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Palestina

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Generalità

Regione storica dell'Asia occidentale. Affacciata al Mare Mediterraneo a W e al golfo di ʽAqaba a S, è limitata dai contrafforti del Libano a N, dal Deserto Siriaco a E e dal Sinai a SW, comprende le regioni della Galilea, della Giudea e della Samaria che, prima dell'occupazione israeliana del 1967, appartenevano sia a Israele sia alla Giordania. Il territorio, costituito dalla pianura costiera, da una regione mediana di alte terre e dalla fossa del Giordano a E, è caratterizzato da clima caldo e asciutto. L'agricoltura, la pastorizia e l'industria costituiscono le principali risorse economiche della popolazione. In greco, Palaistínē; in latino, Palaestina; in ebraico, Pĕleshet.

Preistoria

Il territorio tra il Mare Mediterraneo e la Valle del Giordano fu sicuramente abitato fin dai tempi più remoti: lo testimoniano, tra l'altro, i numerosi reperti litici e i resti scheletrici umani rinvenuti sia nelle grotte del monte Carmelo e in quelle di Umm Qatafa, sia in stazioni preistoriche all'aperto come quelle di Ubeidyia a sud del lago di Tiberiade. Dopo il periodo di transizione, in cui si sviluppò la cultura mesolitica natufiana, anche la fascia costiera palestinese venne a trovarsi nella sfera d'influenza delle grandi culture neolitiche del Vicino Oriente.

