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sànscrito

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Lessico

agg. e sm. [sec. XIX; dal sanscrito saṃskṛta-, propr., perfetto, grammaticalmente compiuto]. Il termine inteso in un'accezione più ampia è riferito a tutta la fase dell'antico-indiano, e in questo caso si distingue un sanscrito vedico (la lingua delle Saṃhitā: Ṛgveda, Yajurveda, Sāmaveda, Atharvaveda), un sanscrito ieratico (la lingua della letteratura vedica esegetica: Brāhmaṇa, Āraṇyaka, Upaniṣad), un sanscrito epico (la lingua dei grandi poemi epici Mahābhārata e Rāmāyaṇa), un sanscrito classico o sanscrito per eccellenza nell'accezione più ristretta del termine (la lingua fissata dai grammatici e particolarmente da Pāṇini).

Linguistica

Principale strumento della grande civiltà brahmanica, il sanscrito come lingua di alta cultura si può dire abbia avuto un uso pressoché universale in India, che in qualche modo è continuato fino ai nostri giorni. Ma fin dall'epoca antica esso dovette essere essenzialmente limitato alle classi più elevate, come si evince dalla letteratura drammatica in cui solo i personaggi di più alto rango parlano sanscrito (re, brahmani, ministri, generali, dignitari di corte), mentre gli altri interlocutori si esprimono nei dialetti pracriti. Particolarmente nelle strofe (gāthā) di alcuni testi buddhistici si usa un dialetto pracrito sanscritizzato, specialmente nelle desinenze, cui si dà il nome di sanscrito misto, o sanscrito buddhistico ibrido, o dialetto delle gāthā. Nell'uso epigrafico il sanscrito è attestato piuttosto tardi, a partire dal sec. II d. C. Rispetto al vedico il sanscrito classico presenta generalmente una minore ricchezza e varietà di suoni e forme: mancano per esempio le consonanti liquide cerebrali ḷ ḷh; nella flessione nominale si ha una sola desinenza in cui il vedico ne ammette due; nella flessione verbale si ha la scomparsa del congiuntivo e la progressiva riduzione del precativo, un'unica forma di infinito di fronte alle 16 del vedico, una riduzione delle varie forme di aoristo, si fissa l'uso dell'aumento che nel vedico è facoltativo; l'accento, in vedico musicale e libero, diventa intensivo e si fissa nell'ambito delle ultime quattro sillabe della parola; diventano sempre più frequenti i composti, aumenta anche la loro ampiezza (giungono perfino a superare il centinaio di sillabe) e tendono a sostituire proposizioni secondarie. L'alfabeto più comunemente usato per il sanscrito è quello devanagarico.

