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tàmil

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Definizione

agg. e sm. Proprio della popolazione dei Tamil: lingua, letteratura tamil. § Il tamil è la più nota lingua dravidica, parlata nell'India sudorientale e nella parte settentrionale dell'isola di Ceylon (Sri Lanka). Dalla forma originaria del nome tamil (dramiḷa o damiḷa) è derivato il termine sanscrito draviḍa usato per indicare tutta la famiglia linguistica dravidica.

Letteratura: periodo sangam

La letteratura in lingua tamil ha preceduto di mezzo millennio quelle di tutte le lingue neoindiane ed era già in epoca precristiana l'unica valida risposta indigena all'egemonia del sanscrito. Inoltre, pur essendo stata moderatamente influenzata da quell'idioma, è anche la sola lingua indiana che abbia mantenuta pressoché inalterata la sua forma etimologica e sintattica durante i 2500 anni della sua produttiva evoluzione letteraria. Il genere tipico della letteratura tamil antica è quello che venne chiamato sangam o “assemblea di poeti” per sottolinearne la pluralità degli aspetti e degli interventi poetici. Il periodo sangam risale probabilmente al sec. VI a. C. e si conclude verso il sec. III, dopo quasi un millennio di ininterrotta ed eccellente produzione artistica. I vari contributi della poetica sangam, per secoli tramandati oralmente, vennero raccolti in forma manoscritta soltanto verso i sec. III-IV della nostra era in due vasti florilegi intitolati rispettivamente Ettuttohai (Le otto antologie) e Patitthupattu (I dieci idilli), il primo dei quali è costituito da uno sterminato numero di composizioni poetiche d'autori diversi e il secondo da 10 poemetti epico romantici, i cui autori vissero e operarono in epoche diverse. I rimatori rappresentati in codeste raccolte sono 461 e, sebbene nulla o quasi di essi si conosca, molti di loro risalgono certamente all'epoca precristiana. Primo e sommo tra quegli antichi umanisti fu Kabilar, che compose con eguale maestria ballate eroiche (puram) e romanze erotiche (akam). Suo capolavoro è l'VIII idillio, il poemetto bucolico sentimentale Kurincippattu (Canto della montagna), considerato il capitolo migliore del Patitthupattu. Vicina a Kabilar per genialità e felicità d'espressione è la prima poetessa della tradizione letteraria tamil, Avvai, che eccelse in un genere più tipicamente maschile, il marziale puram. A un'epoca notevolmente più recente (sec. III-IV d. C.) viene invece ascritta la terza grande opera sangam, ovvero il Tolkappiyam, la meticolosa grammatica del monaco jaina Tolkappiyar. La straordinaria letteratura sangam non si esaurisce peraltro con le tre opere sopra menzionate. I contributi di minor mole ammontano infatti a centinaia, sebbene soltanto 18 tra essi vengano stimati “somme opere”. In questo ristretto numero viene inclusa la raccolta di aforismi Kuṛaḷ (virtù) di Tiruvalluvar (sec. V), la massima opera etica dell'intera letteratura tamil, i cui tersi distici a senso finito conversano sui tre aspetti fondamentali della vita dell'uomo, ovvero dharma (regole morali), artha (beni terreni) e kama (amore sensuale). Allo stesso periodo storico appartengono anche i Panca Mahākāvya (Cinque grandi poemi), tra i quali si citano soltanto la sterminata epica Silappadikaram (La ballata della cavigliera), vicenda ricca di avvenimenti che si impernia intorno al tema onnipresente della virtù coniugale, e la Manimekalai d'ispirazione buddhista.

