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shintoìsmo

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Religione

sm. Religione nazionale giapponese che prese il nome di shintō quando, a partire dal sec. VI, il Giappone si aprì completamente alla cultura cinese. Lo stesso termine shintō deriva da un'espressione cinese coniata per distinguere la “dottrina” buddhista, o “via del Buddha” (giapponese Butsu-do), dalla credenza negli spiriti (cinese shen), donde shin-to (col significato di “via degli spiriti”). Credenza negli spiriti è un'espressione generica; nel caso specifico si dovrebbe dire: culto di esseri extraumani o sovrumani che i Giapponesi chiamano kami e che noi solitamente traduciamo con dei. Kami designa gli dei, ma designa anche gli antenati; è un concetto che forse dà conto della sostanza shintoista: un politeismo in cui gli dei, oltre a definire il mondo, definiscono i clan, i gruppi umani consanguinei o ritenuti tali, detti in giapponese uji. In altri termini, è una religione sorta a edificazione dell'uji, o in sua funzione, secondo un sistema che faceva dell'uji un'unità sociale, economica e politica. Ogni uji risultava cosmologicamente e geneticamente fondato da un kami, il culto del quale – esercitato dal capo – lo distingueva dagli altri uji. Quando un uji ne soggiogava un altro, i membri dell'uji sottoposto adottavano il kami dell'uji vincitore, al quale, tuttavia, veniva associato in posizione subordinata anche il kami dell'uji vinto.

Religione: lo shintoismo dalle origini fino alla fine del IX secolo

Con la configurazione di uno shintō nazionale da contrapporre al buddhismo, anche in vista della realtà mondana che il buddhismo non poteva prospettare, si può dire che il Giappone prendeva coscienza di sé come organismo culturale autonomo. Divenne uno strumento di unificazione del Paese sotto l'autorità imperiale: gli elementi di una religione che per l'innanzi edificava l'uji vennero rielaborati ai fini dell'edificazione dell'impero; il kami comune o sovrano o superordinato, diventò Amaterasu, la dea-Sole, antenata dell'imperatore. Si cominciò con la codificazione delle pratiche cultuali che dovevano essere assunte a una funzione pubblica. Un editto imperiale del sec. VII, il Jingi-ryo, organizzò la religione shintoista designando feste, riti e luoghi di culto di portata nazionale; tra questi ultimi emerse il santuario di Ise, dove aveva luogo il culto della dea Amaterasu e dove si conservavano i tre shintai, simboli religiosi della potenza imperiale: uno specchio ottagonale, un gioiello e una spada. Contemporaneamente si organizzò un sacerdozio pubblico; anche in tal caso si trattava della designazione a livello nazionale di un'attività sacrale d'origine gentilizia, donde emersero in funzione sacerdotale alcune famiglie legate all'imperatore: i Nakatomi, gli Imbe e gli Urabe (questi ultimi utilizzati come indovini). Nel sec. VIII si procedette alla raccolta e alla rielaborazione di miti tradizionali. Anche la mitologia si fece ufficiale e assurse a livello di verità in due opere storiche: il Kojiki (Memorie degli antichi eventi) e il Nihongi (o Nihon-shoki, Annali del Giappone). Si tratta in sostanza di miti cosmogonici in forma di teologie e genealogie divine, il cui fine ultimo è quello di stabilire la discendenza divina della famiglia imperiale e la sua autorità sul Giappone quasi come un dato cosmologico. Attraverso lunghe liste si risale al primo mitico imperatore, di nome Jimmu, il quale è nipote di Ninigi, un kami nipote di Amaterasu, che la dea-Sole manda sulla terra per governare il Giappone. Amaterasu è, a sua volta, nata da Izanagi, ma non generata. Il mito parla di Izanagi (Maschio-che-invita) e di Izanami (Femmina-che-invita) come di una coppia primordiale; Izanami muore nel dare alla luce il dio-Fuoco (inteso come elemento distruttore) e Izanagi si reca agli Inferi per recuperarla; non riesce nell'impresa e per giunta resta contaminato dal mondo dei morti; se ne purifica mediante un'abluzione rituale (rito misaghi), durante la quale nascono Amaterasu dal lavaggio dell'occhio sinistro, la luna dal lavaggio dell'occhio destro, e il dio Susanoo dal lavaggio del naso. C'è conflitto tra Amaterasu e Susanoo, un dio violento (causa tra l'altro dei terremoti) e insopportabile, ma alla fine è Amaterasu che acquisisce una indiscussa sovranità universale.

Religione: lo shintoismo nel X secolo e la pubblicazione dell'Enghishiki

Nel sec. X vide la luce una raccolta organica delle leggi, norme ed editti con cui, almeno dal secolo precedente, si cercava di ridurre sotto l'autorità imperiale ogni forza centrifuga che insorgesse contro i tentativi di unificazione. Su questa linea, ancora una volta, si utilizza la normalizzazione della religione shintoista. La raccolta, intitolata Enghishīki (Istituzione dell'era Engi) e che comprende 50 libri, dedica ben 10 libri alla specifica materia shintoista, mentre negli altri libri costante è il riferimento allo shintoismo ai fini di una garanzia metastorica delle disposizioni trattate. L'Enghishīki elenca i kami (in numero di 3132), dando per ciascuno oltre che il nome anche la funzione e la localizzazione nel Paese (i santuari). Sono elencate e classificate le varie festività. Sono elencati i vari templi dei quali vengono ricordate le norme che li regolano. Di particolare importanza è la regolamentazione del santuario di Ise, dedicato ad Amaterasu. Doveva essere ricostruito ogni venti anni. Soltanto l'imperatore poteva fare offerte alla dea. Doveva risiedervi un indovino che ogni anno faceva predizioni sul governo dell'impero. Al servizio della dea doveva risiedere in un edificio contiguo, il Palazzo del Digiuno, una sacerdotessa della famiglia imperiale, detta principessa digiunante. Tra i riti descritti nell'Enghishīki, importantissimi sono quelli concernenti l'intronizzazione. Anche i testi ufficiali di preghiera hanno grande importanza: l'Enghishīki fornisce 27 testi di preghiera (Norito), ritenuti fondamentali.

