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malayālam

agg. e sm. Lingua dravidica dell'India sudoccidentale, parlata nell'odierno Stato del Kerala e nelle isole Laccadive; la lingua è molto simile al tamil con cui è stata a lungo confusa sotto l'unico nome di malabarico. Primi esempi di letteratura malayāḷam pura sono i cosiddetti pattu, brevi composizioni rituali dedicate a divinità locali, soprattutto ai serpenti (sarpappattu), venerati come dei. In seguito la lingua letteraria accentuò il distacco dall'eloquio popolare, assumendo caratteristiche sanscrite sempre più spiccate. Tale è la letteratura manipravalam, manierato idioma esclusivamente letterario, commisto di vocaboli tamil e sanscriti. In manipravalam vennero vergati a partire dal sec. XIV una gran quantità di śṛngāra, poemetti erotici composti per essere accompagnati dalla musica. Il primo poeta di grande rilievo appartiene peraltro al sec. XVI: si tratta di Ezuttaccan, che con il suo apporto di lirismo devozionale interruppe il fluire della lubrica poesia secolare dando inizio al periodo teologico-mistico, che vide la trasformazione degli śṛngāra da componimenti d'amor profano in efficaci veicoli di propaganda religiosa. Dopo ca. due secoli di stasi in campo artistico e letterario si ebbe col sec. XVIII una rinascita del malayāḷam popolare con i tullal, composizioni poetiche accompagnate dalla danza, che divennero popolarissimi anche se il loro periodo aureo fu breve. Il Malabar fu infatti la prima costa a subire le infiltrazioni europee con la conseguente imitazione dei modelli letterari occidentali. Nel sec. XX, con la pubblicazione di Indulekhā di Chandumenon, si è inaugurato un nuovo corso della prosa malayāḷam, che conta firme illustri quali quella di Pottekatt, di C. V. Raman Pillai e di Urub. La poesia moderna vanta invece il trinomio più prestigioso dell'intero Sud, quello formato da Vallathol, da Kumaran Asan e dal più tradizionalista Ullur S. Parmeshwara Iyer.

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