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sf. [sec. XX; dal globale, sul modello del francese globalisation]. Assunzione di dimensioni globali, estensione dei propri interessi e delle proprie attività su scala internazionale planetaria. In particolare, A) in economia indica quei fenomeni di estremo ampliamento di scala dei processi economici e finanziari che hanno caratterizzarato gli anni Ottanta e Novanta del sec. XX. B) In campo psicologico e pedagico, lo stesso che globalismo.

Economia

Il termine globalizzazione ha assunto una grandissima diffusione generalmente per indicare quei fenomeni di estremo ampliamento di scala dei processi economici e finanziari che sono parsi caratterizzare gli anni Ottanta e Novanta del sec. XX. Tali fenomeni, benché particolarmente enfatizzati dall'interconnessione dei sistemi informativi e, più ancora, dalla loro rapidità di collegamento (esempio tipico ne sono le reti telematiche), nella loro essenza sono tuttavia fenomeni di ormai antica data. Una prima fase di rapidissimo ampliamento del quadro dei rapporti economici si produsse, infatti, già nella seconda metà del sec. XIX, con la realizzazione di un mercato mondiale per buona parte dei beni e grazie alla disponibilità di mezzi di comunicazione (treno, navigazione a vapore) rapidi ed efficienti, nonché grazie alla prima forma moderna di telecomunicazione (telegrafo). A sua volta, la cosiddetta economia mondiale si era potuta produrre in conseguenza dell'aumento del commercio fra i Paesi europei, cui aveva corrisposto la nascita e l'assunzione quasi generalizzata di teorie e pratiche economiche di impostazione liberoscambista. Nel corso della fase ottocentesca, non solo i commerci intraeuropei si erano moltiplicati, ma anche gran parte del resto del mondo, per il tramite della colonizzazione, era entrato in un circuito economico coerente; inoltre, si era già verificata una notevolissima espansione delle attività finanziarie di rilievo interstatale, per esempio dando origine a sempre più frequenti episodi di concentrazione dei capitali internazionali (banche, finanziamento delle grandi opere pubbliche, azionariato delle compagnie di navigazione e di società per lo sfruttamento di risorse nei territori coloniali, ecc.). Lungo tutta questa prima fase, che va considerata conclusa con la prima guerra mondiale, si era tuttavia trattato di una globalizzazione incipiente e non completamente realizzata: innanzi tutto, infatti, occorre considerare che le vaste aree sottoposte a controllo coloniale avevano un ruolo quasi esclusivamente limitato alla fornitura di materie prime e, se per questa via entravano nel commercio mondiale, non avevano sviluppato strutture economiche proprie. Le produzioni manifatturiere, in particolare, rimanevano tutte concentrate nei Paesi occidentali, vale a dire quelli che esercitavano il controllo coloniale, senza quasi nessun tentativo di impiantare anche altrove attività industriali e, anzi, con frequenti casi di smantellamento delle strutture produttive non europee a vantaggio delle industrie europee (come accadde in India e in Cina). Questa fase ebbe termine, dopo una serie di segnali premonitori precedenti, con la prima guerra mondiale e le successe, al contrario, una fase (fra le due guerre mondiali) di netto rallentamento della tendenza; in termini generali, si può anzi dire che l'interguerra registrò piuttosto un ritorno al protezionismo. Tuttavia, la stessa ampiezza della crisi finanziaria (e poi produttiva) indotta dal crollo della borsa di Wall Street nel 1929 indica che il grado di connessione raggiunto dall'economia finanziaria mondiale era già molto spinto. Nell'immediato secondo dopoguerra, con l'instaurarsi del cosiddetto sistema di Bretton Woods (dal