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Metamorfosi del lavoro

Ogni epoca della storia della società umana ha conosciuto il lavoro, ma l'idea che esso sia un'attività onorevole e un valore sociale è recente e si forma nell'Illuminismo. Sempre nel secolo XVIII fu Adam Smith a sostenere che la vera fonte della ricchezza di un paese risiedeva nella capacità di rendere produttivo il lavoro nel settore manifatturiero.

Il lavoro come unica fonte di reddito (cioè separato dalla terra) si diffuse rapidamente in tutto l'Occidente nel corso del XIX secolo con lo sviluppo dell'industria capitalistica. Esso però era soggetto a un'aleatorietà enorme. Erano tutt'altro che infrequenti lunghi periodi di inattività che gettavano le masse urbane in miseria. Per quanto riguarda il settore privato dell'economia, solo dopo la prima guerra mondiale, grazie al riconoscimento istituzionale dei sindacati e alla contrattazione collettiva, il lavoro divenne un fattore relativamente stabile di inserimento sociale. Con la costruzione del welfare state, dopo la Grande depressione degli anni Trenta e la seconda guerra mondiale, lo stato riconobbe il lavoro come elemento fondamentale della cittadinanza e come base per accedere alle sue prestazioni assicurative e previdenziali. Fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato divenne la norma. A partire dalla crisi degli anni Settanta il meccanismo si è inceppato. La contrazione dei profitti e l'aumento della competizione internazionale hanno portato gli imprenditori a riconsiderare molte delle concessioni fatte al lavoro nei decenni precedenti, e l'avanzare della disoccupazione strutturale ha reso il welfare sempre più costoso per lo stato. Mentre la domanda di lavoro iniziava a contrarsi, si è verificato l'ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, spesso in settori in cui il sindacato non era radicato. Questi sviluppi hanno reso sempre più incerto il mantenimento o la conquista del "posto fisso". Si sono diffuse forme "anomale" di lavoro, quali i contratti a tempo determinato, il part-time, il lavoro interinale (nel quale si affittano le proprie prestazioni a un'agenzia privata di collocamento), gli stage. Nello stesso tempo, molte imprese hanno attuato forme di decentramento dell'attività produttiva scorporando le fasi di lavorazione a più basso valore aggiunto e hanno incentivato i propri dipendenti ad assumersele, mettendosi in proprio.

FINE DEL LAVORO?

Si è costituita una società duale del lavoro: da un parte i lavoratori dipendenti dalla grande e media industria, che godono del relativo privilegio della stabilità occupazionale, dall'altra i "precari", in prevalenza giovani e donne, che lavorano saltuariamente e sono scarsamente tutelati. Alcuni osservatori hanno creduto di scorgere in questi sviluppi una tendenza verso la "fine del lavoro". Se intesa come la fine del lavoro stabile a tempo indeterminato, questa tesi ha qualche fondamento; viceversa, se intesa come restringimento del volume di lavoro complessivo (il monte-ore lavorate in una data economia), la tesi è smentita dai fatti. Se nell'Europa occidentale, soprattutto in Francia, vi è stata una lieve flessione del volume di lavoro (in Italia è rimasto pressoché costante), gli Stati Uniti hanno registrato un sostanziale aumento delle ore complessivamente lavorate dagli occupati negli ultimi quindici anni.

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