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alienazióne

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Lessico

sf. [sec. XIII; da alienare].

1) In diritto, atto ed effetto dell'alienare: alienazione di un immobile.

2) Allontanamento, quasi sempre in senso fig.; avversione, ostilità: alienazione d'animo. Antiq., estraniamento, astrazione: “un portato naturale dello spirito nella sua alienazione dal corpo” (De Sanctis).

3) Disus., infermità mentale. § In diritto, l'alienazione mentale, nell'accezione d'incapacità a intendere e volere, temporanea o definitiva, costituisce per il soggetto che ne è colpito causa di perdita della capacità d'agire.

4) In psicopatologia, sinonimo di psicosi.

Diritto

Il trasferimento a titolo oneroso o gratuito della proprietà di un bene da un soggetto a un altro. I casi più comuni dell'alienazione onerosa sono quelli della compravendita, della permuta, del mutuo; la donazione è invece il caso tipico dell'alienazione a titolo gratuito. L'alienazione dei prodotti agricoli è definita dal codice alienazione agricola finché rimane nell'ambito dell'agricoltura, ricade invece sotto la legge commerciale quando la vendita di tali prodotti avviene negli spacci pubblici. § Il divieto di alienazione, stabilito per contratto, ha effetto solo per le parti che lo hanno stipulato e non è valido se trascende convenienti limiti di tempo o non risponde al preminente interesse delle parti. È fatta però deroga a questa clausola qualora l'alienante ne assuma la responsabilità nei confronti dell'altra parte contraente. § Alienazione di cose militari, reato commesso dal militare che vende a terzi oggetti di armamento, vestiario o equipaggiamento fornitigli in dotazione dall'amministrazione militare.

Filosofia

Il concetto varia a seconda del tempo e del contesto: nel Medioevo, Riccardo di San Vittore identificò l'alienazione con il terzo grado dell'itinerario mistico della mente verso Dio, corrispondente alla dimenticanza delle cose finite e alla contemplazione del soprannaturale; affatto diverso è l'uso che ne fece Rousseau, che vide nell'alienazione l'unica e sovrana clausola del contratto sociale, per cui l'individuo cede i propri diritti naturali alla comunità dando così luogo alla formazione di una volontà generale legislatrice. Hegel lo usò nuovamente in un senso metafisico come un momento del processo che va dalla coscienza all'autocoscienza, e più precisamente il momento in cui la coscienza si estrania da sé e si considera una cosa. Tale momento però viene superato quando la coscienza scopre che gli oggetti fuori di sé sono una sua creazione ed esprimono la sua stessa realtà. Questo perdersi per ritrovarsi ha il suo epilogo (tutto positivo) nella consapevolezza totale. Un'interpretazione critica e uno sviluppo del concetto hegeliano di alienazione sono presenti in Marx. Questi rimprovera a Hegel di aver confuso l'obiettivazione, cioè il farsi cosa dell'uomo attraverso il lavoro, e l'alienazione, cioè lo smarrimento di sé, la perdita di ciò che è proprio dell'uomo in quanto uomo. L'obiettivazione è, in altre parole, momento positivo del processo che conduce alla realizzazione dell'unità dell'uomo e della natura; l'alienazione è invece nello stesso processo un momento negativo, in quanto scinde tale unità (così per esempio la religione – e qui Marx ricorda Feuerbach – scinde il rapporto tra l'uomo e i prodotti della sua volontà). Al concetto di alienazione come perdita di sé si rifanno molte correnti della filosofia contemporanea, in particolare l'esistenzialismo e il personalismo. L'uso del termine alienazione è diventato frequente nella cultura contemporanea, non soltanto nella descrizione del lavoro operaio in certe fasi della società capitalistica, ma anche riguardo al rapporto tra l'uomo e la tecnica. Il predominio di quest'ultima aliena infatti l'essere umano da se stesso, riducendolo spesso a ingranaggio di una macchina. L'alienazione è pure diventata la tematica di molte opere letterarie, teatrali e cinematografiche.

