Questo sito contribuisce alla audience di

aramàico

Guarda l'indice

Lessico

agg. (pl. m. -ci). Degli Aramei: Gesù parlava un dialetto aramaico. Come sm., la lingua degli Aramei.

Lingua e letteratura

I primi documenti della letteratura aramaica risalgono al sec. IX a. C. e sono rappresentati da iscrizioni su stele: dedica a Melqart da parte di Bar-Hadad (inizio sec. IX a. C.), iscrizione di Arslan Tash (ca. 840 a. C.), iscrizione di Zakir (fine sec. IX), epigrafi su mattoni cotti ritrovate ad Hamat (sec. IX-VIII a. C.), stele di Sēfirē-Sudjin (ca. 750 a. C.), altri testi provenienti dai grandi centri aramei di Guzana, Samal, Arpad, Damasco. Nel sec. VIII a. C. la lingua aramaica si sostituisce a quella accadica a seguito delle conquiste assiro-babilonesi, ma anche per la maggiore praticità della sua scrittura e per il processo di adattamento alle diverse attività della vita di allora; ne abbiamo un esempio nelle stele di Neirob, nelle tavolette di Tell Halaf, nell'ostrakon di Assur, nelle epigrafi di Nimrud. Lingua della diplomazia e dell'amministrazione statale, oltre che dell'uso popolare, l'aramaico rimane però ancora escluso dall'ambito religioso, dove prevale tuttora la scrittura monumentale accadica. Manca quindi alla letteratura aramaica tutto il complesso di opere religiose (per esempio l'Avestā), ma già in questo tempo l'opera degli scribi aramei ha un notevole influsso sulla cultura: a questi infatti si deve la funzione d'interpreti e di tramite fra il mondo persiano e quello di lingua greca. Veicolo degli scambi commerciali, politici e culturali, l'aramaico diventa un mirabile elemento unificante, che si sovrappone agli altri idiomi parlati nelle diverse satrapie senza distruggerli. Innumerevoli sono i documenti in aramaico dell'epoca achemenide; i più importanti sono l'iscrizione di Naqsh-i-Rustam e i papiri della colonia militare di Elefantina (sec. V a. C.). Numerosi elementi dell'aramaico dell'impero sono pure presenti nei libri dei parsi. La conquista di Alessandro Magno segnò la fine dell'aramaico come koiné di tutto l'impero, ma esso continuò nei due rami principali: occidentale e orientale. Al primo appartengono alcune parti del libro biblico di Esdra (4,8 - 6,18) e la metà del Libro di Daniele (2,4 - 7,28), il nabateo e il palmireno. L'ampiezza dei passi biblici scritti in aramaico consente un primo giudizio sul loro valore letterario: in Esdra si riscontra un'arte consumata di stendere un documento protocollare, mentre la parte narrativa ha l'andamento dello stile annalistico, ma non mancano momenti in cui s'accende di passione partecipata e diventa documento di vita vissuta; in Daniele narrazione e profezia sono permeate da un'ardente fede religiosa, che sublima ogni particolare e lo trasforma in elemento lirico. Del patrimonio letterario dei Nabatei conosciamo numerose iscrizioni che testimoniano della persistenza dell'uso dell'aramaico presso popolazioni (arabe), che presto conosceranno una propria letteratura. A Palmira la documentazione letteraria va dal 38 a. C. al 274 d. C. ed è data da numerose iscrizioni in cui si rileva il carattere unitario e uniforme della lingua. La prima opera in aramaico di una notevole mole è la Midhrāsh, interpretazione omiletica della Bibbia, fatta dai rabbini dal sec. II al X d. C. La facilità di comprensione della lingua usata e lo stile pronto e immediato ne fecero la lettura più popolare. Di diretta derivazione dalla Midhrāsh è la letteratura talmudica, che si sviluppa dal 70 sino alla prima metà del sec. VIII e forma un grande corpus delle tradizioni pubbliche, distinto in una parte normativa e in un'altra narrativa. Al gruppo aramaico occidentale appartengono anche i Targûmín o parafrasi dell'Antico Testamento, che dopo l'esilio babilonese furono scritti in aramaico, essendosi perduto l'uso della lingua ebraica. Notevole importanza ha il Targûm “Onkelôs”, di origine babilonese e di gran lunga il più serio nella fedeltà al testo ebraico. Per i Profeti e i libri di Giosuè, Giudici, Samuele e Re si ha la traduzione di Jonathan ben ʽUzzi'ēl, risalente ai sec. I e II. Essa si dimostra fedele al testo ebraico ma preoccupata nel contempo di emarginare il significato messianico dato dal cristianesimo a tutto vantaggio di quello ebraico tradizionale. Per i libri agiografici la traduzione dei Targûmín avviene dal sec. VI al IX e si rivela quanto mai libera. I Targûmín sono importanti perché ci fanno conoscere la lingua aramaica come era parlata ai tempi di Gesù; scarso è invece il loro apporto alla critica testuale; interessante infine l'elemento esegetico come materia di studio del pensiero dei rabbini di allora (per il gruppo orientale, vedi Siria, letteratura).

Arte

L'arte aramaica non si distingue dall'arte neoittita o siro-anatolica, unitariamente attestate nella Siria settentrionale del I millennio a. C. La città aramaica era recinta da due cerchie murarie, con porte urbane del tipo siriano a tre tenaglie o anatolico a corpi aggettanti. Il palazzo, basato fondamentalmente sul tipo del bīt hilāni dei testi assiri, presentava una tipologia locale: accesso, tramite una scalinata, su un ingresso porticato con colonne, dietro il quale si aprivano il vano centrale con asse parallelo alla facciata e gli ambienti minori. Accanto a questa pianta, largamente attestata nel palazzo di Tell Halaf, nei palazzi J, K e negli hilāni I, II, III, IV di Zincirli, venne adottata in epoca più tarda la tipologia assira. Dei templi è noto con sicurezza solo quello di Tell Tainat, in antis del tipo a tre vani successivi. Per la plastica scarsa è la documentazione della scultura a tondo, nota da alcune statue divine e regie su basi che rivelano un notevole senso volumetrico delle masse, mentre predominante appare il rilievo su lastre ortostatiche che decoravano le porte urbane e le fronti di alcuni palazzi a Tell Halaf, Zincirli, Sakcagozu, Marash, Malatya, Tell Ahmar e a Karkemish, che offre una testimonianza continua per i sec. X-VII a. C. Alla base di quest'arte è ancora la tradizione siro-anatolica del II millennio a. C., mentre solo in epoca più tarda (sec. VIII-VII) un'influenza assira viene a sovrapporsi ai modi locali. L'assenza di uno stile unico e omogeneo, dovuta alla pluralità delle botteghe artigianali e al diverso graduarsi di esperienze tecniche e stilistiche, è ricollegabile al minuto frazionamento regionale e politico. Comuni appaiono invece la tematica e l'iconografia, tradizionali nelle scene religiose, mitiche e cultuali, fortemente innovative nelle scene di vita quotidiana.