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popolare (folclore)

il termine tradizioni popolari indica sia il complesso degli elementi che costituiscono la cultura stessa, sia la disciplina scientifica che se ne occupa: esso è sostanzialmente equivalente al termine di origine inglese folklore. Nell'ordinamento universitario italiano, la scienza del folclore è designata come storia delle tradizioni popolari. Costituitasi nel corso dell'Ottocento come prodotto dell'ideologia romantica che poneva nello spirito della nazione e del “popolo” (Volksgeist) l'essenza della storia, essa ha visto trasformarsi profondamente nel tempo sia i propri metodi sia la concezione del proprio oggetto. L'atteggiamento di alcuni dei più grandi studiosi di tradizioni popolari dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento era quello di considerare il folclore come scienza delle tradizioni di tutta una nazione o come scienza delle sopravvivenze arcaiche in seno ai popoli civili. Così J. e W. Grimm, che nel folclore tedesco cercarono documenti per la ricostruzione dell'antica religione e più in generale dell'antica civiltà germanica (Deutsche Rechtsaltertümer, 1828; Deutsche Mythologie, 1835), W. Mannhardt, che studiò la persistenza di culti e mitologemi arcaici nel mondo agricolo europeo (Wald und Feldkulte, 1875-1904), J. G. Frazer, il celebre autore del Ramo d'oro (opera che per ciò che riguarda i fatti folclorici è in gran parte basata sui dati di Mannhardt), H. Usener, che indagò i rapporti tra antichità classica e mondo popolare. Vale la pena di sottolineare che il termine stesso tradizioni popolari, sorto nel sec. XIX, rivela una concezione della cultura folclorica superata o in via di superamento da parte dei settori più avanzati della ricerca. Esso implica infatti che la cultura popolare sia caratterizzata dal peso predominante della tradizione e che essa sia quindi aliena dalle innovazioni e in ultima analisi dal “progresso”; di qui una concezione sostanzialmente atemporale del folclore, che finiva per essere considerato come riflesso nel presente di modi di vita e di contenuti mentali collettivi elaborati in epoche remote o addirittura remotissime. La stessa ottica con cui gli studiosi ottocenteschi affrontavano il mondo popolare ha sottolineato indebitamente gli aspetti tradizionali, e dunque arcaici, del folclore. Essi trascrivevano accuratamente una ballata epico-lirica, una favola, ma non accennavano neppure (trascurando tutto ciò che del patrimonio culturale popolare appariva moderno o recente) al fatto che i loro informatori cantavano anche o addirittura prevalentemente canzonette alla moda diffuse a migliaia di copie da editori specializzati, o erano abbonati a un giornale (tale atteggiamento condiziona del resto ancora oggi buona parte della ricerca folclorica) e, per converso, sfuggiva loro il fatto che anche la cultura dominante seguiva in sostanza modelli tradizionali (davano molta importanza al fatto che a Sordevolo si recitasse un dramma della Passione composto a Roma agli inizi del 1500, ma non si stupivano affatto che il cartellone di un grande teatro della loro città fosse composto per la massima parte di opere vecchie di secoli o di millenni). Al mito romantico del popolo creatore di poesia – che sorresse idealmente nella loro fatica schiere di appassionati e abili raccoglitori, la cui opera, occorre sottolinearlo, conserva ancor oggi tutto il suo valore – si affiancava il mito positivista del popolo incapace di fare storia. Secondo tale teoria – le cui implicazioni politiche sono evidenti – il patrimonio “culturale” del popolo si sarebbe costituito per “discesa” delle creazioni culturali delle classi superiori: la funzione storica del folclore sarebbe dunque quella di conservare inconsapevolmente prodotti culturali del passato, la memoria popolare sarebbe una sorta di immenso archivio di relitti culturali delle epoche più varie. Secondo l'orientamento oggi prevalente, oggetto di studio è la totalità del patrimonio culturale – di qualunque “origine” esso sia – della classe popolare. Esso si interessa dunque non solo del patrimonio “tradizionale” di canti, favole, credenze, usi, forme artistiche, tecniche, agricole e artigianali, consuetudini alimentari e così