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Netanyahu, Binyamin

uomo politico israeliano (Tel Aviv 1949) . Esponente della destra israeliana e leader del partito del Likud, svolgeva importanti incarichi diplomatici in qualità di capo missione dell'ambasciata israeliana a Washington (1982-84) e, successivamente, come rappresentante permanente presso l'ONU (1984-88). Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta assumeva un ruolo più propriamente politico come vice ministro degli Esteri e vice primo ministro nel governo di Shamir e, dopo la guerra del Golfo, partecipava come rappresentate israeliano alla Conferenza di pace di Madrid (1991), dove iniziarono le prime negoziazioni dirette fra Israele, Siria, Libano e una delegazione congiunta giordano-palestinese. Dopo la sconfitta del Likud alle elezioni politiche del 1992, Netanyahu assumeva la leadership del partito, accentuandone gli aspetti conservatori e opponendosi alla cessione dei territori occupati in cambio di pace, fornendo così un appoggio politico alle componenti più estremiste della società israeliana, impegnate a ostacolare il dialogo con i Palestinesimentre i gruppi più intransigenti perseguivano lo stesso intento con sanguinosi attentati. Si determinava, in tal modo, un clima di acceso scontro politico nel quale maturava anche l'assassinio del premier laburista Rabin (1995). Vittorioso nelle elezioni politiche del 1996, Netanyahu assumeva la guida del governo israeliano e determinava una decisa frenata allo sviluppo del negoziato con i Palestinesi. Doveva, però, fare i conti con le pressioni internazionali, in particolare quelle degli Stati Uniti, ed era quindi costretto a riprendere il dialogo con ʽArafāt concludendo un importante accordo sull'autonomia di Hebron (1997). Per porre fine alle contestazioni delle componenti più radicali della sua compagine governativa, Netanyahu consiva l'avvio di un piano di insediamenti nella parte araba di Gerusalemme, ma ciò determinava la reazione contraria dei Palestinesi, nonché l'aperto disappunto statunitense. Superate (1997) le opposizioni interne e uno scandalo per aver assecondato gli interessi di un alleato di governo per assicurarsene il voto favorevole all'accordo su Hebron, Netanyahu riapriva il negoziato con i Palestinesi, bloccato ormai da più di un anno, e nel 1998, grazie alla mediazione del presidente statunitense Clinton e del re giordano Husayn, firmava con ‘Arafāt il “Memorandum di Wye”, un nuovo accordo che rappresentava una tappa fondamentale nel processo di pace in Medio Oriente. In cambio del ritiro delle truppe israeliane dal 13,1% del territorio della Cisgiordania e del successivo passaggio del 14,2% del territorio, amministrato dai Palestinesi ma sottoposto alla sorveglianza israeliana, sotto il controllo esclusivo dei Palestinesi, il leader israeliano otteneva l'impegno di ‘Arafāt nella lotta contro il terrorismo e l'abrogazione da parte del Consiglio Nazionale Palestinese della clausola dello statuto che chiedeva la distruzione dello Stato di Israele. L'improvviso stallo delle trattative induceva Netanyahu a rinviare a tempo indeterminato il previsto ritiro dai territori occupati. Intanto, nel maggio 1999, si tenevano le elezioni anticipate, che sancivano la vittoria del laburista Barak. Il vistoso calo di consensi del Likud spingeva Netanyahu a dimettersi sia dalla presidenza del suo partito sia dal Parlamento. Dopo una breve sospensione dalla vita politica israeliana, già nel 2002 ha accettato di divenire prima ministro degli Esteri e poi ministro delle Finanze, ruolo in cui ha predisposto importanti riforme economiche fino al 2005, quando ha rassegnato le dimissioni in segno di protesta contro il piano di ritiro da Gaza. Dopo la nascita del nuovo partito Kadima e l'abbandono di Sharon, alle elezioni anticipate del dicembre 2005, Netanyahu ha riassunto la guida del Likud e dal maggio 2006 è il portavoce ufficiale dell'opposizione alla Knesset. Nel marzo 2009 formava un governo di coalizione, impegnandosi a riprandere gli accordi di pace.

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