Letteratura: generalità

Considerata generalmente una variante elaborata della perduta lingua vedica – gergo degli immigrati arii protonordici discesi in India attraverso i valichi del Nord-ovest – il sanscrito, dopo le prime alte manifestazioni letterarie testimoniate dai testi di carattere religioso, i Veda, si affermò col genere epico nel sec. IV. Le due massime epopee della tradizione letteraria sanscrita, ovvero il Rāmāyaṇa (Il viaggio di Rāma) e il Mahābhārata (Storia della grande lotta dei Bhārata) costituiscono l'espressione più vasta e popolare della poesia d'arte dell'India tutta. La loro tematica si distacca per la prima volta dall'esaltazione della divinità e dall'ambiente sacerdotale, e si svolge intorno alle vicende di nobili e di sovrani, in chiave del tutto profana. L'origine della grande poesia epica sanscrita non è ben definibile, ma non è del tutto errato identificarne la prefigurazione dei temi nelle laudi eroiche (gāthā nārāśaṃsī) dei brāhmaṇa. Esistono due generi di composizione epica: l'una comprendente i miti raggruppati sotto le definizioni di Itihāsa (racconti leggendari) e di Purāṇa (“antichi” racconti) e l'altra costituita dalle epopee d'arte (kāvya). Il Mahābhārata è rappresentativo del primo gruppo, mentre il Rāmāyaṇa è la somma espressione del secondo. Tentare di fissare la data di compilazione delle due monumentali opere tra le parentesi chiuse di una qualunque cornice cronologica è un compito che gli indologi hanno sempre eluso. È nondimeno probabile che il Mahābhārata si cristallizzasse nella sua versione definitiva verso il sec. IV d. C., mentre il Rāmāyaṇa risalirebbe a un'epoca di poco anteriore. La gigantesca versione conclusiva del Mahābhārata ammonta a oltre 110.000 sloka (strofe di quattro ottonari) suddivisi in 19 libri (parvan), dei quali l'ultimo, l'Harivaṃśia (Genealogia di Hari-Kṛṣṇa), viene considerato come accessorio. Di tutto questo sterminato complesso di sloka soltanto una parte (20.000 strofe) tratta il nucleo centrale del poema, quello del grande conflitto scatenatosi tra KauravaPāṇdava per la successione al trono di Hastināpura. Il resto si stempera in una selva di episodi secondari, avvenimenti mitologici e divagazioni didattico-teologiche quasi o del tutto estranei al dipanarsi della trama. La celeberrima Bhāgavadgītā (Il canto del Beato), un brano poetico-filosofico di straordinaria profondità etica e bellezza stilistica, è inclusa nel VI libro dell'epopea, il Bhīṣma Parvan. Il Mahābhārata è il più lungo e complesso poema che esiste al mondo ed è all'origine della gran parte della sterminata letteratura puranica successiva. E tuttavia non il Mahābhārata, bensì il Rāmāyaṇa è considerato il primo poema (Ādi kāvya) dell'India e primo poeta (Ādikāvi) il suo mitico autore, il vate Vālmīki. Nella sua veste attuale il Rāmāyaṇa è costituito da ca. 24.000 sloka suddivisi in sette sezioni (kānḍa) che narrano in una composizione sostanzialmente unitaria e di chiari intenti moralistici le tormentate vicende del dio-principe Rāma, di sua moglie Sītā e del demone Rāvaṇa, loro nemico. L'immediatezza del dettato poetico, l'accessibilità delle dottrine etiche che impartisce e soprattutto la commovente storia dei protagonisti hanno fatto dell'epopea ramaica il poema nazionale dell'India, nel quale Rāma è il giusto sovrano, il valoroso guerriero, il simbolo della luce che scaccia le tenebre rappresentate da Rāvaṇa, mentre Sītā è additata quale modello di abnegazione e incorruttibile fedeltà coniugale. Assurta agli onori della sacralità, quest'opera, che si potrebbe definire comela somma espressione dell'etica convenzionale, è oggi la Bibbia di ogni timorata famiglia induista e il catechismo di chi voglia comportarsi secondo le regole del Dharma, il codice di condotta dell'uomo retto e osservante.

