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paleografìa

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Descrizione generale

sf. [sec. XIX; paleo-+ -grafia]. Scienza che tratta delle antiche scritture, in particolare quelle greche (paleografia greca) e latine (paleografia latina) e, genericamente, ogni tipo di scrittura anche non alfabetica (per esempio, la paleografia musicale, volta alla decifrazione e trascrizione di musiche in notazioni antiche). Sono però escluse dall'ambito proprio della paleografia le scritture tracciate o per incisione o a rilievo su materiali duri quali la pietra o il metallo, che sono oggetto dell'epigrafia, e le scritture tracciate su papiro, che sono oggetto specifico della papirologia. Questa sostanziale limitazione del suo campo specifico è legata alla nascita stessa della paleografia come scienza, verso il penultimo decennio del sec. XVII; nell'ambito delle controversie tra gesuiti bollandisti e benedettini di San Mauro circa l'autenticità di documenti medievali riguardanti sia interessi giuridici (di solito antichi benefici o possessi fondiari di monasteri) sia interessi agiografici come il culto antico di certi santi. La paleografia si pose come critica storica delle forme grafiche riscontrabili nei documenti, in sussidio alla critica diplomatistica e filologica e alla critica storica più in generale. Le prime descrizioni critiche e analitiche delle forme grafiche si devono per l'alfabeto latino al padre J. Mabillon (De re diplomatica, 1685), per quello greco al Montfaucon (Palaeographia graeca, 1708). Con gli studi, tra gli altri, di Scipione Maffei e dei padri Tassin e Toustain, la paleografia assunse, attraverso una considerazione dinamica globale dei fenomeni grafici, un più spiccato carattere di scienza storica che trovò sistemazione nel sec. XIX con gli studi, tra i primi, di W. Wattenbach e poi di L. Delisle; gli orizzonti della paleografia si allargarono in seguito a opera di studiosi quali L. Traube, P. Lehmann, L. Schiaparelli e altri, fino alla considerazione della paleografia “quale scienza dello spirito” secondo una celebre definizione di G. Pasquali (1931). Ulteriori sviluppi della paleografia portano a nuovi metodi di analisi delle forme grafiche come risultato di tecniche scrittorie precisamente individuabili e analizzabili nei loro fatti costitutivi (per esempio, la scuola che fa capo a J. Mallon e R. Marichal), all'adozione, anche per la paleografia, di metodologie di tipo strutturalistico (per esempio, in Italia, G. Cencetti e quanti si rifanno alla sua opera), o addirittura di tipo fenomenologico (G. Costamagna).

Paleografia greca e latina

Per le limitazioni del proprio ambito di cui si è detto, la paleografia greca non tratta il problema delle origini della scrittura greca (datazione oscillante tra il sec. XV e l'VIII a. C.) né dei più antichi documenti di scrittura greca (sec. VIII a. C.) né della mole più cospicua di testi in greco che fino a tutta l'età ellenistica sono quasi esclusivamente scritti su papiro. Così la paleografia greca si occupa di due soli tipi calligrafici fondamentali (entrambi presenti anche nei papiri): l'onciale greca (dal sec. IV), che sostituisce la scrittura di ispirazione epigrafica e che si presenta con caratteri omogenei sia nella forma libraria più posata (o accurata) sia in quella documentaria più corsiva e di forme progressivamente meno regolari; e la minuscola greca (primi esempi sec. VIII-IX), che nella sua forma libraria è all'origine della scrittura greca moderna, e che nella sua forma documentaria presenta connessioni sorprendenti, ma ancora in gran parte da chiarire fino in fondo, con la scrittura latina della stessa epoca. La paleografia latina ha un campo d'indagine assai più vasto di quella greca sia perché le sue origini (oggetto specifico anche in questo caso dell'epigrafia e della papirologia) sono legate molto più direttamente alla storia successiva della scrittura latina, sia perché la scrittura latina è fondamentale, più ancora di quella greca, per la sua stessa diffusione, nella storia della nostra civiltà. Derivata, a quanto si crede, dall'alfabeto etrusco più antico, la scrittura latina ha le sue prime testimonianze epigrafiche nei sec. VII-VI a. C. (Lapis Niger); fino al sec. IV a. C. le modificazioni maggiori sono dovute all'adattamento della scrittura alle caratteristiche fonetiche del latino e portano al fissarsi di una scrittura maiuscola (o meglio capitale) di cui nel sec. I si hanno due varietà, l'una prettamente epigrafica, detta “monumentale” o “quadrata”, l'altra anche epigrafica (la cosiddetta “actuaria”) ma soprattutto libraria che dall'andamento tendente al corsivo del suo tracciato è detta “rustica”. Benché essa fosse la scrittura normalmente usata per i libri in tutto il mondo romano dal sec. II o I a. C. al III d. C., ce ne restano solo scarsissimi esemplari nei papiri di Ercolano. Tra la fine del sec. III e il principio del IV la scrittura maiuscola di tipo unico, canonizzato, si rinnova e trasforma completamente per un processo di individualizzazione delle forme scrittorie e per l'intrecciarsi di tendenze diverse, corsive o calligrafiche: ne nascono le scritture minuscole, un insieme di scritture individuali svariatissime che l'origine comune consente di raccogliere nella comune denominazione di “minuscola antica” (o con nome arbitrario e ormai desueto “semionciale arcaica”). Ma la tendenza all'uniformazione calligrafica porta già nel sec. IV alla ricostituzione di una scrittura con caratteri tipici e canonizzati: è la cosiddetta “onciale”, dai tratti caratteristicamente rotondeggianti e allargati, che è la scrittura propria del momento di transizione dal mondo antico a quello medievale (sec. IV-VIII). Una diversa rielaborazione della scrittura usuale antica porta anche, verso i sec. V-VI, alla costituzione di un'altra minuscola libraria, più scorrevole dell'onciale ma come questa, secondo i canoni estetici del tempo, di forme rotondeggianti: è questa la cosiddetta “semionciale” il cui processo verso un tipo grafico uniforme fu dapprima rallentato dalle forme dell'onciale, già saldamente affermate nell'uso comune, e quindi interrotto dall'avvenuta frantumazione dell'unità culturale latina in seguito alle invasioni barbariche.

