi. L'Io è posto in posizione conflittuale, costretto a conciliare le esigenze della realtà con le cieche pulsioni dell'Es e il dominio severo del Super-Io; tale conflitto provoca nell'Io una situazione d'angoscia: fine primario della terapia analitica è infatti quello di rafforzare l'identità dell'Io e renderlo più indipendente dal Super-Io. Di fronte alla consapevolezza di ciò che risulta spiacevole, ansiogeno o produce perdita di autostima, nell'apparato psichico si producono determinati meccanismi detti di difesa (razionalizzazione, proiezione, supercompensazione, simbolizzazione, rimozione, ecc.) che modificano o respingono a livello inconscio le situazioni traumatiche. Le tendenze dell'Es sono state classificate in due gruppi: istinti dell'Eros, o di conservazione, e istinti di Thanatos, o pulsioni di morte. Questi ultimi rappresentano la tendenza di ogni individuo a ritornare dallo stato organico della vita a quello inorganico, cioè della morte, e si manifestano come aggressività verso gli altri o verso se stessi (in tutte le nevrosi esiste una forte componente di autoaggressione). I primi, invece, comprendono la sessualità nelle sue più varie forme e si esprimono dinamicamente mediante la libido, intesa come energia attraverso la quale si manifesta la pulsione sessuale.

Cenni storici: Freud e la teoria della sessualità infantile

Freud ha dimostrato come tale pulsione sia presente fino dalla nascita e subisca in seguito uno sviluppo evolutivo con fasi intermedie dal cui andamento dipende largamente la strutturazione psichica e l'equilibrio o il non equilibrio dell'individuo adulto. In ognuna delle fasi dell'organizzazione della libido l'individuo può trovare difficoltà sproporzionate alle sue possibilità di adattamento (fissazione), come pure, per effetto di una frustrazione, può sorgere la tendenza a tornare a modi di soddisfacimento di epoche precedenti (regressione). Secondo la teoria della sessualità infantile, le fasi pregenitali (orale, sadico-anale e fallica) sono caratterizzate dall'emergere di varie zone corporee erogene: durante queste fasi la libido è centrata sul corpo del bambino (narcisismo primario) mentre successivamente la carica libidica ritorna al soggetto attraverso un'identificazione con l'oggetto amato (narcisismo secondario). La fase genitale o della sessualità matura compare dopo un periodo di latenza (dai 6-7 anni alla pubertà) nel quale “vengono costruite quelle potenze psichiche che più tardi si presentano come ostacoli alla pulsione sessuale e, quasi argini, ne costringeranno entro limiti la direzione (il disgusto, il sentimento del pudore, gli ideali estetici e morali)” (S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale). In questo periodo l'energia degli impulsi sessuali infantili, sempre presente, viene deviata, attraverso il processo di sublimazione, verso scopi socialmente valorizzanti diversi dall'impiego sessuale. Il processo di sublimazione è stato descritto da Freud per chiarificare certe attività umane (in particolare la creazione artistica e l'indagine intellettuale) che apparentemente non hanno rapporto con la sessualità ma che in realtà trovano la loro forza motrice proprio nella pulsione sessuale. La sessualità infantile culmina nel complesso di Edipo (con riferimento alla tragedia greca nella quale Edipo uccide suo padre e sposa sua madre), caratterizzato dallo sviluppo di un impulso affettivo verso il genitore di sesso opposto, accompagnato da sentimenti di rivalità verso l'altro che è vissuto come antagonista e nei confronti del quale si attua un processo d'identificazione. Il superamento di tale complesso si verifica anche a causa della comparsa del complesso di castrazione, che nel maschio insorge con carattere punitivo nei confronti dei desideri incestuosi verso la madre e nella femmina si riferisce alla fantasia inconscia di essere stata privata dell'organo sessuale maschile come punizione di una colpa commessa. La situazione edipica, o scena primaria, acquista nella teoria di Freud un'importanza fondamentale non solo come punto nodale della nevrosi, ma in riferimento alla globalità della produzione della cultura, della religione, della moralità, della società e dell'arte.