Letteratura: periodo dal VI al X secolo

Dal sec. VI al X il Tamil Nadu fu teatro di sanguinosi conflitti tra i regni indigeni dei Pallava e dei Pāṇḍya, che contribuirono in notevole misura all'affermarsi del nuovo brahmanesimo, a tutto svantaggio delle miti fedi jaina e buddhista, ricacciate all'estremo lembo del Deccan. Il nuovo induismo militante trovò una degna veste letteraria grazie all'operato devozionale dei santi visnuiti āḷvār e dei nāyaṇmār sivaiti, che cantarono in versi pregni di fede la gloria di Viṣṇu e di Śiva. Il testo spirituale dello sivaismo tamilico è l'antologia mistica Tirumurai (i cui primi 7 libri costituiscono il Devāram, la Bibbia dell'induismo dravidico), che raccoglie il contributo mistico dei 63 seguaci di quel movimento devozionale, quali Appar (sec. VII), Sambandar e Sundarar, detto “il santo insolente” in quanto i suoi versi sono punteggiati di inusitate richieste di cose preziose e di invettive contro il dio reo di non soddisfare le sue suppliche. La letteratura visnuita ebbe invece modo di estrinsecarsi attraverso le opere di esaltazione mistica dei 12 āḷvār raccolte successivamente nel florilegio Nalāyīra Prabandham, o “i 4000 versi”. I rappresentanti più venerati del visnuismo tamilico sono Nammalvar (sec. IX), Āṇḍāl, la beneamata di Viṣṇu, che secondo l'agiografia locale venne assunta in cielo dal dio, e il santo e ladrone Tirumangai, che non si faceva scrupolo di derubare i pellegrini per arricchire il tempio di Śrīrangam.

Letteratura: periodo "delle epopee"

All'avvento dell'impero Cola seguì il periodo letterario cosiddetto “delle epopee”, che vide il tramonto della poesia devozionale e il ritorno a quella epica. Antesignana di questo ritorno ai temi della vita comune fu la seconda e più grande Avvai (sec. XI), una figlia del popolo che fece della vita quotidiana la sua dimessa filosofia e che accantonò l'imperante genere epico per dar voce a versi di saggia e benevola umiltà. I tre secoli che seguirono il genio solitario di Avvai videro dunque l'imperversare dei cosiddetti mahākāvya, poemi epici caratterizzati da una greve sensualità e da una pesantezza espressiva che preannunciavano l'imminente decadenza delle lettere. Due soltanto di questi poemi assurgono al livello di capolavori: la Kundalakesi di Naga Gupta e soprattutto il Kamba Rāmāyana di Kamban, opera prodigiosa per vastità e perfezione, che segna il culmine e contemporaneamente la fine del classicismo tamilico. Con il declinare della dinastia Cola ebbe infatti grande fortuna la poesia encomiastica e laudatoria dei poeti di corte e fino al sec. XVII, se si eccettua il contributo intransigente e fanatico dei 18 siddha (padroni dell'occultismo) sivaiti, la letteratura tamil rimane ossequiente all'ampollosità formale di quel genere cortigiano. Già dal sec. XVI il Tamil Nadu era venuto a contatto con i missionari cattolici europei e proprio a uno di essi, il gesuita padre C. G. Beschi (1680-1746) si devono alcune delle opere tamil più famose dell'epoca media: la Tembavani, epica sulla vita di San Giuseppe, Le traversie di uno stolto, primo esemplare di prosa e prima opera satirica della lingua tamil, nonché la notevole Grammatica latina della lingua tamil. La cultura indigena dell'epoca media non raccolse peraltro quel nobile esempio e continuò a produrre pedanti epopee e untuose laudi, lasciando ai religiosi europei il compito di compilare in tamil, anche dopo l'avvento della stampa, testi essenziali come grammatiche, dizionari e testi scolastici. La prosa, il cui rinnovamento iniziò per opera di Vedanayakan Pillai (1826-1889), è la forma più seguita in epoca contemporanea, con una produzione decisamente di pregevole livello, tra i cui autori spiccano Puthumaittan (m. 1948), S. D. Subramanya “Yogī” (1891-1964), Bharati Dasan (n. 1911) e lo statista Chakravarti Rājagopalachārī che, nato nel 1879, è scomparso negli anni Settanta.