Letteratura puranica

I Purāṇa rappresentano in un certo senso la continuazione della letteratura epica, pur se in essi manca il nucleo centrale e conduttore di una trama. Essi costituiscono una voluminosa letteratura che raccoglie un ricchissimo patrimonio di leggende e fatti storici, di concetti religiosi e precettistica profana indispensabile per la conoscenza dell'induismo antico. I Purāṇa, che sembra fossero inizialmente destinati alla lettura delle donne e delle caste inferiori alle quali era interdetto l'accesso ai Veda, vengono raggruppati in due sezioni, la Maggiore e la Minore, ciascuna delle quali consta tradizionalmente di 18 lavori. Questi, oltre a trattare i cinque argomenti tradizionali di creazione, ricreazione, genealogie di vati e di dei, regni di Manu (i ricorrenti cicli cosmici) e genealogie di sovrani, espongono con notevole avvedutezza e meticolosità soggetti diversi quali la filosofia, la chiaroveggenza, l'etica, la medicina, l'architettura, la grammatica, ecc. La compilazione dei Purāṇa è attribuita al leggendario aedo Vyāsa, ma è palese che nessun singolo autore, per quanto mitico, avrebbe potuto intraprendere l'effettuazione di un complesso letterario tanto disparato e cronologicamente diffuso. Datare i Purāṇa è pressoché impossibile. Che siano molto antichi lo afferma il loro stesso appellativo, ma la loro redazione definitiva è comparativamente recente e risale approssimativamente, secondo le indagini più recenti, al lungo arco di tempo intercorrente tra il sec. V e il XV dell'era volgare. L'epoca puranica fu testimone del disgregarsi della compatta religione vedica. Nuove divinità presero il sopravvento sulle antiche, nuove e potenti sette sorsero dal ramificarsi del culto neoinduista e ciascuna di esse sentì presto la necessità di poter disporre di una letteratura specifica. Frutto di questa esigenza furono i Tantra (“trama” di un tessuto), testi adespoti che illustrano gli aspetti tecnici e iniziatici del culto praticato dalle diverse comunità religiose. Queste opere vengono raggruppate in tre categorie, secondo che si tratti di testi viṣṇuiti (samhitā o “raccolte”), śivaiti (Āgama, o “tradizioni”) o śakta, che comprendono i Tantra propriamente detti, ma tutti hanno in comune il linguaggio esoterico, una tangibile componente di ritualismo anariano e una difficoltà d'interpretazione che rende pressoché inesplorata la gran parte di essi. Come i Veda, anche i Tantra sono stati inclusi nel numero delle śruti o Verità rivelate dell'induismo, ma esistono anche Tantra buddhisti a carattere parimenti esoterico. Quanto a contenuto, tutti i testi tantrici rispondono a uno schema tematico comune, che si articola in quattro parti, ovvero conoscenza (j), concentrazione (yoga), esecuzione (kriyā) e condotta (caryā), i cui dettami teologico-speculativi sono peraltro gravati e non di rado distorti da una ridda di formule magiche e incantesimi, diagrammi e cabale, oscure cerimonie iniziatiche e pratiche di stregoneria vera e propria. Cronologicamente, i Tantra non si possono fissare a un'epoca precisa. Sebbene i più antichi risalgano al sec. V d. C., la tradizione tantrica continua infatti ancora oggi, specie nell'India orientale, e con essa la compilazione dei testi mistico-teologici che le sono peculiari. Sempre all'epoca preclassica risale la letteratura favolistica popolare che ebbe nella raccolta di narrazioni dottrinarie Pañcatantra (I Cinque Libri) la sua massima espressione. La redazione dell'opera, che viene ascritta al brahmano Viṣṇuśarmā, risalirebbe a un periodo non accertato, compreso tra il sec. II e il VI. Il testo originale è andato completamente perduto, ma ha potuto essere ricostruito con sufficiente fedeltà grazie ai numerosi rifacimenti e recensioni successivi. Decisamente profano nelle sue concezioni generali, il Pañcatantra raccoglie in parabole che hanno a protagonisti gli animali un insieme di insegnamenti pratici, di regole di condotta e di aneddoti di saggezza popolare resi con fresca immediatezza nella parte narrativa ed elegante semplicità in quella gnomica. Direttamente derivante dal Pañcatantra è lo Hitopadeśa (I Buoni Suggerimenti) di Nārāyaṇa (forse sec. X), opera didascalica in quattro libri particolarmente diffusa nel Bengala. Del tutto scevre di intenzioni didattiche sono invece le novelle della Bṛhatkathā (Il grande racconto) di Gunāḍhya (sec. VIII o IX), la cui versione originale, che pare ammontasse addirittura a 700.000 strofe, è andata dispersa. Si trattava di un'antologia di storie colte dalle grandi epopee e redatte in un tipo di dialetto detto paiśācī (lingua dei piśaca), un idioma misto di sanscrito e śaurasenī, il cui testo è stato in seguito rifatto in sanscrito puro da Buddhasvāmin nel suo compendio in versi Bṛhatkathaślokasaṁgraha (sunto in sloka della Bṛahtkathā).