Cenni storici: Freud e il trattamento analitico

Le nevrosi, nella concezione freudiana, sono l'espressione del conflitto sorto fra l'Io e quelle pulsioni sessuali che all'Io appaiono incompatibili e che, per tale motivo, sono state rimosse, cioè riportate a livello inconscio e non soddisfatte. Gli impulsi della libido così arginati regrediscono a fasi precedenti del loro sviluppo e la loro conseguente scarica sotto forma di sintomo nevrotico risulta essere un appagamento sessuale sostitutivo. Il trattamento analitico cerca di portare a livello di coscienza questi impulsi rimossi e di trovare la chiave d'interpretazione di un linguaggio simbolico per mezzo del quale l'inconscio maschera le sue manifestazioni. All'interno della situazione analitica si crea un particolare processo, detto transfert, attraverso il quale il soggetto tende a proiettare sull'analista tutta una serie di stati emotivi e affettivi che aveva vissuto nell'infanzia nei confronti dei genitori. L'Io del paziente può così regredire a livelli infantili e vengono in questo modo ripetute situazioni che, essendo vissute a livello inconscio, non sarebbe mai stato possibile ricordare per altre vie. Essendo tali situazioni spesso penose, il paziente mette in opera un sistema di difesa, detto resistenza, spesso particolarmente tenace. Il superamento di queste resistenze, se particolarmente laborioso, viene detto working through. Anche da parte dell'analista vi sono risposte inconsce al paziente, tanto più forti e disturbanti quanto meno perfetta è stata l'analisi didattica che l'analista stesso ha subito; a tale fenomeno si dà il nome di controtransfert. È questo uno strumento prezioso per interpretare, come in uno specchio, il linguaggio inconscio del paziente e per consentire al transfert di questi di evolvere, così che si possa instaurare con il terapeuta un rapporto di realtà. La tecnica principe della psicanalisi è costituita dalle libere associazioni (il pensiero inconscio non è logico ma associativo). Il paziente viene incoraggiato ad abbandonarsi al libero fluire di idee, sensazioni, ricordi, ecc. senza pudori o resistenze e senza preoccupazioni di concatenamenti logici. Alla ricerca dell'evento traumatico contribuisce inoltre l'interpretazione dei sogni: essi presentano accanto a un contenuto manifesto, dato dagli eventi che vi si sono verificati, un contenuto latente, di cui gli eventi sono la manifestazione simbolica e che subisce da parte della coscienza un processo di censura. Freud definì il sogno come “la via regia” verso l'inconscio e con il codice della simbologia onirica diede un prezioso strumento di lavoro terapeutico. Per quanto riguarda il rapporto paziente-analista, quest'ultimo deve evitare di comunicare direttamente al paziente contenuti rimossi, prima che questi siano giunti a un sufficiente livello di elaborazione. Tale errore, detto “psicanalisi selvaggia”, è tipico di analisti improvvisati e non analizzati a loro volta. La situazione analitica si conclude nel momento in cui sono superati i conflitti ed è raggiunta una sufficiente autonomia da parte dell'Io del paziente, non senza però la necessità di superare un'ultima angoscia, dovuta alla necessità di separarsi dall'analista.

Cenni storici: le teorie di A. Adler e di G. Jung

Fra i ricercatori che collaborarono con Freud (K. Abraham, S. Ferenczi, O. Rank, P. Federn, W. Stekel, E. Jones, E. Hitschmann, H. Sachs) sono da ricordare in particolare i “dissidenti” A. Adler e C. G. Jung, il cui distacco da Freud si verificò rispettivamente nel 1911 e nel 1914. Adler è il fondatore della “psicologia individuale” che, in opposizione alla psicanalisi “sessuale” di Freud, considera come elementi centrali dello sviluppo psichico l'istinto di potenza e il complesso d'inferiorità. Adler segue tuttavia le orme di Freud nell'interpretazione dell'inconscio come zona costituita dall'esperienza individuale (ontogenetica), a differenza del metodo filogenetico di Jung che collega l'inconscio all'esperienza collettiva della specie. Secondo Jung, infatti, oltre all'inconscio individuale, esiste un inconscio collettivo ancestrale della cui presenza una chiara manifestazione è il complesso di Edipo, inteso come il residuo di un fenomeno comune all'intera umanità quando, alle origini di essa, gli accoppiamenti sessuali erano incestuosi. Altre caratteristiche della concezione junghiana sono la valutazione positiva delle istanze religiose e irrazionali della psiche e la distinzione degli individui in introversi ed estroversi. La diffusione della psicanalisi si realizzò fra polemiche e contrasti soprattutto perché alcuni suoi presupposti (per esempio l'importanza attribuita al fattore sessuale) attiravano su di essa critiche violente. Influirono sfavorevolmente anche atteggiamenti nazionalistici (scienza teutonica non adatta ai Paesi latini) o razzistici (l'origine ebraica di Freud e di molti altri psicanalisti fece definire la psicanalisi nella Germania nazista con il termine spregiativo di Judenwissenschaft, scienza ebrea).

