Questo sito contribuisce alla audience di

Quevedo y Villegas, Francisco de-

Guarda l'indice

Biografia

Scrittore spagnolo (Madrid 1580-Villanueva de los Infantes, Ciudad Real, 1645). Figlio di un funzionario di corte, hidalgo ma di scarsa fortuna, ebbe compiuta formazione umanistica presso i gesuiti di Madrid, poi all'Università di Alcalá (1596-1600) e quindi a Valladolid, capitale provvisoria. Nel 1606, noto già come poeta, seguì la corte a Madrid e, senza cessare di comporre versi e prose, con fecondità tipicamente barocca, entrò nella vita politica al seguito di un ambizioso aristocratico, il duca di Osuna. Regnava l'imbelle Filippo III, dominato da ministri rapaci e assai corruttibili, come Lerma, e gli intrighi pullulavano. Osuna partì per la Sicilia, nominato viceré, nel 1611, e Quevedo y Villegas, suo segretario, lo seguì in Italia, svolgendovi missioni importanti e niente affatto letterarie. Nel 1616 Osuna divenne viceré di Napoli e iniziò una politica personale aggressiva che lo portò a scontrarsi con Venezia nell'Adriatico (resta piuttosto misteriosa la congiura del 1618, nella quale Quevedo y Villegas sarebbe intervenuto come agente segreto, sottraendosi con la fuga a morte sicura). Sconfessato da Madrid, Osuna venne rimpatriato e arrestato, e con lui tramontarono i sogni politici di Quevedo y Villegas, confinato nel 1620 in uno squallido villaggio della Mancia, la Torre de Juan Abad, di cui s'intitolò pomposamente “signore” e da cui trasse sempre pochi “tributi” e molti guai e liti giudiziarie. Nel 1621 morì Filippo III e Quevedo y Villegas, assieme a quasi tutti gli Spagnoli, sperò molto dal nuovo re, Filippo IV, e dal nuovo ministro, il conte-duca d'Olivares. Ma questi ebbe la disgrazia di trovarsi di fronte Richelieu e la Spagna incappò in una serie di disastri economici e militari suggellati dal Trattato di Vestfalia (1648). Dapprima favorevole e quindi avverso all'onnipotente conte-duca, Quevedo y Villegas non poté più dedicarsi agli intrighi politici e ne riportò un acerbo desengaño; sofferse invece quattro anni di dura prigionia a León (1639-43) e solo sei mesi dopo la caduta del dittatore uscì dal carcere per andare a morire, poco più di un anno dopo, nella desolata Mancia donchisciottesca.

Le opere

Alla sua aspra amarezza di spagnolo, orgoglioso e nazionalista, costretto a vivere in un momento di crisi e decadenza politico-economica del Paese, si aggiunge quindi il disinganno del personale fallimento come politico; per non contare anche quello sentimentale, di misogino costretto dalla moglie di Olivares a sposare nel 1634 una ricca vedova, per separarsene subito dopo (il che lo indusse a odiare le donne ancor più di prima). Inoltre era zoppo e miope, e sebbene a volte scherzasse egli stesso, sempre per orgoglio, sui propri difetti fisici, il suo risentimento fu alimentato anche da essi. L'astio – o per dir meglio, un dolore profondo e senza speranza – si avverte in tutta l'opera di Quevedo y Villegas, a cominciare dalle lettere scritte in latino, nel 1604, al suo illustre amico fiammingo Giusto Lipsio: “Ci consumiamo, preda dell'ozio e dell'ignoranza... Molti dicono menzogne, nessuno parla veramente... Nei Paesi Bassi si perdono le nostre truppe e le nostre ricchezze, ma qui in Spagna ci perdiamo noi...”. A differenza degli altri grandi spagnoli della decadenza, Quevedo y Villegas non fu consolato dalla religione (come Calderón), né dall'arte (come Lope de Vega e Cervantes), né dalla filosofia stoica (come Gracián). Fu uno scrittore grande e potente, e in apparenza contraddittorio, definito persino “uomo del diavolo – uomo di Dio” (Bouvier) per l'insanabile contrasto che separa i suoi scritti satirico-grotteschi, come il Buscón e i Sueños, da quelli religiosi e ascetici, come le vite di San Paolo e di Bruto, la Providencia de Dios e La cuna y la sepultura; o anche i poemi sarcastici e beffardi come il celebre Poderoso caballero – es Don Dinero, celebrazione dell'onnipotenza dell'oro, da quelli quasi mistici come i meravigliosi sonetti sulla morte. In fondo, però, Quevedo y Villegas è un artista unico e irripetibile, sia pure entro i moduli tipici del barocco (col suo gusto del concettismo pregnante e dell'esasperazione dei contrasti); e la sua chiave morale è appunto quello sconsolato disinganno che lo spinge ora a vendicarsi del mondo caricaturandone tutte le storture e le assurdità, ora a rifugiarsi in un'ascesi cristiana e stoica o nell'illusione di una palingenesi metafisica. Soltanto di comodo è pertanto la suddivisione delle sue opere in prose (narrative, politiche, religiose, dottrinali, filosofiche, burlesche, satirico-morali, ecc.) e poesie, anch'esse di svariate “coloriture”. Per il vigore senza pari della scrittura emergono comunque, fra le prime, la narrazione picaresca Historia de la vida del buscón llamado Don Pablos (forse 1610; Storia della vita del paltoniere chiamato Don Paolo); i cinque Sueños (Sogni), sfrenatamente “surrealistici”, (Il giudizio universale, Lo sbirro indemoniato, L'inferno, Il mondo dal di dentro, La morte; 1606-forse 1612) paragonabili a quadri di Bosch; la fantasia storico-morale La hora de todos (1635); il trattato Política de Dios, gobierno de Cristo (1617-26); i Grandes anales de quince días (1621-36; Grandi annali di quindici giorni), storia della crisi del 1621, e altri, quali le ricordate vite di San Paolo e di Bruto. Ma dove meglio si vede, forse, l'“inferno” di Quevedo y Villegas (cioè il mondo in cui si trovò a vivere) diventare arte, per una potente lievitazione della sua angoscia esistenziale, è nelle poesie, e in particolare in molti sonetti sulla condizione umana e sulla morte. Poeta difficile, per il gusto della parola e dell'immagine ardua e della concentrazione espressiva, Quevedo y Villegas è considerato oggi, a buon diritto, uno dei più alti e originali lirici spagnoli di tutti i tempi; e senza alcun dubbio uno dei più significativi nel vasto e multiforme quadro della poesia barocca europea.

Bibliografia

R. Bouvier, Quevedo hombre del diablo, hombre de Dios, Buenos Aires, 1951; R. Gómez de la Serna, Quevedo, Buenos Aires, 1953; G. Mancini, Gli “Entremeses” nell'arte di Quevedo, Roma, 1955; A. Espina, Quevedo, Madrid, 1962; J. O. Crosby, En torno a la poesía de Quevedo, Madrid, 1967; M. Pinna, La lirica di Quevedo, Padova, 1968; M. Molho, Semantica e poetica. Góngora, Quevedo, Bologna, 1991.

Media


Non sono presenti media correlati