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disidratazióne

sf. [sec. XX; da disidratare].

1) Genericamente in chimica, processo di sottrazione di acqua. In pratica, la disidratazione può essere una semplice operazione di essiccamento, per esempio di un gas o di un solvente umidi; disidratazione si dice anche la sottrazione di acqua da un sale idrato, come per esempio il rame pentaidrato, CuSO4∤5H₂O, che si trasforma nel sale anidro CuSO4. Il nome di disidratazione si usa infine anche per le reazioni chimiche che decorrono con l'eliminazione di molecole d'acqua, come, per esempio, la trasformazione dell'alcol etilico in etilene:

La disidratazione può essere provocata da agenti diversi, quali i disidratanti, dall'azione del calore o, nel caso delle reazioni chimiche, dall'azione di adatti catalizzatori.

2) In medicina, perdita di acqua dall'organismo che può verificarsi in particolari stati patologici quali, per esempio, diarrea, vomito, eccessiva traspirazione, emorragie.

3) Trattamento applicato ai fanghi prodotti dagli impianti di depurazione delle acque di scarico industriali, per renderli più consistenti, e trasportabili alle discariche controllate. Tali fanghi contengono infatti elevate percentuali di acqua (dal 92% al 98%): la disidratazione può essere meccanica (per mezzo di filtri o centrifughe) o termica (con aria calda) e comporta notevoli consumi di energia e costi elevati. La disidratazione naturale in bacini o stagni di essiccamento non comporta consumo di energia, ma richiede la disponibilità di ampie superfici. Dopo la disidratazione il tenore d'acqua dei fanghi si riduce al 50%÷80%.

4) In geomorfologia, la disidratazione è un fenomeno importante soprattutto quando agisce sulle rocce argillose. Le argille, perdendo acqua, diminuiscono di volume e si fratturano superficialmente, permettendo alle differenze di temperatura e umidità superficiali di risentirsi anche in profondità. La disidratazione delle argille è una causa importante sia delle frane sia del fenomeno del creep.