Cenni storici: la psicanalisi contemporanea

Fu soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che la nuova scienza si andò affermando specie nei Paesi anglosassoni. Un gran numero di gruppi di studio o di società organizzate di psicanalisi sono stati fondati in molti Paesi d'Europa (in Italia, la Società Psicanalitica Italiana), in America e in Asia. Queste società sono per la maggior parte controllate da un comitato centrale che fa parte della Società Internazionale di Psicanalisi fondata da Freud e dai suoi primi collaboratori. Fra i suoi presidenti si annoverano: Jung, Abraham, Jones, Eitingon, Hartmann, Gillespie, Marie Bonaparte. Il quadro della psicanalisi contemporanea è molto vasto e comprende diverse scuole. Nell'ambito statunitense si possono citare: F. Alexander (1891-1964; scuola di Chicago, strutturazione di una psicologia dell'Io e “psicanalisi abbreviata”), H. S. Sullivan (1892-1945; preminenza dei processi di comunicazione), E. Fromm (1900-1980; studio delle relazioni interpersonali e conflitto sociale della libertà), K. Horney (1885-1952; importanza data ai conflitti fra l'individuo e il suo ambiente), C. Rogers (1902-1987; psicoterapia analitica “centrata sul paziente”), ecc. In Europa hanno avuto particolare rilievo: in Gran Bretagna M. Klein (1882-1960), W. Bion (1897-1979) e A. Freud (1895-1982), che hanno studiato soprattutto i problemi della psicanalisi infantile; in Francia D. Lagache (1903-1972), che dà della psicanalisi freudiana un'interpretazione personalistica, e J. Lacan (1901-1981), che fondò a Parigi l'École freudienne (chiusa dal suo stesso fondatore, per dissensi interni, nel 1980) la cui impostazione inseriva la psicanalisi nella cultura contemporanea in analogia con lo strutturalismo e in posizione polemica con gli psicanalisti tradizionalisti: Lacan critica la presenza di strutture rigide nella teoria stessa (preminenza della situazione edipica) e ipotizza un'attività inconscia dinamica e multiforme. Sia nell'ambito statunitense sia in quello europeo, si è assistito, specie negli ultimi decenni del sec. XX, alla diffusione dello studio psicanalitico delle psicosi, che, iniziato a suo tempo da Jung, è stato proseguito in particolare da K. Abraham, P. Federn, M. Klein, F. Fromm-Reichmann, ma soprattutto da L. Binswanger, il quale, nell'ottica di una nuova “antropo-analisi” o analisi esistenziale, teorizza un approccio fenomenologico alla realtà vissuta del soggetto psicotico, nella sua globalità e al di fuori di schematismi precostituiti. In Italia la diffusione della psicanalisi è stata molto contrastata. La Società Psicanalitica Italiana fu fondata nel 1925 dal neurologo E. Weiss, allievo italiano di Freud, e dallo psichiatra M. Levi Bianchini. Dopo l'interruzione dell'attività dovuta all'ostracismo fascista, la Società ritornò in funzione nel 1946 sotto la guida di C. Musatti a Milano e di E. Servadio e N. Perrotti a Roma. Oltre a tale Società di stretta osservanza freudiana, esistono in Italia: l'Associazione Italiana di Psicologia Analitica, fondata nel 1962 dal tedesco E. Bernhardt, la quale, insieme al Centro Italiano di Psicologia Analitica, staccatosi dall'Associazione nel 1966, raccoglie il gruppo degli psicanalisti junghiani e ha sede a Roma. Vi sono inoltre numerosi altri gruppi di differenti tendenze che spaziano dai seguaci di Lacan a quelli di Reich e agli analisti di gruppo.