via, ma anche delle forme di organizzazione politica, giuridica e sociale in rapporto ai mezzi di produzione e alla struttura economico-sociale di classe. Sulla concezione generalmente diffusa della cultura popolare continua però in certa misura a pesare una concezione di origine idealista (elaborata dal Croce in Poesia popolare e poesia d'arte), secondo cui i prodotti della cultura popolare sono in qualche modo inferiori a quelli della cultura dominante e l'idea stessa che la cultura popolare possa essere abbracciata da un'unica disciplina discende anch'essa da una concezione del folclore come cultura povera e ristretta. Certo è sempre esistita la specializzazione in questo o quest'altro settore delle tradizioni popolari, ma in genere per semplici motivi pratici e solo da poco, in realtà, alcuni di tali settori sono diventati, anche a livello istituzionale, campi di ricerca autonomi (per esempio l'etnomusicologia). Di fatto sono individuati i settori delle tecnologie agricole e artigianali, dell'architettura, del diritto tradizionale, della medicina popolare, delle manifestazioni religiose e della ritualità, della narrativa, del canto e della musica, della drammatica, delle arti visive. L'approfondimento di ciascuno di questi settori è comunque assai ineguale, sia per ciò che riguarda la documentazione, sia per ciò che concerne l'elaborazione dei dati. Così, per esempio, disponiamo di conoscenze vastissime per ciò che riguarda le cosiddette “superstizioni”, ma di ben pochi studi d'insieme sull'ideologia globale che le sottende. Di nuovo, un'analisi della formazione storica della scienza delle tradizioni popolari può rendere ragione di certe carenze e di certe scelte; infatti tra gli studiosi che hanno lasciato una traccia profonda nel folclore italiano la maggior parte è stata di formazione filologico-letteraria. Ciò vale per Costantino Nigra (1828-1907), per Alessandro D'Ancona (1835-1914), per Domenico Comparetti (1835-1927), per Michele Barbi (1867-1941) e per Paolo Toschi (1893-1974). Un'eccezione notevolissima è costituita dal gruppo degli studiosi siciliani, Salvatore Salomone-Marino, Serafino Amabile Guastella e, soprattutto, Giuseppe Pitrè (1841-1916) e Giuseppe Cocchiara (1904-1965). Senz'alcun dubbio la figura più significativa del folclore italiano, Pitrè (di professione medico), seppe cogliere come un tutto la cultura popolare siciliana; tuttavia anche la sua opera resta nell'insieme al di fuori della dimensione sociologica ed etnografica in senso specifico. La scienza folclorica italiana va lentamente colmando questa carenza come già rapidamente ha eliminato molte lacune ideologiche e metodologiche, interrogandosi nel modo più esplicito, e prevalentemente in una prospettiva marxista, sul senso e sul ruolo della propria ricerca. Tra gli studiosi che hanno operato in questa direzione occorre citare innanzitutto E. De Martino (1908-1965), cui si deve in gran parte il merito della ripresa degli studi folclorici in Italia (Morte e pianto rituale nel mondo antico, 1958; Sud e Magia, 1959; La terra del rimorso, 1961) e, fra gli altri, E. Cirese, D. Carpitella, R. Leydi, L. Lombardi Satriani, A. Rossi, G. Bosio. Questi studiosi mettono in rilievo il carattere “altro” e “contestativo” del folclore, visto come cultura propria delle classi subalterne, e individuano nell'oralità la caratteristica determinante dell'elaborazione della cultura popolare e della sua trasmissione. Caduta la vecchia diffidenza nei confronti dei modi di approccio “tecnicistici” ai fatti folclorici, oggi è considerato da tutti indispensabile il ricorso ai sistemi più moderni di documentazione: registrazioni magnetiche, cinematografia, videoregistrazione. L'acquisizione di un numero enorme di nuovi documenti fornisce un'immagine sconcertante della vitalità della cultura popolare italiana e pone le basi per il rinnovamento della scienza delle tradizioni.

G. Cocchiara, Storia del folklore in Europa, Torino, 1952; E. De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico, Torino, 1958; L. M. Lombardi Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Messina, 1968; A. Rossi, Le feste dei poveri, Bari, 1969; F. Cardini, Storia sociale e culturale d'Italia in La cultura folclorica, vol. VII, Varese, 1988.