Sociologia

Nelle scienze sociali, il termine è comunemente associato alla riflessione di Marx, che si serve della categoria di alienazione negli scritti filosofici giovanili in riferimento critico all'accezione propostane da Hegel. Se per questi, infatti, con alienazione si intende la separazione fra coscienza e realtà empirica (oggettivazione dello spirito assoluto nella natura e nella storia), per Marx l'alienazione esprime la posizione dei soggetti sociali nella società capitalistica divisa in classi. In particolare, in questo significato materialistico, l'alienazione si applica alla condizione operaia. Nell'industria, il lavoratore – privato dei mezzi di produzione e di scambio e impossibilitato a controllare il ciclo produttivo di cui egli stesso diviene parte cedendo la propria forza lavoro in cambio del salario – esprime in maniera esemplare la condizione alienata dell'intera umanità. Si tratta, perciò, di un aspetto centrale e nevralgico della filosofia materialistica, le cui potenzialità critiche risultano peraltro ridimensionate dagli sviluppi maturi della produzione marxiana – più lontana dalla sua matrice filosofica e meno impegnata nella polemica anti-idealistica delle opere giovanili – e negli stessi contributi dei pensatori marxisti del Novecento. In particolare, G. Lukács – collocando il concetto di alienazione nella più vasta problematica del rapporto fra scienza, tecnica e dominazione sociale – tende a identificarla con la reificazione, intesa come primato della produzione di beni sulla libera espressione della coscienza umana. In questo senso, la nozione di alienazione si riavvicina a quella originariamente avanzata da Hegel e dalla scuola idealistica tedesca, seppure in un contesto sociologico inedito (la società industriale) e in una prospettiva ideologica rivoluzionaria, tesa a sottolineare il nesso operante fra alienazione, conflitto sociale e antagonismo politico di classe. Meno ideologica, ma ancor più radicale concettualmente, è la tesi di G. Friedmann, che collega intrinsecamente alienazione e lavoro, per cui solo un processo di liberazione dal lavoro in quanto tale (e non dal solo lavoro “alienato”, secondo il presupposto marxista) potrebbe consentire il superamento dell'alienazione. Su questa linea si collocano anche i contributi successivi degli studiosi della Scuola di Francoforte. T. W. Adorno interpreta l'alienazione come espropriazione dai diritti e dai doveri derivanti dalla conoscenza e, perciò, come espropriazione del comando sociale da parte dei centri di potere attivi nella società del consenso manipolato. H. Marcuse sviluppa l'intuizione di Friedmann considerando il lavoro come intrinsecamente alienato, indipendentemente dagli specifici rapporti di produzione. Già M. Weber, d'altronde, aveva assunto il concetto di alienazione in una prospettiva più ampia di quella di Marx, estendendolo a soggetti sociali diversi e a varie categorie professionali, ben al di là dei confini della classe operaia. Nell'ottica weberiana, alienazione divenne perciò soprattutto assenza di potere, privazione di influenza decisionale, delega a ristrette élite dominanti delle responsabilità collettive. La scuola funzionalistica nordamericana ha prodotto un'ulteriore interpretazione della categoria di alienazione. Per R. K. Merton, per esempio, alienazione è sinonimo di mancata o imperfetta identificazione – da parte di un gruppo sociale o di un singolo individuo – con i valori dominanti e le mete condivise di una comunità. In una simile prospettiva, l'alienazione tende a confondersi con l'anomia e, quindi, a configurarsi come una sorta di indicatore del malessere di una società scarsamente solidale e con una scarsa coesione civile e morale (dissenso rispetto ai valori collettivi, assenza di “fini condivisi”). Anche in riferimento a tematiche proprie della psichiatria e della psicologia sociale, non sono mancati i tentativi di ricondurre l'alienazione a manifestazione di disadattamento soggettivo, pur motivandola con più generali ragioni culturali e sociali. Alienazione, dunque, come privazione di potere (anche per effetto dello sviluppo della potenza anonima della tecnologia); come assenza di significato (venir meno del senso del ruolo e della funzione rivestiti dal lavoratore nel processo produttivo); come eclisse dell'appartenenza individuale alla comunità; come rifiuto a partecipare al processo sociale che si esprime nel lavoro (autoestraneazione): questa pluralità di significati, e la complessiva dilatazione del concetto – che aveva nei filosofi idealisti e nell'economicismo marxista una sua definizione relativamente circoscritta e rigorosa – è sicuramente all'origine del suo declino nell'uso scientifico della ricerca sociale. Declino che non contrasta con la persistente fortuna del termine di alienazione nella generica versione fatta propria dalla pubblicistica corrente e dalla stessa produzione artistica contemporanea.

Bibliografia

Per l'aspetto filosofico

G. Lukács, Geschichte und Klassenbewusstsein, Berlino, 1923 (trad. it., Milano, 1967); E. Fromm, Escape from the Liberty, New York, 1941 (trad. it., Milano, 1963); J. Gabel, La fausse conscience, Parigi, 1962; L. Albanese, Il concetto di alienazione, Roma, 1984.

Per l'aspetto sociologico

K. Marx, F. Engels, L'ideologia tedesca, Roma, 1956; D. Riesman, La folla solitaria, Bologna, 1956; T. W. Adorno, La mentalità fascista (trad. di M. Lattes), in “Questioni”, n. 6, 1957; K. Mannheim, Ideologia e utopia, Bologna, 1957; idem, L'uomo e la società in un'epoca di ricostruzione, Milano, 1959; R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, Bologna, 1959; G. Friedmann, Il lavoro in frantumi, Milano, 1960; E. Durkheim, La divisione del lavoro sociale, Milano, 1962; L. Gallino, Presupposti delle ricerche sociologiche sull'alienazione, in “Tempi moderni”, n. 1, 1963; K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Opere filosofiche giovanili, Roma, 1963; U. Cenoni, Teoria della società di massa, Roma, 1983.