Paleografia medievale e umanistica

L'Alto Medioevo vede da un lato la sopravvivenza delle vecchie scritture librarie in forme sempre più irrigidite, dall'altro lo svolgersi dal ceppo comune della minuscola corsiva, di tante diverse articolazioni che possono considerarsi espressione delle nuove culture “nazionali”. Gli scriptoria locali e le nuove cancellerie sono i centri in cui le cosiddette scritture nazionali nascono e da cui si diffondono: nelle isole britanniche la maiuscola e la minuscola insulari, già formate nel sec. VII; in Gallia la cultura dei Franchi si esprime attraverso una particolare scrittura cancelleresca, detta merovingica, in origine articolata in modo assai vario e con stretti legami, attraverso scriptoria monastici di fondazione irlandese, alle scritture insulari; anche oltre Reno si trovano articolazioni e derivazioni di scritture merovingiche. In Italia la “corsiva nuova”, ultima espressione comune dell'Impero romano, si evolve in modi estremamente vari e complessi: a Roma nella curiale romana della cancelleria pontificia (sec. VII-IX), a Montecassino nella beneventana (sec. VIII-XIII), oltre alla numerosa varietà di tipizzazioni grafiche dei singola scriptoria, da Verona a Bobbio a Lucca a Nonantola, ecc. Ma in molti dei centri (particolarmente in Francia e in Italia settentrionale) che caratterizzano quest'età della scrittura (che vien detta del “particolarismo grafico”), si prepara, attraverso l'elaborazione di talune forme minuscole corsive o semicorsive (le cosiddette scritture precaroline), la ricostituzione di una unità grafica occidentale, unità che si realizza con l'adozione della minuscola carolina, la scrittura così chiamata per sottolineare le connessioni con la ricostituita unità culturale e politica dell'impero carolingio. È da notare come fondamentale anche il fatto che la scrittura carolina si pone come scrittura comune superando non solo i particolarismi locali, ma anche quelli relativi agli ambiti dell'uso, imponendosi cioè tanto come scrittura libraria quanto documentaria, notarile quanto cancelleresca, ecc. Alla fine della sua evoluzione (inizio sec. XII), la scrittura carolina presenta quasi dovunque un irrigidimento dei tratti, una sostituzione di angoli acuti e linee tonde, una più netta differenza fra tratteggi pieni e tratti sottili, che caratterizzano la nuova scrittura comune, la “gotica”: questa è la scrittura della nuova cultura propria dell'età che vede il fiorire delle grandi università, che sostanzialmente costituiscono i poli locali di elaborazione della scrittura comune. A cavallo tra i sec. XIV e XV, muovendo dalla ristretta cerchia dei primi umanisti fiorentini, si preparò la nascita delle forme grafiche che, più tardi accolte e imposte anche dalla stampa, restano fondamentalmente le stesse che oggi universalmente si usano per l'alfabeto latino. La riforma umanistica, della quale furono iniziatori principali il Poggio e il Niccoli, fu dovuta a un equivoco: la venerazione degli umanisti per la classicità romana li portò a credere che i manoscritti con testi classici, allora affannosamente ricercati ed entusiasticamente ritrovati, che per lo più risalivano all'età carolingia o comunque ai sec. IX-XI e che quindi erano scritti in minuscola carolina, fossero d'età romana. La scrittura carolina, dagli umanisti detta littera antiqua, fu perciò da loro assunta come modello di scrittura classica in contrapposizione alla gotica; il diffondersi dell'umanesimo fissò le forme della scrittura umanistica, ovunque in Europa, in due varietà sostanziali: il carattere posato, rotondo, librario che ci è noto nel comune carattere romano tondo della stampa, e il carattere di origine cancelleresca, frutto di una mediazione tra scritture corsive gotiche, semigotiche e umanistiche, detto italico, che è alla base delle nostre comuni scritture corsive.

Paleografia musicale

Nell'ambito della tradizione musicale occidentale si possono ravvisare due filoni principali di problemi: quelli della paleografia gregoriana (e in genere la trascrizione delle scritture neumatiche e diastematiche attraverso cui ci è giunto il canto cristiano liturgico medievale), che ebbe un decisivo impulso dal centro di studi dei benedettini di Solesmes (i quali dal 1889 pubblicano la fondamentale raccolta Paléographie musicale); e quelli della musica polifonica medievale e rinascimentale, dalla notazione modale al definirsi della notazione mensurale (vedi notazione) attraverso le grafie dell'Ars antiqua, dell'Ars nova e le sistemazioni quattrocentesche.

J. Mallon, Paléographie romaine, Madrid, 1952; G. Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna, 1954; J. Mazzoleni, Lezioni di paleografia, Napoli, 1954; A. Pelzer, Abbréviations latines médiévales, Lovanio-Parigi, 1966; A. Petrucci, A. Pratesi (a cura di), Un secolo di paleografia e diplomatica (1887-1986), Roma, 1988.