Cenni storici: la psicanalisi del Sé

Una ulteriore interessante corrente della psicanalisi moderna è quella denominata psicanalisi del Sé. Questa corrente psicanalitica deriva in parte dalla psicanalisi delle relazioni oggettuali, e si sviluppa in America Settentrionale soprattutto per opera di H. Kohut. Secondo Kohut il Sé è un'entità psicologica “sovraordinata a quella dell'apparato mentale e delle sue istanze” e come entità sovraordinata esiste in tutte e tre le istanze (Io, Es, Super-Io) e agisce in modo sia conscio sia inconscio. Il Sé non corrisponde all'Io e si differenzia inoltre da una semplice rappresentazione soggettiva di sé come individuo. Il Sé contiene i valori e gli ideali più stabili e forti di un individuo, così come i suoi obiettivi e le sue ambizioni più profonde. Secondo Kohut esiste in ogni individuo un Sé nucleare, attorno al quale si determinano le relazioni con l'ambiente che possono favorire o svantaggiare la sua realizzazione. Secondo D. Stern alla nascita il bambino ha un senso corporeo di sé cioè il Sé emergente corporeo, a cui segue un Sé nucleare in grado di entrare in relazione con l'“Oggetto Sé” che si prende cura di lui; intorno all'ottavo mese si sviluppa un Sé soggettivo e il bambino prende coscienza di se stesso. Tra i quindici e i diciotto mesi si sviluppa il Sé verbale e il bambino dispone di un Sé che gli permette di pensare per categorie e di comunicare verbalmente.Tra i tre e i cinque anni si sviluppa il Sé narrativo che permette al bambino di concepire la sua storia e le sue relazioni con gli oggetti e gli eventi. Per uno sviluppo del Sé è indispensabile un reale contatto empatico da parte della madre, senza il quale il Sé può frammentarsi. Il bambino ha una necessità indispensabile di ottenere affetto e approvazione. Il rapporto con gli oggetti è inteso come rapporto in termini di bisogni del Sé, e quindi gli oggetti hanno delle funzioni specifiche riferite al Sé, per questo vengono definiti oggetti Sé.

Cenni storici: la terapia psicanalitica

Nel panorama della psicanalisi troviamo tutti gli orientamenti e le teorie formulate dalle varie scuole di pensiero psicanalitico qui esposte. Il contributo fornito dalla teoria kleiniana alla psicanalisi è stato importante e ha trovato estimatori e discepoli specie presso la comunità psicanalitica dei Paesi di cultura latino-americana. La psicologia delle relazioni oggettuali ha fornito importanti modelli teorici sullo sviluppo psichico del bambino, e ha trovato diffusione a partire dagli anni Settanta, soprattutto in Europa e in America Meridionale. Ovunque sono sorte numerose scuole che hanno formato psicanalisti specialisti nei disturbi psichici infantili e nel trattamento dei bambini e delle loro famiglie. Di pari passo sono stati numerosi gli psicanalisti della psicologia dell'Io e delle relazioni oggettuali, che hanno iniziato la terapia psicanalitica di pazienti con disturbi che non rientravano prima nelle indicazioni previste dal metodo psicanalitico. La psicanalisi riflette questo pluralismo di orientamenti anche nella pratica clinica e il dibattito sulla tecnica psicanalitica da utilizzare con il paziente è ancora più acceso. Il metodo raccomandato da Freud, e la tecnica standard enunciata da K. Eissler, che precisa quale deve essere il modello di base della tecnica psicanalitica ideale, rappresentano i riferimenti principali della psicanalisi classica nel trattamento clinico dei pazienti. Ogni variazione della tecnica psicanalitica classica viene denominata psicoterapia psicanalitica. O. Kernberg ha proposto di distinguere la psicanalisi dalle psicoterapie psicanalitiche espressive, e da quella di sostegno. Mentre nella psicanalisi le sedute sono in genere quattro o cinque alla settimana e l'analisi può durare oltre cinque anni, nelle psicoterapie psicanalitiche espressive le sedute sono due o tre alla settimana, possono durare da uno a molti anni sino alla scomparsa dei sintomi e dei conflitti, e gli obiettivi possono essere l'acquisizione dell'insight (cioè la capacità di comprendere i desideri inconsci e le proprie difese, risolvendo così il conflitto), il miglioramento delle proprie relazioni o il rafforzamento del proprio Sé. Nella psicoterapia psicanalitica di sostegno le sedute si tengono mediamente ogni 15 giorni, possono essere brevi o durare molti anni, e hanno lo scopo di rinforzare le difese del paziente, aiutandolo ad adattarsi alle difficoltà della vita quotidiana.