Letteratura speculativa

La letteratura sanscrita vanta anche un numero sterminato di opere filosofiche che, se in molti casi lasciano a desiderare in quanto a limpidezza stilistica, tecnicamente sono di eccezionale acutezza speculativa. La filosofia dell'India, come gran parte della sua letteratura, traccia le sue origini negli antichi inni vedici, laddove essi abbozzano le prime istanze di concezioni panteistiche o agnostiche. Ma è soprattutto dalle Upaniṣad, i cui passi a contenuto teosofico già rivelano una straordinaria capacità intuitiva, che i filosofi indiani trassero gli spunti per le loro ricerche metafisiche generalmente redatte in forma aforistica. Le scuole ortodosse del pensiero indiano sono sei: il sāṃkliya (sistema numerologico), che prese le mosse dal filosofo dualista Kapila; lo yoga, che ne ricalca i dettami affiancandoli però con una vera e propria tecnica di salvazione e che ha negli Yogasūtra (Aforismi sullo yoga) di Patañjali il suo testo più rappresentativo; la mīmāṃsā (Investigazione), scienza della liturgia più che filosofia, la cui opera fondamentale è costituita dai Pūrvamīmāṃsāsūtra (Aforismi sulla prima indagine); il Vedānta, intimamente connesso con il pensiero upaniṣadico. Esso rappresenta l'espressione più vasta e vitale della ricerca speculativa indiana. Di direttive per lo più monistiche, la scuola vedantica ha il suo punto di partenza nei Vedāntasūtra ed ebbe come rappresentanti giganti intellettuali quali Śaṇkara (sec. VIII), Rāmanuja (sec. XI), Madhva (sec. XIII), Vallabhācārya (sec. XV-XVI), Caitanya (sec. XV-XVI) e altri. Gli altri due sistemi ortodossi sono il realista nyāya (Retto ragionamento) e il vaiśeṣika (Sistema delle differenze), sistema naturalistico basato sulla concezione atomica della realtà. Ad arricchire questa straordinaria fioritura di scritti speculativi si aggiunsero i contributi eterodossi dei buddhisti, degli jaina e dei materialisti della scuola Cārvāka. Il nome più venerato della letteratura buddhista in sanscrito è quello di Aśvaghoṣa (sec. I-II), autore del Buddhacarita (Le vicende del Buddha) e del Sundarānanda (Il bel Nanda), nei quali egli non permette alle pie leggende intessute intorno alla figura dell'illuminato di offuscarne le dottrine e l'attendibilità storica. Alla stessa scuola buddhistica appartiene Nagarjuna (sec. II), una delle menti più versatili che l'India abbia mai prodotto, autore delle Mādhyamika-Larika (Stanze sull'originaria dottrina mediana), compendio di 400 versi nei quali egli s'industria a provare che la realtà è invero l'assenza totale di caratteri generali o specifici. È la condizione della via di mezzo, che non può essere esposta a parole o concepita dal pensiero e che può venire lontanamente avvicinata a mezzo delle otto negazioni, secondo le quali non vi è divenire, né non divenire; né annullamento, né persistenza; né unità, né diversità; né giungere, né partirsene.