nome della località statunitense in cui, nel 1944, si raggiunsero accordi di portata mondiale in campo monetario e finanziario e in cui si costituirono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), restituì vigore all'impostazione liberoscambista in una variante cosiddetta monetarista, che attribuiva ai mercati finanziari la capacità e la responsabilità di regolare l'economia reale (quella produttrice di beni materiali), a scapito delle scelte politiche dei singoli Stati sia sotto il profilo strutturale, sia sotto quello della produzione. Se, però, da una parte, l'impostazione di Bretton Woods segnava un indirizzo, in effetti la gran parte degli Stati (compresi gli Stati liberisti per definizione, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti) continuò per alcuni decenni a preferire forme di intervento diretto dello Stato nell'economia produttiva e finanziaria e, parallelamente, anche nella sfera sociale, mettendo in atto politiche di perequazione dei redditi più o meno accentuate. Evidentemente, il massimo livello di intervento dello Stato nell'economia e negli assetti sociali si determinò nei Paesi a economia pianificata (socialisti), e fu il collasso di questi Paesi, fra gli anni Ottanta e Novanta, che eliminò l'esistenza, almeno teorica, di una alternativa di sviluppo al sistema di Bretton Woods. In assenza di prassi politiche differenziate, e in assenza anche di un'elaborazione teorica forte che mettesse a punto ipotesi diverse da quelle neoliberiste, consentendo una possibile ricalibratura del ruolo degli Stati nell'economia, ha preso a diffondersi quello che alcuni analisti hanno definito “pensiero unico”, una delle manifestazioni più rilevanti della globalizzazione (per quanto riguarda il piano dell'analisi teorica e della elaborazione di teorie economiche, sociali e politiche). Con questa e altre espressioni simili si intende indicare quella sorta di costruzione ideologica che sostiene il neoliberismo e la riconversione, in senso neoliberistico, dei sistemi ex socialisti o comunque a capitalismo di Stato (fra questi ultimi, gran parte dei Paesi europei, compresa l'Italia). Fra i postulati di base di questa impostazione è, innanzi tutto, l'assoluta preminenza dell'economia sulla politica, dove tuttavia l'economia non è destinata ad attuare una qualche ipotesi predefinita di regolazione dei rapporti economici, sociali e di potere, ma semplicemente agisce liberamente, producendo effetti in virtù di meccanismi di funzionamento propri del libero mercato (descritti dalle cosiddette leggi economiche), i quali effetti ridisegnano automaticamente i rapporti economici, sociali e di potere. In altri termini, non si persegue un modello di sviluppo o di redistribuzione della ricchezza, ma si fa affidamento sulla capacità del libero mercato, lasciato a se stesso, di ottimizzare in un tempo più o meno lungo l'impiego e la distribuzione delle risorse, attraverso il gioco dei mercati finanziari, la concorrenza e la competitività fra aziende e sistemi-Paese, la divisione internazionale del lavoro. Lo strumento basilare è quello monetario; la premessa indispensabile è che lo Stato si ritiri completamente dalla sfera economica (privatizzazione) e quanto più largamente possibile da quella sociale. L'imporsi di questa concezione neoliberista (che, a prescindere dal forte accento sulla moneta, è sostanzialmente la ripresa di un insieme teorico anch'esso precedente, risalente alla fine del sec. XVIII e ai primi del sec. XIX) ha comportato una serie di conseguenze di grande rilievo, che pure vengono ricomprese sotto il termine di globalizzazione: oltre che sotto il profilo teorico, se ne possono individuare di molto importanti sotto il profilo politico, quello economico e quello sociale.