Storia

Anteriormente alla conquista ebraica, la regione era nota come Terra di Canaan. Fu poi chiamata Israele e soltanto in età ellenistica assunse il nome di Sirya Palaestina da cui deriva l'attuale denominazione. Durante il III e il II millennio a. C. la Palestina fu controllata più o meno direttamente dai faraoni egiziani. Verso la fine del II millennio fu conquistata dagli Ebrei: il culmine della potenza ebraica fu raggiunto sotto Salomone (ca. 961-922 a. C.). A partire dal sec. VIII la Palestina entrò nell'orbita mesopotamica: gli Assiri, i Babilonesi e i Persiani la inclusero nei loro imperi. Soggiogata da Alessandro nel 320, fu poi oggetto di contese tra i diadochi. Quasi indipendente sotto i Maccabei e i loro successori (sec. II), nel 63 a. C. fu inclusa nella sfera d'influenza romana. Le rivolte ebraiche del 66-70 d. C. e del 132-135 furono represse dai Romani e diedero luogo alla diaspora definitiva del popolo ebraico. Nel sec. IV la Palestina divenne una provincia dell'Impero bizantino, che la conservò, se si esclude una parentesi sassanide nel 611-628, fino al 634, anno della conquista araba. Nel sec. X la crisi dell'Impero abbasside consegnò la Palestina nelle mani dei sultani egiziani. La I crociata (1096-99) condusse alla creazione di un regno latino di Gerusalemme che sopravvisse per quasi un secolo. Nel sec. XIII la regione fu saccheggiata da Mongoli e Tartari. Dopo la caduta di Acri (1291), ultimo ridotto franco, la Palestina rientrò nell'orbita egiziana. Nel 1516 fu conquistata dagli Ottomani, il cui dominio, interrotto da una parentesi egiziana (1831-40), si prolungò fino al 1918. Dopo essere stata occupata dalle truppe inglesi, fu affidata dalla Società delle Nazioni in mandato alla Gran Bretagna (1922), la quale, anche per effetto della crescente migrazione ebraica verso la Palestina e grazie alla trasformazione dell'Organizzazione sionistica in Agenzia Ebraica (1922), si assunse l'onere di “stabilire nel Paese uno stato di cose politico, amministrativo ed economico che potesse assicurare l'istituzione del Focolare Nazionale ebraico”, senza tuttavia “pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche”. Nel 1922 il memorandum Churchill escluse la possibilità che ciò comportasse la creazione di una Palestina interamente ebraica. Ma tali assicurazioni non convinsero i nazionalisti arabi che rifiutarono, diversamente dagli ebrei, di collaborare con la potenza mandataria. L'ostilità degli arabi nei confronti degli inglesi e degli ebrei, che avevano rapidamente incrementato il loro numero e il loro impatto sulla regione, culminò nella rivolta del 1936-39. In Gran Bretagna prevalse allora l'idea, consegnata a un libro bianco, di erigere uno Stato palestinese binazionale in seno al quale gli arabi sarebbero rimasti la comunità maggioritaria. Il progetto fu respinto dagli arabi e, ancor più fermamente, dagli ebrei. Nell'aprile 1947 Londra, che non gradiva le pressioni di Washington a favore dei sionisti, deferì la questione palestinese all'ONU. A New York ci si pronunciò a favore di un piano che comportava la fondazione di due Stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico, e l'internazionalizzazione di Gerusalemme e di Betlemme. Il 14 maggio 1948, mentre gli inglesi lasciavano la Palestina, nacque Israele. In assenza di una mediazione armata, arabi ed ebrei (i primi aiutati dagli eserciti dei Paesi arabi confinanti) si sono affrontati a più riprese, in un conflitto senza esclusione di colpi che, pur con alterne vicende, perdura ancora oggi. La vittoria arrise agli ebrei, che si assicurarono alcune tra le aree che avrebbero dovuto far parte dello Stato arabo. Del resto quest'ultimo rimase sulla carta: la striscia di Gaza fu occupata dagli egiziani, mentre la Cisgiordania fu definitivamente annessa alla Giordania nel 1949. L'esodo di centinaia di migliaia di profughi aggravò ulteriormente la questione palestinese. Un vero e proprio rilancio del problema si ebbe nel 1964 con la fondazione dell'OLP. La guerra arabo-israeliana del 1967 condusse gli israeliani all'occupazione della Cisgiordania e di Gaza: una situazione territoriale non modificata dalla guerra del 1973 e anzi inaspritasi dopo l'annessione nel dicembre del 1981 delle Alture di Golan. I guerriglieri palestinesi ebbero le loro basi principali nella Giordania fino al 1970-71 e successivamente in Siria e nel Libano meridionale. Quest'ultimo, divenuto roccaforte della resistenza palestinese, venne invaso nel giugno del 1982 dalle truppe israeliane e, dopo due mesi di combattimenti, i guerriglieri palestinesi vennero fatti evacuare dalla capitale libanese. L'OLP stabilì il suo quartier generale a Tunisi, ma la lontananza dalla Palestina e le continue ingerenze di alcuni Paesi arabi che fomentavano le varie formazioni palestinesi ne indebolirono l'azione. L'offensiva diplomatica di Y. ʽArafāt, capo dell'OLP, che prendeva nettamente le distanze dal terrorismo e da ogni azione armata condotta fuori dei territori occupati, nonché l'implicito riconoscimento all'esistenza dello Stato di Israele rilanciarono il ruolo dell'organizzazione. L'esplosione dell'Intifada (1987), infine, ristabilì un rapporto diretto con la popolazione palestinese e favorì una ripresa dell'iniziativa politica interna e internazionale che portò alla proclamazione di uno Stato indipendente di Palestina (Algeri, 1988) e aprì una nuova fase, rafforzata anche dalla diversa posizione dei Paesi arabi in occasione della guerra del Golfo (1991). Ciò consentì alla diplomazia internazionale di spingere verso una soluzione negoziale del problema palestinese determinando l'apertura (Madrid, 1991) di trattative dirette tra arabi, israeliani, palestinesi. Queste, proseguite pur tra molte difficoltà, sfociavano nel 1993 nello storico, reciproco riconoscimento di Israele e OLP (considerato l'unico legittimo rappresentante dello Stato palestinese) e nell'accordo, siglato a Washington il 13 settembre da ʻArafāt e dal premier israeliano Rabin, per la concessione dell'autonomia a Gaza e Gerico. Le forti opposizioni manifestatesi, anche con attentati, da parte degli estremisti israeliani, e dei fondamentalisti palestinesi di Ḥamas, non interrompevano il processo di pace: un ulteriore accordo siglato al Cairo tra ʽArafāt e Rabin nel maggio 1994 stabiliva il ritiro israeliano da Gaza e Gerico e il passaggio di questi territori sotto il controllo della polizia palestinese. Era questo il primo di una serie di accordi bilaterali che, benché dagli esiti incerti, avevano lo scopo di estendere l'autonomia anche ad altri territori sotto controllo israeliano. Nell'agosto 1995 il ministro degli Esteri israeliano Peres ed ʻArafāt sottoscrivevano, con la cosiddetta Dichiarazione di Taba, un accordo provvisorio in vista dell'organizzazione di elezioni di un consiglio