Letteratura classica

L'epoca classica della letteratura sanscrita si manifesta intorno al sec. IV a. C., quando Pāṇini stereotipò il linguaggio con le sue rigide regole grammaticali. Attraverso la sua Āṣṭādhyāyī (Otto letture), un esauriente trattato comprendente 3996 concisi sūtra, egli riuscì con successo a esaminare i problemi strutturali del sanscrito non più alla luce dell'esegesi religiosa, ma piuttosto come un fenomeno a sé stante. La lettura dell'Āṣṭādhyāyī è nondimeno assai ardua, in quanto comporta tutta una serie di abbreviazioni, di astrusi riferimenti, di espressioni ellittiche e di simbolismi a tutta prima pressoché incomprensibili e resi ancor più intricati dai commentari posteriori, irti di divergenze e contraddizioni. Durante il periodo classico la letteratura drammatica raggiunse il vertice della sua fioritura. Grande drammaturgo fu Bhāsa, vissuto nei sec. III o IV, la cui notevole produzione artistica (13 drammi di grande respiro) si rifà per buona parte all'episodica del Mahābhārata. Il più valido e noto di quei drammi è lo Svapnavāsavadatta (Vāsavadatta del sogno) ispirato a una novella della Bṛhatkathā, di grande linearità stilistica e naturalezza di dialogo, considerato dalla critica orientale e occidentale unanimi come un capolavoro del suo genere. La figura più insigne della letteratura sanscrita classica è peraltro quella di Kālidāsa (sec. IV-V) nelle cui opere raffinatissime la lingua raggiunge il culmine della sua maturità artistica. Che il poeta esistette realmente è fuor di dubbio, ma nulla si sa della sua personalità e della sua vita se non episodi immaginosamente leggendari e del tutto apocrifi. Kālidāsa ci ha lasciato un vasto, quanto prezioso, contributo letterario: due poemi d'arte (mahākāvya), il Kumārasambhava (Nascita di Kumāra), composizione a toni sorprendentemente sensuali, in particolare nel canto VIII, che non pochi puritani editori omettono giudicandolo “spinto”, dove si descrivono gli amori di Umā e Śiva e la nascita del loro divino figliolo Kumāra-Kārttikeya, e il Raghuvaṃśa (Genealogia di Raghu), storia dell'omonima dinastia solare che regnò ad Ayodhya, dall'incedere austero e pur riscattato dai numerosi passi descrittivi e dai quadretti erotici e pastorali che fanno da cornice al testo storico-mitologico; tre drammi: la celeberrima Abhijñāna Śākuntalā (Śākuntalā riconosciuta) che tanti riconoscimenti ha mietuto in Occidente, capolavoro di dizione poetica e di pathos drammatico; il Mālavikāgnimitra, in cui si narrano le vicende del re Agnimitra con l'umile ancella Mālavikā, e la Vikramurvaśī (Urvaśī conquistata dal coraggio), che traduce per il palcoscenico le incontabili peripezie a lieto fine della ninfa Urvaśī e del suo innamorato Pururavas; e infine lo squisito poemetto Meghaduta (La nuvola messaggera), nel quale uno yakṣa (semidio) esiliato affida il suo messaggio d'amore a una nube (megha) affinché lo rechi all'amata lontana. Il Meghaduta rappresenta il culmine della perfezione artistica della letteratura sanscrita. Poche altre composizioni liriche al mondo possono vantare una maestria descrittiva, un'espressione a un tempo malinconica e sensuale uguali a quelle che impreziosiscono quest'opera, certamente una delle più felici di tutti i tempi. Altri nomi prestigiosi del periodo classico postkālidāsiano sono quelli di Bhāravi (sec. VI), autore del Kirātārjunīya (La lotta di Śiva in veste di Kirāta e Arjuna) in 18 canti, ispirato al III libro del Mahābhārata; di Māgha (sec. VIII), la cui epica Śisupālavadha (Uccisione di Śisupāla), tratta anch'essa da un episodio dell'epopea