Tendenze recenti

Malgrado i precedenti di cui si è detto, l'ampiezza raggiunta dai fenomeni di globalizzazione negli ultimi anni del sec. XX giustifica, in ogni caso, la circostanza che se ne tratti come di un fenomeno nuovo e di portata effettivamente mondiale; perciò, tra le conseguenze indotte dalla globalizzazione, ve ne sono alcune che vanno modificando anche la geografia mondiale, in senso materiale. Sotto il profilo politico, è il caso di sottolineare la perdita di potere da parte degli Stati tradizionali (cosiddetti nazionali), a fronte di meccanismi finanziari che li dominano. Il fenomeno può essere semplificato, per un verso, ricordando che gli Stati nel perseguire una politica di intervento economico e sociale hanno dovuto fare ricorso, sempre più largamente, al credito privato, per esempio attraverso l'emissione di obbligazioni quotate in borsa e contrattate da investitori internazionali; questi ultimi, data la crescente privatizzazione anche delle attività finanziarie sono recentemente cresciuti a dimensioni mai prima raggiunte (si pensi in particolare ai fondi pensione, ai fondi d'investimento di vario genere); gli investitori perseguono la massimizzazione del profitto dell'investimento e dunque modificano in continuazione i propri investimenti dirottandoli là dove le condizioni appaiono migliori, dunque premiando o penalizzando anche le emissioni obbligazionarie dei vari Stati; di conseguenza, anche le monete degli Stati interessati subiscono indebolimenti o rafforzamenti; il gioco speculativo, condotto in simultanea su tutte le piazze finanziarie del mondo, può mettere gravemente in difficoltà qualsiasi Stato, anche perché ormai nessuna banca centrale è più in grado di resistere alle pressioni speculative finanziarie, che possono contare su capitali di gran lunga più consistenti delle riserve di qualsiasi banca centrale. Anche solo per questa via, dunque, appare evidente come gli Stati debbano nei limiti del possibile operare in modo da garantirsi la fiducia degli investitori e non esserne penalizzati. Tutto ciò vuol dire anche che, nei fatti, tende a scomparire il mercato nazionale, uno dei fondamenti dello Stato nazionale, giacché lo Stato non è più in grado di controllarlo e proteggerlo rispetto alle eventuali pressioni negative provenienti dal capitale finanziario internazionale. Il mercato finanziario (che regola però anche il corso dei mercati reali) tende perciò a sostituirsi ai mercati nazionali e agli Stati nazionali, con una combinazione di effetti che è insieme politica ed economica. A tutto questo si può aggiungere che anche le imprese coinvolte nei processi produttivi (economia reale) hanno da tempo sviluppato un proprio versante finanziario, nello sforzo di diversificare le proprie attività, ma anche di integrarle verticalmente, così da garantirsi per quanto possibile l'insieme delle fasi della propria attività, dall'approvvigionamento delle materie prime, alla lavorazione e commercializzazione del prodotto, alla valutazione finanziaria delle proprie condizioni economiche. Sono in particolare le grandi imprese transnazionali (o multinazionali) ad avere realizzato questo obiettivo, e molte di esse presentano ormai bilanci consolidati molto più consistenti di quelli di Stati di piccole dimensioni (anche se sviluppati economicamente); l'azione delle transnazionali, per definizione, travalica i mercati nazionali e dunque rafforza i meccanismi di cui si è detto poco sopra. Da un altro punto di vista, l'applicazione della teoria del vantaggio competitivo, che si è innestata su quella classica della divisione internazionale del lavoro, ha comportato un diverso atteggiamento nei confronti delle regioni in via di sviluppo, atteggiamento che per molti versi ricorda quello che aveva prodotto l'ultima fase coloniale. Da una parte, infatti, il capitale finanziario internazionale cerca un proprio mercato di applicazione (si consideri che il mercato dei beni è tendenzialmente saturo), giacché i capitali liquidi sovrabbondano nei Paesi sviluppati e sempre più difficile risulta impiegarli in maniera redditizia; il capitale internazionale, quindi, mediante meccanismi simili a quelli richiamati a proposito degli Stati