palestinese con funzioni legislative ed esecutive e del passaggio ai palestinesi dell'autorità civile esercitata da Israele sui territori occupati. In novembre il premier israeliano Rabin veniva però assassinato da un estremista israeliano ed era sostituito provvisoriamente da Peres. In dicembre Israele consegnava ai palestinesi la città di Ramallah, dando così completa attuazione alla prima fase della restituzione dei territori occupati prevista dagli accordi di agosto. Nel gennaio 1996 i palestinesi di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania eleggevano il Consiglio dell'Autonomia; la maggioranza dei seggi andava ai candidati vicini alle posizioni di ʻArafāt che veniva contestualmente eletto alla presidenza dell'assemblea. Ma le elezioni israeliane del maggio 1996, vinte dal Likud, sancivano un arresto delle trattative. Nonostante questo, nel gennaio 1997 veniva firmato l'accordo per lo sgombero delle truppe di Israele dalla città di Hebron e confermato il ritiro dell'esercito dalla Cisgiordania. Ma per risolvere i problemi di malcontento all'interno della maggioranza, il premier israeliano Netanyahu dava il via libera a un nuovo insediamento di coloni nella zona araba di Gerusalemme. La tensione tornava quindi a salire e alimentava la mobilitazione di massa dei Palestinesi. Inoltre, la ripetuta chiusura dei Territori Palestinesi da parte del governo israeliano determinava un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita della popolazione palestinese. In particolare, le sempre più numerose restrizioni all'afflusso in Israele di lavoratori palestinesi (sostituiti in gran parte da immigrati provenienti da altri Paesi) incidevano pesantemente sui redditi delle famiglie residenti in Cisgiordania e Gaza. Lo stallo in cui si veniva a trovare il processo di pace, accompagnato da una crescita dell'opposizione islamica, espressa in particolare da Hamas, sembrava superato a ottobre con la firma da parte di ʻArafāt e Netanyahu del “”, un nuovo accordo che prevedeva: per la Cisgiordania, il ritiro delle truppe israeliane dal 13,1 % del territorio e il passaggio del 14,2 % del territorio, amministrato dai Palestinesi ma sotto la sorveglianza israeliana, sotto il controllo esclusivo dei Palestinesi; l'impegno, da parte israeliana, a concedere la libertà a 750 prigionieri palestinesi e ad attuare una terza fase del ritiro delle truppe dalla Cisgiordania; l'impegno, da parte palestinese, a convocare il Consiglio Nazionale per l'abrogazione della clausola dello statuto che chiedeva la distruzione dello Stato di Israele, a disarmare i gruppi estremisti e ad arrestare 30 terroristi; l'apertura di due corridoi in Israele per collegare i territori palestinesi in Cisgiordania a quelli di Gaza; l'apertura di un aeroporto palestinese a Gaza. Nel febbraio 2000, nel corso di una visita di ʻArafāt in Vaticano, veniva siglata una “Dichiarazione di principi” destinata a definire i rapporti diplomatici fra Palestina e Santa Sede. Nel luglio 2000, i negoziati indetti a Camp David dal presidente degli Stati Uniti Clinton, al fine di elaborare un piano di pace tra israeliani e palestinesi, avevano esito negativo per le divergenze emerse tra il premier israeliano Barak e ʻArafāt sulla questione dello statuto da attribuire a Gerusalemme Est. Nel settembre dello stesso anno, la provocatoria visita del leader della destra israeliana, A. Sharon, alla spianata delle Moschee di Gerusalemme innescava una nuova Intifada nei territori palestinesi e una violenta ripresa del terrorismo antisraeliano. Lo stesso Sharon, divenuto primo ministro d'Israele nel febbraio 2001 rendeva, con la sua intransigenza, ancor più difficile la ripresa dei negoziati di pace, consentendo così alle ali più estremiste del movimento palestinese di porre in crisi la leadership moderata di ʻArafāt, già in difficoltà nel controllare gli attivisti islamici. La situazione peggiorava ulteriormente nei mesi successivi (gli Israeliani facevano in modo che, per lungo tempo, ʻArafāt fosse di fatto impossibilitato a lasciare la città di Ramallah) e precipitava nel marzo 2002, con l'intervento delle truppe israeliane in Cisgiordania, che si concludeva nel maggio seguente, senza però che si intravvedessero sbocchi per la risoluzione della crisi. Pur in questa difficile situazione, sempre nel mese di maggio, veniva promulgata la Costituzione palestinese, che era stata approvata dal Consiglio legislativo nel 1997. Nel 2003, il Parlamento palestinese decideva di creare la figura di primo ministro, per la quale Arafāt indicava il vicecapo dell'OLP. Mahmūd Abbās. Successivamente, con l'insediamento del nuovo governo, prendeva avvio un nuovo piano di pace, denominato road map (v. Territori Palestinesi). Tuttavia, il mancato rispetto di questi accordi da entrambe le parti e le difficoltà di rapporto con ʻArafāt e con alcune componenti dell'OLP inducevano Abū Māzen, nel corso dello stesso anno, a rassegnare le dimissioni. Al suo posto veniva designato Ahmed Qurei che formava un nuovo governo con l'obiettivo di rilanciare il piano di pace. Nel 2004 moriva ʻArafāt e Abū Māzen vinceva le elezioni. In settembre l'Autorità palestinese entrava in possesso dei territori della Striscia di Gaza, dopo il ritiro israeliano. Nel gennaio 2006 si svolgevano le elezioni legislative per il rinnovo del Parlamento, a sorpresa vinte da Ḥamas che designava Ismail Haniyeh, un moderato, come premier. Ma la situazione nei territori andava degenerando, soprattutto a causa del blocco degli aiuti da parte di Stati Uniti ed Europa, così in settembre Abū Māzen annunciava la costituzione di un governo di unità nazionale tra al-Fatah e Ḥamas, guidato sempre da Haniyeh. Successivamente Abū Māzen concordava una tregua con Israele, che comportava il ritiro dell'esercito israeliano da Gaza. Nel gennaio 2007 si acuiva lo scontro interno palestinese tra al-Fatah e Ḥamas, con ripetuti attacchi. In febbraio, dopo un incontro alla Mecca tra Abū Māzen e Haniyeh, quest'ultimo riceveva l'incarico dal presidente di formare il nuovo governo di unità nazionale. Continuavano le tensioni nella Striscia di Gaza e in giugno violenti combattimenti facevano numerose vittime: in seguito all'occupazione da parte dei guerriglieri di Ḥamas di una delle ultime fortezze di al-Fatah a Gaza, il presidente palestinese Mahmūd Abbās scioglieva il governo guidato dal premier Ismail Haniyeh e dichiarava lo stato di emergenza in Cisgiordania e Gaza. Nel 2012 l'Assemblea generale dell'ONU ha deciso di ammettere la Palestina come "paese osservatore permanente", dandole un riconoscimento diplomatico significativo. Nel 2014 avveniva una riconciliazione tra al-Fatah e Ḥamas che portava alla formazione di un governo palestinese di unità nazionale, a capo del quale è stato confermato Rāmī Ḥamd Allāh, in vista di nuove elezioni.