Letteratura del XX secolo

Al principio del ventesimo secolo la poesia tamil vide con Subramanya Bhārati (l882-192l), che cominciò a semplificare la lingua poetica rendendola comprensibile anche alla gente comune, un periodo di grande rinnovamento. Il tamil, infatti, è una lingua prettamente diglossica nella quale la lingua parlata differisce notevolmente da quella scritta non soltanto nella pronuncia e nel vocabolario ma perfino nella grammatica. Verso la metà del secolo un gruppo di “nuovi poeti”, il più importante dei quali fu S. Vaitheesvaran, continuò nella strada dell'innovazione linguistica, abbandonando talvolta la rima. L'uso della lingua parlata si affermò con crescente vigore anche nella narrativa e nel teatro. La prosa entrò a far stabilmente parte della letteratura tamil grazie all'influenza inglese, ma gli scrittori tamil presero in prestito dall'Occidente soltanto la forma e non i contenuti che continuarono ad essere quelli della tradizione: la famiglia e la religione. Il più grande scrittore della prima parte del secolo fu Putumaippittan (l906-l948), il primo a sviluppare il genere del racconto, in cui accanto ai temi spirituali cari alla tradizione affronta tematiche del tutto nuove e “rivoluzionarie”. Attacca infatti l'intoccabilità e lo status delle vedove di alta casta. Particolarmente famosi divennero il suo racconto filosofico Il serpente di corda e l'umoristico religioso Dio e Kantacamippillai. Altri scrittori particolarmente amati furono Akilan, con i suoi soggetti commoventi, e Kalki (pseudonimo), noto sia per i suoi interminabili romanzi storici sia per brevi racconti ironici. Jeyakanthan (n. 1934) iniziò la sua carriera letteraria con opere di critica sociale denunciando quasi esclusivamente la povertà e l'emarginazione delle caste più basse; ma con la maturità estese il suo interesse a tutta la società tamil Scrisse Amate pure, signore, dove un oste brahmanico racconta (in lingua colloquiale) a un cliente la tragedia della sua vita: la fuga di sua figlia con un uomo di bassa casta, figlia che poi ritroverà nella più grandemiseria. Uno dei migliori scrittori della seconda parte del secolo fu indubbiamente T. Janakiraman, raffinato descrittore della vita di tutti i giorni. Egli affrontò coraggiosamente il tema scottante dell'adulterio femminile (decisamente tabù nella letteratura tamil antica). Scrisse il romanzo Madre e il racconto Il lungo viaggio, in cui una giovane moglie rinuncia al suo amore extraconiugale per mantenere il voto fatto durante una grave malattia dell'anziano marito. Un posto a parte spetta a K. Narayanan (n. 1921), ex contadino che, conoscendo bene la vita rurale, descrisse pregi e difetti della gente semplice con tatto e imparzialità. Come Béla Bartók e Zoltán Kodály fecero per la musica, Narayanan si ispirò al folclore locale raccogliendo lui stesso, o facendo raccogliere, racconti popolari che intrecciò con le sue opere. Un esempio di tale sintesi è il racconto La partenza che tratta di un contadino molto vecchio che tarda a morire e il cui funerale diventa una farsa. Ma il più grande degli scrittori tamil fu certamente L. S. Ramamirtham (n. 1916). Il suo raffinato stile sfrutta tutte le possibilità del ricchissimo vocabolario tamil e giustamente famose sono le sue impressionanti similitudini e metafore. Oltre alla lingua, il suo principale interesse fu per la filosofia religiosa non-dualista (advaita) e la psicologia. Secondo un critico tamil la sua indagine psicologica raggiunge una profondità sconosciuta agli psicologi stessi. La sua opera comprende più di 200 racconti nonché una decina di romanzi e libri autobiografici e di riflessioni filosofiche, tutti di alto livello. Anche se egli avesse scritto soltanto il racconto Musica matrimoniale,chetratta di una tragedia familiare causata dalla falsa accusa di incesto sullo sfondo di visioni advaita,e il romanzo Il figlio dovrebbe essere annoverato fra i più grandi scrittori del nostro tempo.

Bibliografia

J. R. Marr, The Eight Tamil Anthologies, Londra, 1958; R. Dessingane, P. Z. Pattabiramin, J. Filiozat, La légende des jeux de Siva à Madurai, Pondicherry, 1960; O. Botto (a cura di), Storia delle letterature d'Oriente, vol. III, Milano, 1969; V. Pisani, L. P. Mishra, Le letterature dell'India, Milano, 1970; R. Gnoli, L. P. Mishra, Antologia della letteratura indiana, Milano, 1971; P. D'Urfey, Dravidian literature, Madras, 1979.