sviluppati, cerca applicazioni anche nei Paesi in via di sviluppo, sotto forma di aiuti finanziari (che sono nella massima parte dei casi crediti, non elargizioni a fondo perduto) che di fatto portano i Paesi destinatari a forme di indebitamento più o meno gravi; anche i capitali delle imprese transnazionali, per gli stessi motivi detti, tendono a spostarsi verso i Paesi in via di sviluppo, i quali vengono perciò a integrarsi in maniera sempre più stretta nel mercato mondiale, benché in una posizione strutturalmente debole, che il più delle volte è via via aggravata dal debito estero, dalle politiche di aggiustamento strutturale richieste dagli stessi investitori, dalle spinte speculative, dalle fluttuazioni dei corsi monetari, dalle conseguenze di eventuali valutazioni negative espresse dalle agenzie internazionali di rating. Si consideri, in ogni caso, che l'integrazione che si realizza è nei fatti quasi essenzialmente finanziaria: gli scambi commerciali (economia reale) internazionali, che dovrebbero indicare il livello di integrazione economica raggiunto, non solo non crescono indefinitamente rispetto ai prodotti interni dei Paesi, ma sono da tempo stabili e addirittura, in alcuni casi, diminuiscono; in Italia, la quota dell'import/export sul totale del PIL è intorno al 22%, come in Francia, ma in Paesi come gli Stati Uniti è di circa la metà. Ciò vuol dire che, di fatto, l'economia reale sembra tendere a una sorta di autosufficienza di mercato, specialmente per quel che riguarda beni e settori di interesse strategico. Per conservare l'integrazione raggiunta, vale a dire il credito finanziario internazionale, la maggior parte dei Paesi si trova nella necessità di aggiustare la propria struttura economica in modo che risulti più competitiva; tale competitività non viene necessariamente valutata in termini di maggiore produzione, ma solo in termini di maggiore produttività: meno costi a parità di prodotti o di servizi offerti. Per conseguenza, si è proceduto un po' ovunque a ridurre tutti i costi riducibili (spesa pubblica e spesa sociale in primo luogo). In particolare, nei Paesi in via di sviluppo (e più ancora in quelli cosiddetti emergenti) l'aumento di competitività viene solitamente raggiunto comprimendo (o non lasciando espandere) il costo del lavoro e i costi sociali riflessi e aumentando la mobilità della manodopera (flessibilità); inoltre, si tende a ridurre la pressione fiscale così da attrarre capitali di investitori esteri, e anche a mettere in gioco una serie di agevolazioni per esempio costituendo zone franche, aree off shore e via dicendo. Sul piano sociale, le conseguenze più rilevanti derivano evidentemente dalle ricadute che tutto il processo ha nei confronti del lavoro salariale. Mentre, infatti, l'espansione delle attività delle multinazionali ha portato alla creazione di pochissimi posti di lavoro aggiuntivi, gli altri aspetti della globalizzazione tendono semplicemente a far diminuire strutturalmente l'occupazione nei Paesi in cui essa risulta troppo costosa ai fini della remunerazione del capitale applicato, e a farla crescere (ma a costi irrisori al confronto) nei Paesi in cui il costo della vita è più basso, le richieste contrattuali della manodopera più modeste, le tutele sociali, sindacali e legali minori. Uno degli effetti più vistosi della globalizzazione, quindi, è la delocalizzazione industriale, con il trasferimento di un gran numero di imprese industriali dai Paesi a economia sviluppata a quelli a economia in via di sviluppo; oppure, sul piano strettamente finanziario, la rapida successione di investimenti/disinvestimenti seguendo l'andamento dei costi nei Paesi oggetto dell'investimento così da massimizzare il rendimento del capitale anche nel brevissimo periodo. Un'altra conseguenza ormai tipica e stabile, per quanto paradossale, è nel legame inverso fra andamento dell'occupazione e andamento dei rendimenti borsistici, legame particolarmente evidente negli Stati Uniti, ma anche altrove: all'aumento dell'occupazione, infatti, si determina una tensione fra gli investitori perché la massa monetaria circolante aumenta e quindi porta ad aumentare il tasso di inflazione tendenziale, a sbilanciare i conti pubblici, a rendere più vulnerabile la moneta; i tassi sulle emissioni obbligazionarie devono ugualmente aumentare, ma diminuisce parallelamente la solvibilità degli Stati, mentre aumenta, per esempio, il valore dei tassi a credito; in una simile condizione, l'investitore istituzionale che mira (come è sempre più il caso) a rendimenti alti nel breve periodo, disinveste e delocalizza il proprio investimento, privando l'economia reale del capitale occorrente.