mahābhāratiana, tradisce nondimeno una profonda influenza dell'opera di Bhāravi; di Hemacandra (1079-1173), poligrafo jaina e poeta di corte del re Cālukya Kumārapāla, in onore del quale vergò in lingua mista (20 sloka in sanscrito e 8 in pracrito) il poema storico-grammaticale Kumārapālacarita (Gesta di Kumārapāla), un documento storico insostituibile per la conoscenza genealogica della dinastia Cālukya del Gujarat. Hemacandra fu uno scrittore eccezionalmente prolifico e versatile. Redasse tra l'altro un lessico, la Pāiyalacchīnāmamālā (Ghirlanda dei nomi provinciali), comprendente ca. 4000 deśī, ovvero vocaboli della lingua pracrita corrente; un trattato yogico, gli Yogasūtra, in 12 capitoli con un commento in stile kāvya, e una biografia, il Triṣaṣṭiśalakapuruṣacaritra (La vita dei 63 santi uomini), un mahākāvya in 10 libri nei quali si espongono la vita e gli insegnamenti dei santi jaina e che viene acclamato come il Mahābhārata di quella religione. L'epopea storica trova eccellente espressione nel contributo di Bilhana (sec. XI), storico, poeta e grammatico, autore dell'epica eulogistica Vikramānkadevacarita (Le gesta di Vikramāditya Tribhuvanamalla), nella quale descrive la storia della dinastia Cālukya dalla sua origine mitica fino ai suoi giorni, importante contributo storico che gli valse il titolo di “maestro di scienze” (Vidyāpati). Tuttavia l'unico documento della letteratura indiana antica che possa a buon diritto venir considerato alla stregua di testo storico vero e proprio è la Rājatarangiṇī (Il fiume dei re) di Kalhanasec. XII). In essa l'autore ha infatti preferito esporre gli avvenimenti come semplice cronaca – e non già, come era fino allora avvenuto, a guisa di poemi encomiastici pregni d'adulazione – resa però agile e accattivante da un commento obiettivo e da un'imparziale analisi dei fatti, non disgiunta da una punta di sottile sarcasmo. Giustamente celebri sono anche le centurie (śataka) di Bhartṛhari (sec. VII), ovvero lo Śṛingaraśataka (Centuria sull'amore), il Nītiśataka (Centuria sul saggio vivere) e il Vairāgyaśataka (Centuria sulla rinuncia), che rappresentano uno dei momenti più felici della letteratura postkālidāsiana. Alla stessa vena poetica gaiamente profana appartengono l'Amaruśataka di Amaru (sec. VI o forse VII), un'operetta che viene considerata un vero capolavoro di lirismo erotico, e il poema teologico-amoroso Gītagovinda (Canto di Kṛṣṇa Govinda), il primo esemplare letterario della nuova devozionalità viṣṇuita. La narrativa esordisce con Dandīn (sec. VII) e con il suo Daśakumāracarita (Le imprese dei dieci principi), un romanzo in prosa il cui vigore espressivo è notevolmente offuscato nel primo e nell'ultimo capitolo, evidenti interpolazioni successive di un poco dotato anonimo. Di pari impegno e mole sono i due romanzi di Bāṇa (sec. VII), lo Harṣacarita (Le gesta di Harṣa), fantasiosa biografia del re Harṣa, alla corte del quale Bāṇa era cortigiano, il cui testo è purtroppo mutilo, e la Kādambarī, tratto da una novella della Bṛhatkathā che, rimasta incompiuta per la morte dell'autore, venne completata dal figlio di lui. A partire dal sec. X assurge agli onori della miglior letteratura anche il popolare genere campu, composizione narrativa mista a versi il cui più illustre esempio è rappresentato dalla Nalacampū (La campū di Nala) di Trivikrama Bhatta (sec. X), cui si affianca degnamente la Yaśatillakacampū (La campū dell'ornamento frontale della gloria) di Somadeva Sūri (sec. X), nella quale l'autore canta con precisione stilistica ed effusiva eleganza la gloria della fede giainica.