La psicanalisi nella cultura: generalità

Da teoria terapeutica, la psicanalisi è divenuta, nella cultura contemporanea, una metodologia d'interpretazione delle varie sfere dell'attività umana e quindi anche delle varie manifestazioni ed espressioni artistiche. Tale sviluppo culturale è stato molto contrastato e discontinuo: alla prima diffusione della psicanalisi nella Vienna di Freud, nella Svizzera, in Francia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti è subentrata, nel decennio 1930-40, una fase di minore interesse, per giungere poi a una più capillare diffusione che ha fatto della psicanalisi uno degli elementi culturali più vitali nella vasta problematica legata allo studio delle espressioni artistiche, tale da poter spiegare le vicende incestuose delle grandi tragedie greche del ciclo tebano o l'erotismo dominante nella letteratura decadentistica o le forme d'arte dei bambini e dei primitivi, nelle quali l'inconscio riveste un'importanza fondamentale. Al centro dell'interesse degli psicanalisti verso il fenomeno artistico è il problema del rapporto dell'irrazionalità con la razionalità, dell'Es con l'Io (e anche con il Super-Io, nel caso di Jung e dei suoi seguaci). Secondo la psicanalisi, anche l'arte rientra nell'opposizione tra l'esigenza biologica di soddisfare gli impulsi e la necessità sociale di reprimerli o di sublimarli. La fase dell'ispirazione artistica, cioè di quel momento di entusiasmo e di eccitazione che Platone chiamava “divino invasamento”, viene spiegata in termini psicanalitici come l'irruzione dell'Es, con i suoi istinti repressi, nell'ambito dell'Io. Nel campo estetico, la vis inibitoria del Super-Io converte il tumultuoso sfogo dell'Es in un'espressione controllata, cioè nell'opera d'arte.

