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prostituzióne

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sf. [sec. XVI; dal latino tardo prostitutío-ōnis, da prostituĕre, mettere in vendita]. Atto, effetto del prostituire, del prostituirsi.

Cenni storici

L'esistenza della prostituzione è testimoniata presso tutti i popoli: gli antichi maestri egiziani mettevano in guardia i loro scolari contro le “donne venali”; a Babilonia un quartiere vicino al tempio era abitato da “sacerdotesse del dio” dedite alla prostituzione; un quartiere uguale venne alla luce negli scavi di Sippur; in Palestina e in Siria la prostituzione aveva carattere religioso e i profeti si scagliavano contro “la fornicazione con gli dei stranieri”; d'altronde nella stessa Israele ognuno poteva distinguere dal vestito ieroduli e ierodule, assieme a meretrici; a Canaan l'alloggio agli stranieri si cercava nelle case delle prostitute. Nell'antica Grecia la prostituzione sacra era connessa ai culti per Afrodite ed era molto diffusa nei porti; Solone fece costruire “case per prostitute statali”, ma accanto a esse fiorivano anche postriboli privati: le prostitute erano in genere schiave, ma con una certa cultura ed educazione; a una classe più elevata appartenevano le raffinate “etere”. A Roma le prostitute appartenevano alle classi più umili, ma con la conquista delle province orientali apparvero le cortigiane, da porre sullo stesso livello delle etere greche; gli scavi a Pompei hanno rivelato la presenza di due postriboli, ma la prostituzione avveniva anche ai bagni, nelle taverne, ecc.: cantatrici, suonatrici, mime e ballerine spesso accoppiavano anche questa professione. Caligola tassò le meretrici con un tributo speciale. Per le vie esse si potevano individuare per la tunica corta e la toga maschile; inoltre erano tutte schedate; la tassa fu abolita nel sec. V d. C. e Giustiniano promulgò leggi per redimere le prostitute e proteggerle dallo sfruttamento dei lenoni. La Chiesa cattolica tollerò la prostituzione come un “male minore”; più severo fu nel Medioevo il comportamento dell'autorità civile: proibì sovente la prostituzione e perseguitò le prostitute, costringendole a vivere in ghetti come gli ebrei. Da parte loro le prostitute si organizzarono in una vera e propria corporazione, con “dame” che le governavano e proteggevano; esse pagavano una tassa al comune e vestivano in modo diverso dalle altre donne. Nei sec. XIII e XIV i postriboli erano del comune, che li cedeva a un appaltatore. Le prostitute si accompagnavano spesso anche agli eserciti in marcia e in campagna, occupandosi anche di cucina e di altri servizi umili; a Napoli, nel 1470, fu fondata “una corte delle meretrici”, dove il padrone, pagando una tassa allo Stato, aveva pieni poteri nel proficuo commercio del meretricio; serve di taverne e di locande ma specialmente dei bagni esercitavano comunemente anche la prostituzione al punto che “stufa” o “bagno” diventarono sinonimo di luogo di meretricio. Nelle corti del Cinquecento le cortigiane emulavano in cultura e raffinatezza le etere greche. La vasta diffusione di malattie veneree e l'austerità della Controriforma portarono a misure drastiche contro la prostituzione fino al tentativo, presto fallito, di sopprimerla. In Francia invece le cortigiane trionfarono a corte e godettero di particolari privilegi fino al Secondo Impero: al disprezzo e alla morbosa curiosità si sostituirono la compassione e la pietà e la letteratura creò la figura della prostituta redenta (la Signora dalle Camelie di A. Dumas figlio e la Fantina dei Miserabili). L'opera dello Stato nei confronti del problema della prostituzione è stata indirizzata a sorvegliare che non ne soffrissero l'ordine pubblico, l'igiene e la morale, ma spesso anche a ricavarne un provento. Ogni tentativo per proibirla è stato inutile e allora si sono istituite “le case chiuse”, la registrazione delle prostitute nei libri della polizia, la visita medica, ecc.; qualcosa si è tentato anche in campo internazionale con l'istituzione dell'International Federation for the Abolition of State Regulation of Vice (1875) e l'International Society of Sanitary and Moral Prophylaxis (1900), ma senza un esito notevole. La legislazione dei vari Stati va dalla concessione di case di tolleranza a una loro totale abolizione. Alla prostituzione è connesso il problema ben più grave della “tratta delle bianche”, cioè il reclutamento o addirittura il ratto di fanciulle bianche per rifornire gli harem degli emiri o le lussuose case di piacere delle città dell'Oriente. In Italia fino al 1958 erano in vigore sia la registrazione sia la visita medica per le meretrici e queste erano costrette a vivere in “case chiuse”. La legge Merlin ha abolito questa legislazione come contraria alla dignità umana e non riconosce natura di reato alla prostituzione e proibisce di perseguire giuridicamente la prostituta, tranne nel caso di adescamento. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, il dibattito sulla prostituzione e sulle strategie pubbliche di risposta e regolazione del fenomeno è apparso anche in Italia sempre più condizionato da alcune emergenze sociali che ne hanno modificato il profilo. Da un lato, la crescita di un mercato della prostituzione occasionale – legato al fabbisogno di denaro indotto dall'espansione della tossicodipendenza – ha reso più difficile e precario l'esercizio dei tradizionali strumenti di controllo del fenomeno favorendo indirettamente la diffusione di gravi malattie a trasmissione venerea. Fra queste, l'epatite B e, soprattutto, l'AIDS, che rappresenta uno dei principali fattori di allarme sociale nelle comunità urbane. Dall'altro, la crescita migratoria manifestatasi dalla metà degli anni Ottanta per effetto di eventi demografici, economici e politici di grandissimo impatto sociale (crisi economica e altissima natalità in aree del Terzo mondo; crollo dei regimi comunisti e crescente esodo in Occidente), ha dilatato provenienze e caratteri della prostituzione, accompagnandosi a modificazioni dell'offerta (come nel caso del travestitismo e del transessualismo). Di qui la contestuale espansione delle dimensioni sociali del fenomeno, la sua differenziazione interna e la crescita di sentimenti di allarme e rifiuto nell'opinione pubblica. Alcune proposte di nuova regolazione – l'ipotesi degli eros centres o del puro e semplice ripristino delle case di tolleranza –, sino alle manifestazioni di insofferenza che spesso mescolano in reazioni collettive d'allarme questioni differenziate e solo indirettamente connesse (fenomeno migratorio, circuito droga-malavita, nuova prostituzione, generale insicurezza metropolitana) sono la spia di questa complessa situazione.