Letteratura: precettistica

Menzione separata va fatta – indipendentemente dalle sue ascendenze cronologiche – della precettistica sanscrita, ovvero di quell'insieme di manuali consultivi (e ne esiste un numero strabocchevole) che presiedono all'elaborazione di determinati argomenti, quali la poesia e l'arte della rappresentazione, la politica, l'erotismo e le scienze in genere. Opera enciclopedica relativa alla drammaturgia è il Nāṭyaśāstra (Trattato d'arte drammatica), attribuito al mitico Bhārata, il quale l'avrebbe ridotto da un improbabile divino Nāṭyaveda (Veda della drammaturgia) che sarebbe stato vergato addirittura dal dio Brahmā. Nella forma in cui ci è pervenuto, risalente ai sec. V-VI, il Nāṭyaśāstra comprende 37 o 38 libri, che offrono tutta una serie di notizie, minuziosamente dibattute, sulla teoria e la prassi della rappresentazione scenica, sul corretto uso del pathos, sulla costruzione del palcoscenico e sulla suddivisione dei diversi tipi di arte scenica, quali la musica, la danza, la mimica, la declamazione. L'analisi del rasa, il “sentimento” estetico della poesia indiana, venne approfondita da Dandīn nel suo manuale Kāvyādarśa (Specchio della poesia) e nel Kavyālaṁkāra (Ornamento della poesia) del retore Bhāmaha (sec. VII), opere dense di acute osservazioni circa l'uso delle varie figure retoriche (alaṁkāra), ma piuttosto pedanti nel loro insieme. Fu invero a causa della codificazione eccessivamente rigida che questi testi imposero se la poesia sanscrita perse gran parte della sua spontaneità trasformandosi gradualmente in un decadente esercizio di equilibrismo dialettico. Un altro nome importante nel campo della precettistica poetica è quello di Ānandaverdhana (sec. IX), che nel suo Dhvanyāloka (Luce della suggestione) traccia la linea di confine che separa il linguaggio corrente dalla poesia, nella quale le parole, pur mantenendo il loro significato etimologico, acquistano una “suggestione” (dhvanyi) diversa. Con Abhinavagupta (sec. X-XI), uno dei massimi pensatori dell'India di tutti i tempi, si può dire che si conclude l'epoca creativa della letteratura normativa sanscrita. Ad Abhinavagupta si deve il celebre Tantrāloka (Luce dei Tantra), un esauriente studio del misticismo tantrico alla luce del suo monismo śivaita, nonché un gran numero di commentari su precedenti trattati di poetica, di filosofia, di estetica. La precettistica politica ebbe il suo primo e sommo esponente in Kauṭilyaalias Cāṇakya o Viṣṇugupta), ministro di Candragupta Maurya (sec. IV a. C.), che nel suo Arthaśāstra (Trattato sull'arte del governare) definisce la conduzione pratica del potere politico senza minimamente prendere in considerazione quegli scrupoli etici o religiosi che in India smussano invariabilmente ogni abuso politico. Si tratta di un'opera completamente laica e non priva di machiavellico cinismo, nella quale l'autore sostiene e giustifica la tirannia condotta con lo scettro e con il bastone (danḍa) e salvaguardata da un complicato sistema poliziesco e di spionaggio. Nessun mezzo è vile, secondo Kauṭilya, quando si tratta di preservare l'incolumità del sovrano e il suo potere, e a questo fine la doppiezza, la delazione, finanche la liquidazione sommaria degli avversari sono leciti sistemi di prevenzione. L'Arthaśāstra – così come ci è pervenuto in una versione risalente ai sec. III-IV d. C. – è suddiviso in 15 libri, ciascuno dei quali è a sua volta ripartito in 180 sezioni che trattano tutto lo scibile della politica e della vita di corte, spaziando da argomenti quali le alleanze, l'economia, la guerra o la giustizia, a temi familiari quali le attenzioni da dedicare alle concubine nel gineceo o il miglior modo di allevare