La psicanalisi nella cultura: letteratura

Freud vede nella produzione artistica la sublimazione della libido che caratterizza l'Es di ogni artista: Shakespeare lascia trapelare nell'Amleto la proiezione del suo complesso edipico. Di Leonardo e di Goethe Freud scandaglia episodi d'infanzia; tenta inoltre un'interpretazione psicanalitica di Dostoevskij (di cui illustra il motivo centrale dell'“uccisione del padre”), analizza in profondità racconti come la Gradiva di Jensen o L'uomo di sabbia di Hoffmann e fissa un fondamentale complesso psichico con il nome di un celebre “carattere” letterario come quello di Edipo. Mentre, sulle orme di Freud, molti psicanalisti ricercarono i rapporti di un'opera con la psicologia profonda del suo autore, gli artisti a loro volta hanno risentito dell'influsso della teoria freudiana. Esaminando anzitutto i contributi recati dalla psicanalisi a una migliore comprensione dell'opera d'arte, sono da ricordare, nei primi anni del movimento, le investigazioni psicanalitiche di Jones, che completò lo studio freudiano dell'Amleto (commentato da C. Musatti), di Rank e Sachs, che approfondirono il problema della “personalità essenziale” dell'artista, di Marie Bonaparte, autrice di un esauriente studio su Poe, di R. Laforgue, che studiò la nevrosi di Baudelaire, di Greenacre, che si occupò di L. Carroll. In Italia numerose sono state le ragioni dell'indifferenza o dell'ostilità nei riguardi della psicanalisi: dalla ripugnanza diffusa presso i letterati nei confronti delle teorie lombrosiane sulla similitudine tra follia e ispirazione artistica, che aveva ingenerato diffidenza anche verso la psicanalisi, all'opposizione rigida dell'estetica crociana, che considerava la psicologia (e quindi anche la psicanalisi) come “ancella” dell'analisi critica; dalle riserve della Chiesa riguardo al metodo psicanalitico, alla diffidenza del fascismo, divenuta vera e propria persecuzione in occasione delle leggi antiebraiche, e all'ostilità (a parte alcune osservazioni di Gramsci) del marxismo italiano, influenzato in proposito, fino agli inizi degli anni Sessanta, dall'atteggiamento decisamente negativo dell'URSS. § Quanto alla letteratura contemporanea, è necessario ricordare che sarebbe impossibile comprendere, al di fuori della psicanalisi, l'opera di un Joyce e il suo “flusso di coscienza”, registrazione fedele degli impulsi dell'inconscio, di un Lawrence con la sua rivendicazione della vita sessuale come unica esperienza capace di fornire una forma autentica di conoscenza, e di un O'Neill che, applicando una tecnica proustiana, rifece in chiave freudiana, nel celebre Mourning Becomes Electra (Il lutto si addice a Elettra), la trilogia di Eschilo. Più o meno influenzati dalla psicanalisi sono tanti altri autori: F. Kafka, Th. Mann, A. Huxley, S. Zweig, S. Anderson, F. S. Fitzgerald, V. Woolf, A. Gide, ecc. Particolarmente incisivo è l'influsso della psicanalisi nel movimento surrealista, che afferma la preminenza della parte inconscia dell'uomo sulla ragione e la necessità di registrare fedelmente nell'opera d'arte gli stati irrazionali, quali il sogno, gli automatismi psichici, le alienazioni mentali. La teorizzazione dell'essenzialità, nel fenomeno artistico, di un secondo linguaggio “profondo” è avvenuta, nell'ambito della Nouvelle critique, a opera di R. Barthes; ma l'influsso più esplicito della psicanalisi freudiana nella critica letteraria contemporanea è da ravvisare in un'opera come The Wound and the Bow (1941; La ferita e l'arco) di E. Wilson e nel saggio di Sartre su Baudelaire. La critica psicanalitica contemporanea ha nomi rilevanti come quelli di L. Spitzer, J. Rivière, A. Thibaudet, S. Langer, A. Richards, R. Fry, J. Starobinski, ecc.; ma il tentativo più rigoroso di psicanalisi applicata alla letteratura è quello di C. Mauron e di J-P. Weber (vedi psicocritica). § In Italia, fino al secondo dopoguerra, si registra una scarsa attenzione della critica letteraria verso la psicanalisi, a eccezione di G. Debenedetti, S. Solmi, G. Contini, M. Praz. Nell'ambito dei poeti e romanzieri, essendo arduo stabilire la quantità delle letture psicanalitiche di Campana e difficilmente ipotizzabile che uno scrittore naturaliter freudiano come L. Pirandello abbia studiato direttamente le teorie di Freud, occorre ricercare i più seri approcci psicanalitici nell'ambito della letteratura “triestina”, da I. Svevo, che narra la sua ingenua ed eterodossa autoanalisi in La coscienza di Zeno, a Saba, l'autore più significativo, pur nel suo freudismo rigido, per esemplificare i rapporti tra psicanalisi e poesia italiana (si veda l'opera postuma Ernesto). I fermenti psicanalitici sono stati originalmente assimilati, in misura diversa, soprattutto da E. Vittorini, C. E. Gadda, T. Landolfi, M. Soldati, G. Piovene, E. Emanuelli e da E. Morante; ma lo scrittore che più consapevolmente e più tenacemente ha teorizzato la necessità per l'intellettuale di unire nelle sue analisi demistificanti Marx e Freud è stato A. Moravia, mentre C. Pavese è tra gli autori più adatti a “sentire la realtà in modo regressivo secondo categorie psicanalitiche” (David). Altri scrittori più o meno influenzati dalla psicanalisi sono stati V. Brancati, D. Buzzati, I. Calvino, G. Bassani, M. Luzi, O. Ottieri, A. Zanzotto, P. Volponi, mentre un caso particolare è quello di G. Berto, che ha risolto in chiave ironico-grottesca la storia della sua nevrosi. Un posto di rilievo deve essere riconosciuto a P. P. Pasolini, che ha esibito le sue frustrazioni con ironia, e a E. Sanguineti, che ha fornito illuminanti interpretazioni sul mondo onirico dantesco e sull'inconscio incendiario di A. Palazzeschi. È da rilevare la piena assimilazione della psicanalisi da parte di critici quali A. Arbasino, R. Barilli, P. Citati, U. Eco, A. Guglielmi, G. Manganelli, E. Raimondi, E. Zolla, ecc. § Oltre che sulla visione del mondo e sulle tecniche di molti drammaturghi novecenteschi, le teorie di Freud hanno influito sulla messinscena di testi “classici” con situazioni fortemente tipizzate, dai tragici greci a certi drammi shakespeariani quali Amleto od Otello, sul lavoro di preparazione dell'attore e sullo psicodramma. Le idee e le tecniche psicanalitiche sono, per esempio, alla base di quella particolare versione del “sistema Stanislavskij” che va sotto il nome di “metodo” e che è stata soprattutto applicata da L. Strasberg all'Actors' Studio di New York, accentuando in particolare gli esercizi di “memoria affettiva”, cioè il recupero di sensazioni e modi di comportamento già sperimentati in passato e principalmente durante l'infanzia, al fine di pervenire a una più convincente e convinta partecipazione dell'attore allo spettacolo.

