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sottosviluppo

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Definizione

sm. [sec. XX; sotto-+sviluppo]. Insufficiente sviluppo sociale ed economico di un'area o di un Paese. Il termine, coniato nel secondo dopoguerra per richiamare l'attenzione sui problemi della fame e del crescente sovrappopolamento nei Paesi “poveri” del pianeta, è venuto assumendo in seguito un'ampia serie di accezioni, talora contraddittorie. Sotto il profilo dell'estensione geografica, le situazioni di sottosviluppo si sono in genere considerate proprie del Terzo Mondo, ovvero dei Paesi dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia centromeridionale: all'interno di questa grande area, in realtà, le situazioni sono andate diversificandosi sempre più, in particolare per l'ineguale sfruttamento di materie prime (per esempio, nel Brasile, nei Paesi petroliferi del Vicino Oriente o in quelli ferriferi dell'Africa guineana), mentre in altri casi il decollo urbano-industriale si doveva considerare ormai avvenuto (così nella Repubblica, nonostante le forti riserve di carattere politico, in Sudafricana e Argentina). Ancora meno univoci erano i parametri ritenuti idonei a “misurare” il grado di sottosviluppo: basso reddito pro capite; crescita demografica accelerata e non compensata da quella del prodotto interno lordo; carenze alimentari e sanitarie; forte disoccupazione e sottoccupazione; alta percentuale di popolazione agricola; bassa percentuale di popolazione urbana, per di più assai concentrata; debole produttività del settore primario; inconsistenza del settore industriale; ipertrofia e parassitismo del settore terziario, commerciale e burocratico; assenza di iniziative economiche endogene e subordinazione negli scambi internazionali; squilibri regionali interni; perdita di identità delle strutture sociali tradizionali. Si tratta, come è evidente, di parametri non omogenei, alcuni dei quali esprimibili in termini quantitativi, altri solo in termini qualitativi, e comunque, anche nel primo caso, viziati dall'ottica del “benessere” come inteso nei Paesi occidentali industrializzati. Dopo la decolonizzazione, negli anni Sessanta del XX sec., si poneva il problema di classificare quei Paesi che, entrando nella sfera di influenza comunista (sovietica o cinese), avrebbero visto venire meno le motivazioni di sfruttamento capitalistico e imperialistico attribuite al sottosviluppo dal pensiero marxista, senza tuttavia compiere significativi progressi in campo economico e sociale; del resto. La stessa Repubblica popolare cinese, pur conseguendo, nel periodo della “rivoluzione culturale” maoista, l'autosufficienza alimentare, restava geograficamente collocata nella fascia del sottosviluppo, di cui presentava indubbiamente numerose caratteristiche. Alla fine degli anni Ottanta, poi, la caduta dei regimi comunisti ha messo allo scoperto condizioni di sottosviluppo inimmaginabili nel cuore dell'Europa orientale. La tipologia geografica delle aree sottosviluppate è andata così diversificandosi ulteriormente, venendo a includere, secondo l'uso corrente del termine, le regioni deboli degli stessi Paesi avanzati (per esempio, il Mezzogiorno italiano).