Religione: i rapporti con il Buddhismo

Di pari passo con l'elaborazione della tradizione shintoista in funzione imperiale, si svolge la sua elaborazione orientata dalla presenza buddhista. Nascono così formazioni shinto-buddhiste che, non muovendo da posizioni negative o di subordinazione dei kami al Buddha (per esempio i kami stessi, pur aiutando gli uomini, debbono essere salvati dal Buddha), giungono talvolta a definizioni positive dei kami che vengono intesi come manifestazioni del Buddha. Reazioni a questi sincretismi si ebbero sia da parte buddhista sia da parte shintoista. Da parte shintoista si cercò anche di contrapporre ai costrutti filosofici buddhisti una propria filosofia, che però, mancando allo shintō tradizionale, veniva derivata dal confucianesimo (una valida presenza culturale contrapponibile alle scuole buddhiste), il che portò a formazioni sincretiche shinto-confuciane. In tal modo tuttavia si contrapponevano sempre orientamenti d'origine cinese e contro un'eccessiva subordinazione alla cultura cinese non mancarono reazioni nazionalistiche, tra cui importante il movimento Wagakusha (sec. XVII-XVIII), intese a rivalutare tutta la tradizione giapponese e quindi anche la religione. Da ciò sorsero movimenti per la restaurazione di un “puro” shintō, o uno shintoismo che si presumeva originario.

Religione: lo shintoismo religione di Stato

Con l'inizio dell'era Meiji (o Restaurazione Imperiale, 1868), il Giappone si avviava a diventare uno Stato in senso occidentale e lo shintoismo divenne subito la religione di stato. Nello stesso 1868 venne istituito un Ministero dello Shintoismo. Tanta ufficialità, comunque, venne attenuata col tempo e la Costituzione del 1889 sancì l'uguaglianza di tutte le religioni di fronte allo stato. Tuttavia lo shintoismo fu assunto come una super-religione; formalmente il culto diventò una specie di cerimoniale di stato e l'espressione ufficiale del patriottismo giapponese; l'adesione a esso era un dovere civico e non precludeva la fede in altre religioni né da queste era precluso. Si distingue tra shintoismo di stato e shintoismo religioso. Il primo diventa materia del Ministero degli interni, il secondo è lasciato in libera concorrenza con ogni altra religione. Questo shintoismo religioso viene ufficialmente denominato Kyoha Shintō, o “shinto delle Chiese”, essendo il termine Chiesa (Kyoha) assunto per indicare le diverse sette. Comunque anche sulle libere sette shintoiste si esercita in qualche modo la dirigenza statale, almeno per il loro riconoscimento ufficiale.

Arte

Le manifestazioni artistiche dello shintoismo riguardano quasi esclusivamente l'architettura, documentata dai santuari lignei che ci sono pervenuti nelle loro forme originarie grazie alla tradizione, continuata fin dal sec. VII, di ricostruirli ogni venti anni. Considerato che lo shintoismo dei tempi più antichi celebrava i suoi riti all'aperto improvvisando l'area sacra in un qualsiasi spiazzo delimitato dalla simbolica corda di paglia di riso (shimenawa), le prime strutture dei santuari imitarono le forme dell'abitazione domestica, o i depositi dei cereali. I due esempi più antichi esistenti di santuari dello shintoismo sono l'Ise-jingū (cioè il tempio di Ise) e quello di Izumo, che documentano la struttura originaria improntata alla forma della capanna. Il primo (fondato nel sec. III d. C.) appartiene al tipo tenchi-kongen, da cui poi si sviluppò lo stile shimmei, e comprende vari edifici; il secondo tipologicamente apparteneva allo stile taisha (o oyashiro-zukuri), ma fu poi sensibilmente modificato per le influenze del buddhismo (specie dopo il processo di sincretismo attuatosi tra le due religioni), dal quale scaturì un'architettura più complessa e variata rispetto al santuario shintoista. Struttura architettonica caratteristica in tutti i templi dello shintoismo è il portale tori-j (due pilastri verticali congiunti da due elementi trasversali), affine al torana dell'India e al pai-lu cinese.

Bibliografia

M. Muccioli, Lo shintoismo, religione nazionale del Giappone, Milano, 1948; J. Herbert, Aux sources du Japon. Le Shinto, Parigi, 1964; F. H. Ross, Shinto: the Way of Japan, Boston, 1965; J. M. Kitagawa, Religion in Japanese History, New York, 1966; E. Rochedieu, Le Shintoïsme et les nouvelles religions du Japon, Parigi, 1968; M. Raveri, Itinerari nel sacro. L'esperienza religiosa giapponese, Venezia, 1984.