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Il Jazz

Jazz modale

Presente in diversi stili jazz contemporanei, la tecnica modale risale alla musica antica e ricorre in molta musica extraeuropea di ogni epoca: un unico accordo può sostenere, con le sue eventuali varianti, sviluppi anche molto dilatati e complessi (di cui J. Coltrane, per esempio, fu un maestro), che si appoggiava sopra un "pedale" iterato a piacimento, e non sulla classica successione tonica-dominante-ecc., e non prevedono alcuna gerarchia precostituita fra le sette note della scala, visto che chi suona, o in particolare improvvisa, non ha il condizionamento delle cadute su questo o quell'accordo del giro. Nel jazz la modalità è presente dalle origini, per la coesistenza delle scale europee maggiore e minore con altre proprie della musica africana e del blues. Tuttavia, fino a circa il 1955 l'armonia del jazz si fondò in buona parte sulle funzioni tonali. Con The Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization (1953) di Russell, però, il jazz si è spostato verso una modalità sistematica, caratterizzata da un proprio sistema teorico non europeo; in esso gli improvvisatori si muovono su varie scale, usate simultaneamente o in successione. Sulla scia di Russell adottarono la tecnica modale Gil Evans, Davis, Bill Evans, Mingus, Coltrane e McCoy Tyner nelle loro composizioni adottarono i sette modi del gregoriano antico, nonché scale inconsuete di 5, 6, 8 suoni. Uno degli album-manifesto del jazz modale fu Kind of Blue di Davis. Impiegata anche nel free e nel jazz-rock successivi, la modalità ha dato origine anche allo hard bop modale grazie soprattutto a W. Shorter e H. Hancock. La modalità è presente, sia pure in modo meno vistoso, anche nel free jazz e nella scuola di Chicago (AACM).

 

George Russell

George Allan Russell (Cincinnati, Ohio 1923-Boston, Massachusetts, 2009) esordì come batterista, ma poi, ammalatosi di tubercolosi, si dedicò alla composizione nei lunghi periodi di degenza ospedaliera. La sua prima partitura di rilievo, New World, scritta per B. Carter (1945), preannunciava un talento visionario. Frequentati i maestri del bebop, regalò a D. Gillespie lo splendido arrangiamento di Cubana Be Cubana Bop (1947). Del 1951 sono due pagine per sestetto, Odjenar e la folgorante Ezz-Thetic. Entrambi i pezzi furono registrati da Lee Konitz. Costretto a un nuovo, lungo ricovero, scrisse The Lydian Chromatic Concept of Tonal Organisation (1953), massima opera teorica del jazz, in cui Russell sistematizzava l'evoluzione dell'armonia jazz e additava la via al jazz modale. Nel suo sistema, invece di utilizzare le classiche scale maggiori e minori, vengono utilizzati i parametri del modo lidio (che comincia in fa), uno dei cosiddetti modi della musica greca. Il sistema di Russell offre rapporti che consentono, seguendo il riferimento modale, di riconciliare una tonalità con tutte le altre, cosicché l'improvvisatore può effettuare sostituzioni armoniche in tutta libertà, e questo è forse l'aspetto più interessante del sistema. Al suo rientro (1956), incise l'album Ezz-Thetic, in cui dirigeva un sestetto senza suonarvi. Con una grande orchestra costituita appositamente (e che comprendeva Bill Evans, Max Roach e John Coltrane) produsse il poema musicale New York New York. In Jazz in the Space Age (1960) i movimenti orchestrali sono collegati da interludi dei piani di Bill Evans e Paul Bley, che suonano insieme frasi irregolari improvvisando ognuno a suo modo.

 

Bill Evans

Nato in una famiglia borghese dalle solide radici economiche, Bill Evans (Plainfield, New Jersey, 1929 - New York 1980) fu studente di violino, flauto e pianoforte. Introdotto nel mondo musicale newyorchese da Tony Scott, Evans si impose all'attenzione per il suo tocco strumentale, le sue concezioni musicali, le sue aeree escursioni armoniche, la sua architettura pianistica, tanto da indurre M. Davis, nel 1958, a ingaggiarlo per il suo gruppo. Evans lasciò Davis alla fine del 1958 per tornare nell'ideale dimensione del trio. Stava per maturare il periodo aureo che vide Bill Evans accompagnarsi con Scott La Faro ­ che scomparirà prematuramente dopo poco ­ al basso e Paul Motian alla batteria. La Faro era, al pari di Evans, portato naturalmente a creare in modo stimolante, utilizzando con estrema eleganza la melodia: se a ciò si aggiunge il drumming sciolto (e discreto) di Motian, si comprendono i motivi dell'immediato successo del trio. Prima con Portrait in Jazz e, in particolare, con Explorations, Evans ottenne la definitiva consacrazione. La sua popolarità esplose con lo stupendo Conversations with Myself, ottenuto con la sovrapposizione di ben tre parti pianistiche suonate tutte da lui con il semplicissimo espediente di ascoltare in cuffia la prima, incidendo la seconda, e poi riascoltando le prime due per creare la terza. Nel 1972 iniziò la collaborazione con George Russell. Nonostante una persistente dipendenza dalla droga, Evans continuò a creare superbe composizioni e a esibirsi come solista estremamente virtuoso sino alla scomparsa. Il suo fu un personalissimo microcosmo, maneggiato sul piano melodico con rara bellezza espressiva. Lirico di razza sopraffina, dallo swing sottile ed elegantissimo, Evans ritenne sempre che, per poter "cantare", la musica dovesse avere caratteristiche di purezza, coniugando l'espressività con la bellezza della forma.

 

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