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antisèttico

agg. e sm. (pl. m. -ci) [anti-2+settico].

1) In medicina, trattamento antisettico, antisepsi.

2) In farmacologia, preparato antiparassitario ad azione locale avente la proprietà di inibire la crescita e la riproduzione dei microrganismi senza necessariamente distruggerli. Tale definizione consente di distinguere, a puri fini di classificazione, le sostanze antisettiche dai composti che provocano localmente la distruzione di tutti i microrganismi (germicidi o sterilizzanti locali) o in prevalenza quelle dei germi patogeni (disinfettanti). Non esistendo criteri di valutazione clinica o di laboratorio che permettano di operare una reale differenziazione, in pratica gli antisettici, i germicidi e i disinfettanti vengono raggruppati in una sola classe di antiparassitari locali.

3) Nella tecnologia alimentare, additivo volontario aggiunto nei prodotti alimentari per preservarli contro le alterazioni di natura microbiologica. Uno degli antisettici maggiormente usati è l'anidride solforosa che viene aggiunta nei vini, nei succhi di frutta e nelle bevande gassate. L'anidride solforosa è ampiamente utilizzata in enologia per le numerose funzioni che svolge: ha azione antiossidante, defecante, favorisce la solubilizzazione delle sostanze coloranti e consente di selezionare la flora microbica presente nel mosto, eliminando i lieviti indesiderabili ai fini di una corretta vinificazione. Le dosi massime di impiego sono 175 mg/l per i vini rossi e 225 mg/l per i bianchi. Altri antisettici sono gli acidi salicilico, benzoico e propionico e alcuni loro sali; i glicoli, i sali d'ammonio, i solfiti, l'acido borico, i borati e alcuni antibiotici; l'utilizzazione di questi e altri composti nell'industria alimentare è regolamentata per legge (fondamentale il D.M. 31 marzo 1965) che stabilisce le dosi massime di impiego e provvede periodicamente a eliminare quei composti che non offrano sufficienti requisiti di sicurezza.

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