§ Globalizzazione e crisi: La crisi dell'economia mondiale, la più grave dai tempi della grande recessione degli anni Trenta, innescata nel 2007 dalla bolla dei mutui subprime e dalla caduta del mercato immobiliare statunitense, ha suscitato molti interrogativi in merito ai destini della globalizzazione. Vi è un generale consenso sul fatto che la crisi abbia definitivamente smentito coloro che – soprattutto negli anni Novanta – sottolineavano la natura storicamente inedita dei processi in corso e degli effetti irreversibili che si supponeva tali processi avessero sul sistema negli ambiti più diversi. La crisi degli Stati Uniti prima e dell'Europa poi sembrano rappresentare la fine dell'egemonia occidentale sui processi economici mondiali ed è questo, a ben vedere, il fattore di novità principale. L'avvento di un sistema multipolare che sembra trovare il suo asse a Oriente e tra i suoi fulcri, Cina e India, è l'incognita che pesa sul futuro della globalizzazione. Il nuovo scenario che va configurandosi impone una riforma degli strumenti di governance dell'economia mondiale. Innanzitutto in ambito finanziario, dove pare necessario introdurre sistemi di maggiore coordinamento della sorveglianza cui sono tenute le singole autorità nazionali e regole per quanto possibili uniformi volte a garantire la trasparenza deimercati finanziari, e avviare una riforma del Fondo Monetario Internazionale e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio che riconosca il maggior peso ormai assunto dai Paesi emergenti.

Sociologia

Fa parte dell'esperienza quotidiana di miliardi di consumatori in tutto il mondo la possibilità di acquistare prodotti, beni e servizi fabbricati, ideati e commercializzati nei più lontani angoli del pianeta. L'efficienza dell'intero processo di regolazione della produzione, del consumo e della fruizione, a sua volta, si basa sulla possibilità tecnologica – enormemente potenziata a partire dalla fine degli anni Settanta del sec. XX dal massiccio impiego dell'informatica e poi della telematica – di trasmettere in tempo reale informazioni a raggio planetario. La comunicazione sociale ha assunto dimensioni globali anche sul terreno della cultura, della circolazione di stili di vita, modelli di comportamento, linguaggi, gusti e atteggiamenti, soprattutto grazie alle reti radiotelevisive e di altri ancor più sofisticati strumenti (si pensi allo sviluppo di Internet e delle autostrade telematiche che il suo impiego presuppone). Queste e altre nuove dimensioni della nostra vita collettiva comunicano la sensazione che il mondo si stia definitivamente trasformando – o si avvii irreversibilmente a trasformarsi – in un unico sistema sociale globale. La principale caratteristica di tale sistema planetario è quella di fondarsi su intricate quanto efficaci catene di interdipendenze che coinvolgono la quasi totalità delle comunità umane. Il sistema-mondo, in altre parole, non appare più semplicemente lo scenario e l'ambiente nel quale si sviluppano i progressi tecnici, le conquiste sociali e i mutamenti culturali delle singole società nazionali. Globalizzazione indica, piuttosto, la presenza di già attive e funzionanti connessioni sociali, politiche ed economiche da cui dipendono le condizioni di vita e la stessa capacità di utilizzazione delle risorse locali delle singole società. Questo processo non è più in alcun modo riconducibile ai confini nazionali. Induce anzi, più o meno direttamente, effetti significativi anche sugli assetti politici e istituzionali. La crescente integrazione delle economie nazionali europee, per esempio, ha prodotto l'esigenza di accrescere il livello di unificazione politica e di concertazione strategica dei Paesi più sviluppati del continente, aprendo