La psicanalisi nella cultura: arte

Nel campo della critica d'arte figurativa, sulla base dei fondamentali studi di E. Kris ed E. Gombrich, e in proficuo confronto con gli apporti di altre metodologie, come la psicologia della percezione, l'antropologia, la semiotica, la sociologia dell'arte (una puntuale analisi critica del rapporto psicanalisi-arte è stata condotta, per esempio, da A. Hauser), si è operato complessivamente sulla linea di un notevole ridimensionamento della portata dei contributi freudiani all'analisi del fenomeno artistico: da un lato, sul piano teorico, è stata sottoposta a critica stringente la tesi freudiana dell'arte come sublimazione, appagamento sostitutivo o fase regressiva (una volta sgombrato il campo dall'equivoco rapporto, di ascendenza romantico-decadentistica, tra arte e follia); dall'altro, sul piano dell'analisi specifica, è stata sottolineata la sostanziale mancanza di storicità delle analisi di Freud su artisti come Leonardo e Michelangelo, che prescindevano totalmente dalla considerazione del campo storico e tecnico proprio e specifico delle arti figurative. La psicanalisi può quindi fornire allo studio delle arti visive un contributo parziale, limitato a certi aspetti, necessariamente da integrare in una visione compiutamente storica dei fenomeni.

La psicanalisi nella cultura: musica

Nel campo della musica è sempre operante la lezione di Th. Adorno che, ricorrendo all'analisi psicanalitica oltre che sociologica, ha individuato nell'uomo d'oggi, soggetto all'alienazione consumistica, un'incapacità di avvicinarsi alla musica come a qualsiasi prodotto d'arte. Questa posizione, che aveva trovato una formulazione molto rigida nella Filosofia della nuova musica (1949), è andata sfumandosi nelle successive opere di Adorno (in sintonia con la trasformazione del suo giudizio verso le esperienze musicali contemporanee) sino a ipotizzare, nell'Introduzione alla sociologia della musica (1962), la possibilità di un approccio critico con l'opera d'arte, in grado di metterne a fuoco i rapporti dialettici con il meccanismo repressivo della società: riproponendo dunque, sia pure in una prospettiva problematica, la funzione liberatoria e catartica del momento estetico.