Economia: i mezzi per combattere il sottosviluppo

Altrettanto aperto è il dibattito relativo agli interventi da attuare per ridurre il sottosviluppo: dal controllo delle nascite alla valorizzazione delle potenzialità agricole e minerarie, ai tentativi di industrializzazione, ai sostegni finanziari, agli aiuti umanitari. I maggiori ostacoli derivano dalla resistenza culturale delle aree sottosviluppate a recepire interventi esterni, spesso contrastanti con dettami religiosi e sociologici assai radicati, e dalla scarsa stabilità ed efficienza dei governi locali, raramente in grado di controllare la diffusione degli interventi stessi sul territorio. Nel settore agricolo, considerando che i Paesi sottosviluppati ricadono per gran parte nelle fasce tropicali siccitose o comunque caratterizzate da regime pluviometrico irregolare, fondamentale importanza hanno le opere di regolazione idraulica (dighe, canalizzazioni),. Ma la realizzazione di un sistema irriguo comporta modificazioni, nelle strutture insediative e ancor più nelle tecniche colturali, che non sempre le popolazioni interessate sono disposte ad adottare in mancanza di un'adeguata preparazione, a sua volta difficilmente compatibile con l'isolamento delle comunità indigene, il basso livello di istruzione ecc. Lo sfruttamento delle risorse minerarie ha certamente migliorato le condizioni di bilancio per molti Paesi sottosviluppati, ma al loro interno la sperequazione nella distribuzione delle nuove ricchezze ha spesso creato addirittura nuovi squilibri regionali, sociali e ambientali. Inoltre, il ruolo dei Paesi esclusivamente fornitori di materie prime resta inevitabilmente subordinato; l'unica parziale eccezione è rappresentata dai Paesi produttori di petrolio, per la fondamentale rilevanza di questa fonte energetica e per la capacità dagli stessi dimostrata, negli anni Settanta, di esercitare forti pressioni, attraverso l'OPEC, sui Paesi industrializzati. Negli altri casi, si rischia di alimentare quei rapporti di scambio eufemisticamente definiti “complementari”, nei quali le fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali, determinate dagli orientamenti produttivi e dalle fasi congiunturali dei Paesi avanzati, ripercuotono pesanti contraccolpi su economie già fragili, del resto sperimentati da tempo nel settore dell'agricoltura di piantagione (tipiche le crisi di sovrapproduzione del caffè, dell'arachide e di altri prodotti monocolturali). Quanto all'industrializzazione, a lungo ritenuta il solo “motore” dello sviluppo, essa ha visto confrontarsi posizioni teoriche come quelle di F. Perroux, che sosteneva si potessero creare le condizioni per una convergenza economica regionale attraverso la localizzazione di “poli” produttivi,, e G. Myrdal, che riteneva che la “forbice” del divario sarebbe destinata ad aprirsi sempre più, secondo una causazione cumulativa dei fattori di sottosviluppo dovuta alla dominanza strategica dei Paesi forti e dei loro grandi centri decisionali. Il dibattito si spostava, così, verso l'interpretazione del rapporto centro-periferia, che va da termini – appunto – di irreversibilità dell'“ingiustizia geografica” a posizioni maggiormente possibiliste, secondo cui le periferie, ricevendo input di capitali dalle aree centrali, sarebbero in grado di gestirne l'utilizzazione, a patto di saper acquisire “spirito di iniziativa“ (A. Reynaud).

Nuovi aspetti emergenti

Carattere emergente del sottosviluppo è apparso essere negli ultimi anni l'insolvenza dei Paesi beneficiari di prestiti esteri destinati a incrementarne le deboli capacità di investimento: fin dall'inizio degli anni Ottanta è parso evidente che tali debiti non avrebbero mai potuto essere saldati e da allora, in pratica, il solo pagamento degli interessi ha assorbito le risorse dei Paesi coinvolti in questa drammatica spirale, nonostante i tentativi degli organismi finanziari internazionali di trovare aggiustamenti e promuovere accordi fra creditori e debitori (alcuni dei quali, come il Messico nel 1982, o l'Argentina nel 2002, si sono trovati a dover dichiarare unilateralmente la sospensione dei rimborsi). Aspetto distintivo del sottosviluppo si è rivelato inoltre essere l'urbanesimo: caratterizzato dalla crescita “a fungo” di una sola o di pochissime città del singolo Paese, esso vede concentrarsi masse di immigrati rurali attratti dal miraggio di un salario e dell'ingresso nei circuiti dell'economia monetaria. Di fatto però, essi si trovano costretti a riprodurre le condizioni del villaggio, come nel caso africano, oppure a vivere di espedienti molto spesso illeciti, come avviene drammaticamente nelle favelas brasiliane e, in genere, nelle periferie delle capitali latino-americane o nel cuore stesso di alcune grandi città asiatiche (emblematico il degrado della vita urbana a Bombay o a Calcutta, che pure ricadono fra le prime dieci agglomerazioni mondiali per dimensione demografica). Mentre le teorie economiche sullo sviluppo e la programmazione sembrano dunque incapaci di risolvere il sottosviluppo, emerge sempre più netto l'orientamento a considerare i problemi da un punto di vista socio-culturale, invece che produttivistico, il quale tuttavia, pur idoneo ad affrontare situazioni puntuali, stenta a rimuovere le barriere macroeconomiche fra Nord e Sud del pianeta, specie là dove esse vengono rese ancor più complesse da contrasti etnico-religiosi e politici tali da mettere a rischio le capacità di sopravvivenza.