la strada all'introduzione di una moneta unica e all'esercizio di più estesi poteri sovranazionali. Importanti economie nazionali, basate su robuste tradizioni produttive, hanno conosciuto la sfida di mercati mondiali sempre più aperti e concorrenziali. La stessa innovazione tecnologica ha accelerato la nascita di interi comparti produttivi e di economie locali, come pure il declino e l'esaurimento di altri. La mondializzazione dei mercati ha suscitato rilevantissimi mutamenti nella cultura d'impresa e ha drasticamente modificato ruolo e compiti degli Stati e dei governi nazionali. Abbattere l'inflazione, contenere i deficit di bilancio, incrementare le esportazioni, governare e sviluppare le tecnologie sono divenuti imperativi universali, che a loro volta sollecitano interventi sul terreno dell'istruzione, della formazione professionale, della ricerca, della regolazione sindacale, delle norme giuridiche. La globalizzazione rappresenta, insomma, il prodotto di interdipendenze sempre più ampie e, insieme, costituisce l'impulso a sviluppare circuiti di attività sempre più integrati e coerenti con le logiche generali del sistema-mondo. Questa dinamica non è priva di resistenze e di rischi. Essa produce, di fatto, un nuovo sistema di relazioni e di gerarchie internazionali e può persino generare inedite forme di diseguaglianza (per esempio nelle differenti opportunità di accesso al controllo delle reti di comunicazione o nel rapporto fra aree forti, in via di crescente integrazione, e sottosistemi economici periferici). Sul piano commerciale, più che di autentica globalizzazione si dovrebbe parlare di trilateralizzazione del pianeta, con America Settentrionale, Giappone e Unione Europea ormai in grado di monopolizzare tutti i circuiti di scambio economico. Viceversa, nell'ambito delle comunicazioni di massa – con le sue importanti ricadute culturali – la globalizzazione si associa di fatto alla conquistata egemonia mondiale, in termini di produzione e gestione, dei grandi network statunitensi. In campo finanziario l'esistenza di reti internazionali capaci di interagire costantemente, rispondendo in tempo reale a tutti gli impulsi provenienti dalle principali borse mondiali, è sotto gli occhi anche del più sprovveduto telespettatore. Ma lo sviluppo di questi circuiti, insieme poderosi e vulnerabili, non implica necessariamente una tendenza alla costituzione di un'economia planetaria razionalmente governata. Anche il riemergere di spinte localistiche e di insofferenze nazionali e subnazionali – apparentemente anacronistiche nell'età della globalizzazione – appare una reazione indesiderata e politicamente insidiosa al potenziamento delle reti sociali e culturali transnazionali. Al di là di resistenze, contraddizioni e tensioni indotte dalla globalizzazione politica ed economica, bisogna però concepire il processo in un'ottica più ampia che investe la vita quotidiana e le relazioni interpersonali fra gli individui in un'età di costante accelerazione del mutamento sociale e culturale. Come sostiene A. Giddens (1990), stiamo assistendo a un generale riordinamento della stessa percezione del tempo e delle distanze. La vita degli individui e l'attività quotidiana di gruppi e comunità sono influenzate, assai più direttamente e immediatamente che in qualsiasi epoca precedente, da eventi che si svolgono a grande distanza fisica. Lo sviluppo di reti di trasporto aereo e anche ferroviario sempre più rapide sembrano aver annullato l'antica relazione tempo-spazio sulla quale si costruiva la distanza psicologica dagli altri. La telematica ha portato alle estreme conseguenze questa dinamica, letteralmente cancellando i vincoli strutturali legati alla distanza geografica e rendendo tangibile l'intuizione di McLuhan sul villaggio globale. La globalizzazione appare, insomma, una sorta di destino collettivo dell'umanità e allo stesso tempo la manifestazione di un nuovo tipo di relazioni sociali. Fenomeni e tendenze che, come ci avvertono gli studiosi della postmodernità, non possono essere consegnati al fatalismo o all'illusione dell'onnipotenza tecnologica, ma che richiedono di essere compresi e dominati da una nuova razionalità politica e sociale.