Prostituzione sacra

Istituto cultuale per cui il personale femminile di un tempio si prostituiva devolvendo i guadagni alla divinità titolare del tempio. Sorta in Mesopotamia, nell'ambito del culto della dea Ishtar, si diffuse con la cultura assiro-babilonese fino alle culture mediterranee e microasiatiche. La più antica documentazione risale al tempio di Ishtar in Uruk. L'adozione della pratica da parte dei politeismi fenici ci è attestata indirettamente anche nella Bibbia con la proibizione “Non porterai nel tempio di Dio la mercede di una meretrice” (Deuteronomio 23, 18). Dai Fenici passò in Cipro, dove a Pafo era praticata presso un celebre tempio di Afrodite, una copia dell'Astarte fenicia, come questa lo era della Ishtar mesopotamica. I Fenici occidentali (Cartaginesi) introdussero il culto e la pratica in Sicilia, dove ci è attestato per il tempio del monte Erice, intitolato a una dea che i Romani identificarono con la loro Venere (detta Ericina dal luogo di culto).

Antropologia: analisi e interpretazioni

Secondo M. Augé “nella prostituzione si rivela il vero volto dell'utilitarismo capitalista”. La prostituzione è, per l'antropologo francese, uno dei risvolti negativi di una globalizzazione in cui tutto diventa oggetto di commercio, anche la vita umana. Nel secolo XXI è un fenomeno che avviene in entrambi i sensi: mediante l'importazione di donne straniere condotte sulle strade, ma anche grazie al turismo sessuale in paesi dove la povertà è così elevata da costringere molti ad alienare il proprio corpo. Questa complessa situazione si è determinata proprio in concomitanza dell'allargamento delle economie nazionali e dei mercati. La prostituzione è un fenomeno estremo e per questo consente di riconoscere con più facilità le strutture sociali dominanti. Inoltre scomparsa la prospettiva di una completa e reale parità tra uomo-donna, sono riemersi alcuni modelli ancestrali di dominazione maschile che assumono caratteristiche tipiche dell'epoca vigente in cui trionfano la violenza e la prevaricazione, esaltate anche dai mezzi di comunicazione.

P. Nuvolone, Sul concetto di prostituzione, Roma, 1960; V. L. Bullough, Storia della prostituzione, Milano, 1967; A. Sampaoli, La prostituzione nel pensiero del Settecento, Rimini, 1973; K. Millet, Prostituzione, Torino, 1975; R. Canosa, I. Colonnello, Storia della prostituzione in Italia, Roma, 1989.