La psicanalisi nella cultura: cinema

L'incontro del cinema con la psicanalisi avvenne nel 1925, quando il regista austriaco G. W. Pabst realizzò in Germania il film I misteri di un'anima (uscito nel 1926) con la consulenza di due allievi di Freud, H. Sachs e K. Abraham, che tentarono invano di ottenere l'assenso del maestro (il quale lo negò con l'obiezione che gli sembrava “non possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione plastica”). Negli stessi anni comparvero in Francia i primi saggi teorici sui rapporti tra i due campi. Nel 1928 i surrealisti L. Buñuel e S. Dalí con Un chien andalou, e nel 1930 il solo Buñuel con L'âge d'or, costruirono poemetti cinematografici di avanguardia su concetti-base freudiani, quali il pensiero onirico, il simbolo, la scrittura automatica, la carica eversiva dell'istinto sessuale. Ma nel cinema commerciale tali istanze vennero assorbite, banalizzate e, come accadde in USA a partire dagli anni Quaranta, ridotte a espedienti narrativi (monologo interiore, flash-back) e a funzioni di thrilling e di suspense in generi tradizionali come il giallo-poliziesco. Hitchcock, infatti, ne fece l'uso maggiore, da Io ti salverò (1945) con le sequenze-incubo di Dalí, a Psycho (1961) e a Marnie (1964), tutti architettati su traumi infantili e complessi di colpa, di castrazione, di Edipo. All'“ondata psicanalitica” si congiunse, dal 1948 con La fossa dei serpenti di A. Litvak, una sottocorrente “psichiatrica” che pose al centro del dramma la malattia mentale genericamente intesa (l'approfondimento sociale della materia si è avuto in Italia nel 1974-75, con Nessuno o tutti di M. Bellocchio, Agosti, Rulli e Petraglia, e con Fortezze vuote di G. Serra). Riferimenti psicanalitici precisi, e più seriamente trattati, tornarono attorno al 1960 nel film sperimentale del neurologo tedesco O. Domnick Jonas (1957), in David e Lisa (1962) di F. Perry, e in Freud-Passioni segrete (1962) di J. Huston. Per l'Italia si ricordano La fuga (1964) di P. Spinola e, sceneggiati da F. Carpi, Un uomo a metà (1966) di V. De Seta, Diario di una schizofrenica (1968) di N. Risi, L'età della pace (1974) dello stesso Carpi. A questo punto il discorso non può più riferirsi solo al trasferimento sullo schermo di certi contenuti, tecniche o personaggi legati alla psicanalisi, ma all'influsso esercitato sul cinema dal diffondersi della nevrosi nel mondo contemporaneo, che i maggiori registi (da Buñuel a I. Bergman, da M. Antonioni a F. Fellini e Pasolini, da A. Resnais a N. Ōshima, da A. Delvaux a A. A. Tarkovskij, da B. Bertolucci ad R. Altman e a W. Allen), così come le correnti sperimentali, rispecchiano nei loro film. Quanto al contributo critico della psicanalisi nello studio dei vari fenomeni filmici, accanto a interventi parziali e sporadici di analisti stranieri e italiani (C. Musatti), vanno citati i primi tentativi sistematici come quello di P. Tyler che nel 1947 (in Magic and Myth of the Movies) discusse appunto l'ondata statunitense, gli approcci teorici di Ch. Metz (La significazione nel cinema, 1972), per cui l'“oggetto-film” ha coi meccanismi dell'inconscio “una parentela più intima e più radicale di altre forme espressive”, e i saggi suoi e di altri raccolti nel n. 23 della rivista Communication dedicato a Psychanalyse et cinéma (1975), saggi che affrontano il cinema sia come “testo”, analizzando o criticando prevalentemente film americani, sia come “codice”, ossia come dispositivo e istituzione (come “divano dei poveri”, dice l'antipsichiatra F. Guattari), e quindi anche il suo rapporto con lo spettatore.

L. Ancona, La psicanalisi, Brescia, 1964; C. L. Musatti, Trattato di psicoanalisi, Torino, 1967; F. Fornari, Nuovi orientamenti della psicoanalisi, Milano, 1967; A. Freud, L'Io e i meccanismi di difesa, Firenze, 1968; J. Maiore, Principi di psicoanalisi clinica, Milano, 1968; D. Rapaport, Affettività e pensiero nella teoria psicoanalitica, Milano, 1972; W. A. Stewart, Psicanalisi. I primi dieci anni, 1888-1898, Milano, 1974; M. David, Letteratura e psicanalisi, Milano, 1975; M. Balint, Amore primario. Gli inesplorati confini tra biologia e psicanalisi, Milano, 1991.

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