Letteratura

Si può parlare di una narrativa palestinese già a partire dal 1920, quando Khalīl Baydas pubblicò il romanzo al-Wārith (L'erede) sull'attaccamento del contadino arabo alla sua terra. Nel 1946 Ishàq Mūsà al-Ḥusainī scrisse un romanzo allegorico sull'immigrazione ebraica in Palestina, Mudhakkirāt dagiāgia (Memorie di una gallina). Per la poesia emerge il nome di Ibrāhīm Ṭūqān (m. 1941), fratello della poetessa Fadwà Ṭūqān (1917-2003). Dopo il 1948 e soprattutto dopo il 1967 la produzione letteraria palestinese è sempre più legata alle vicende storico-politiche della regione. Da una parte ci sono scrittori e poeti palestinesi rimasti in patria e diventati cittadini d'Israele; dall'altra quelli della “diaspora”, disseminati per la maggior parte in altri Paesi arabi. Non sorprende una certa ripetitività delle tematiche, un esasperato desiderio di far conoscere attraverso la letteratura la storia dei Palestinesi. All'inizio degli anni Sessanta si impongono poeti come Maḥmūd Darwīsh (n. 1941), Samīḥ al-Qāsim (n. 1939), Tawfīq Zayyād (n. 1929), le cui liriche vengono tradotte in molte lingue. Capolavoro della narrativa palestinese è considerato Riǧal fī šams (Uomini sotto il sole, 1963; pubblicato in Italia nel 1991) di Ghassān Kanafānī (1936-1972), ma è altrettanto noto anche fuori del mondo arabo il romanzo satirico al-Mutashā'il (Il Pessottimista) di Emīl Ḥabībī (1922-1996), scrittore arabo d'Israele, molto contestato in alcuni ambienti arabi. Tra i letterati palestinesi va ricordato Giabrā Ibrāhīm Giabrā (1919-1994), trasferitosi dal 1948 in Iraq, autore di romanzi come as-Safīnah (La nave) e al-Baḥth ʽan Walīd Masʽūd (La ricerca di Walīd Masʽūd), tradotti in molte lingue. (v. anche Territori Palestinesi)

Bibliografia

J. C. Hurewitz, The Struggle for Palestine, New York, 1950; S. Hadawi, Bitter Harvest. Palestine Between 1914-1967, New York, 1967; M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo. Settantacinque anni di storia, Torino, 1969; R. John, S. Hadawi, The Palestinian Diary 1914-48, New York, 1970; G. Chaliand, The Palestinian Resistance, Middlesex, 1972; J. K. Cooley, Green March, Black September: The Story of the Palestinian Arabs, Londra, 1973; A. Moscato, Israele, Palestina e la guerra del Golfo, Roma, 1991.