i regi rampolli. Il lavoro più antico e di gran lunga più famoso circa la precettistica erotica è il trattato Kāmasūtra (Aforismi d'amore) di Vātsyāyana Mallanaga (sec. IV-V). Monografia scientifica, per nulla fatua come l'argomento indurrebbe a far pensare, il Kāmasūtra discute con notevole pedanteria in 7 sezioni, 14 sottocapitoli e 36 “lezioni” gli innumerevoli aspetti dell'ars amatoria, ovvero i diversi tipi di copula, la medicina afrodisiaca, le tecniche del corteggiamento, ecc. Lettura tutt'altro che pruriginosa, il Kāmasūtra rappresenta un documento prezioso, insostituibile per la conoscenza della vita sociale, degli usi e costumi dell'India imperiale precristiana. La medicina indiana esordisce con l'Āyurveda (Veda della lunga vita), supplemento (upānga) dell'Atharvaveda. Il testo ayurvedico è andato disperso, ma secondo le tradizioni indigene, che lo venerano come Verbo di Brahmā, esso ammontava una volta a ben 100.000 strofe divise in 8 sezioni che trattavano argomenti diversi, dalla terapeutica alla tossicologia, dalla demonologia alla chirurgia. Le due opere classiche dell'antica medicina dell'India sono nondimeno la Carakasaṁhitā (Raccolta di Caraka), archiatra alla corte dell'imperatore indo-scita Kaniṣka, e la Suśrutasaṁhitā (Raccolta di Suśruta), riveduta e portata a termine da Nāgārjuna. Il progresso della medicina vedica e postvedica, quale appare in questi enciclopedici manuali consultivi, è straordinariamente avanzato. Oltre alla diagnostica e alla prognosi, alla farmacologia, all'anatomia, all'embriologia, alla dietetica e alla patologia generale, assai sviluppata era anche la chirurgia, che interveniva in casi assai difficili quali la sutura intestinale, la laparotomia, l'asportazione della cataratta e persino in casi di rinoplastica. Al sec. VIII o IX risale la compilazione del trattato di patologia generale Rugviniścaya (Diagnosi dei mali) di Madhva, redatto in versi che enumerano, oltre ai vari malanni e alla loro sintomatologia, anche le complicazioni che possono causare. I trattati di chimica e alchimia sono in gran parte correlati alla medicina e, a parte quelli più esoterici, possono venir inclusi nella farmacopea corrente, mentre le matematiche sono molto più evolute, in particolare nei campi dell'algebra e della geometria. Il più insigne astronomo e matematico fu Āryabhaṭa (sec. V), autore dell'Āryabhaṭīya (Testo di Āryabhaṭa), esposizione sintetica di 121 strofe divise in quattro sezioni: l'introduttiva, l'aritmetica, quella dei calcoli planetari e la sezione dedicata al globo terrestre, del quale già si conosce la rotazione. L'astronomia viene infine esaurientemente discussa nella Pancasiddhāntikā (I cinque sistemi) di Varāhamihira (sec. VI) alla luce di cinque metodi diversi, tra i quali il Romaka (romano) e il Pauliśa (paolino), e nell'elaborata Bṛhatasaṁhitā (Grande raccolta) dello stesso autore.

Bibliografia

Per la storia della lingua

L. Renou, Histoire de la langue sanscrite, Lione-Parigi, 1956; V. Henry, Èléments de sanscrit classique, Parigi, 1975; R. Peca Conti, Profilo del sanscrito, Padova, 1984.

Per le grammatiche

A. Thumb, R. Hauschild, Handbuch des Sanskrit, Heidelberg, 1958-59; L. Renou, Grammaire sanscrite, Parigi, 1975; S. Sani, Grammatica sanscrita, Pisa, 1991.

Per la letteratura

L. Renou, Litérature Sanscrite, Parigi, 1945; M. Vallauri, Teatro Indiano, Milano, 1959; V. Pisani, M. Vallauri, Le più belle pagine della letteratura in sanscrito, Milano, 1962; V. Pisani, L. P. Mishra, Le letterature dell'India, Milano, 1970; R. Gnoli, L. P. Mishra, Storia della Letteratura Indiana, 2 voll., Milano, 1971; L. Sternbach, On the Influence of Sanscrit Gnomic Literature, Torino, 1979.