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tango

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Lessico

sm. (pl. -ghi) [sec. XX; dallo spagnolo tango].

1) Danza da sala in tempo 2/4 a movimento lento; dall'Argentina si diffuse in Europa intorno al 1910. Appassionante, ricca di passi e figure, con richiami erotici, scatenò vivaci opposizioni da parte delle autorità religiose. Il tango argentino si differenzia nettamente dal tangoflamenco che è in ritmo ternario. Le sue origini pare siano africane e sarebbe stato importato in America Latina dagli schiavi neri durante il sec. XVIII. La musica stessa che accompagna tale danza.

2) Anche agg., color arancione brillante: una camicetta color tango.

Letteratura

A parte gli aspetti musicali e quelli riguardanti la storia del costume, il tango ha importanti riflessi nella letteratura rioplatense, e specialmente in quella argentina. Nato nei sobborghi delle capitali (soprattutto di Buenos Aires) e in ambienti tipicamente “meticci”, di immigrati poveri e più o meno ai margini della legge, in un'epoca – dal 1880 in poi – in cui la letteratura d'arte coltivava ideali piuttosto raffinati e aristocratici (poesia di Rubén Darío e di altri modernisti), i suoi primi parolieri (in molti casi cantautori) furono per lo più versificatori di taverna e di cabaret che cantavano in linguaggio popolare, con largo impiego di termini gergali e della malavita (lunfardo), fatti di cronaca e sentimentali, con il fondo di malinconia e di pessimismo degli “ex uomini” e dei “vinti della vita”. Taluni di quegli autori conseguirono una certa fama (Villoldo, Navarrine, Casciani, Manzi, A. Troilo, E. Donato, C. S. Lenzi, J. M. Aguilar, E. Corti, F. A. Marini, C. de la Púa, V. Greco ecc., molti dei quali di origine italiana) e lentamente uscirono dai quartieri popolari bonaerensi per conquistare quelli borghesi e centrali, a partire dagli inizi del sec. XX. Infine, con E. Santos Discepolo e soprattutto con C. Gardel, il tango argentino valicò i confini della regione rioplatense per diffondersi nel resto d'America e in Europa. Era pertanto inevitabile che, indipendentemente dalle estetiche più o meno raffinate e importate (simboliste prima, d'avanguardia poi), gli scrittori d'arte finissero con scoprire il tango; tanto più che in molti di essi la componente bohémienne o populista ebbe radici ben più profonde che di moda o imitazione parigina. Non è quindi difficile trovare versi e prose sul tango, o ispirate a esso, anche presso i modernisti “classici” (la prima generazione del sec. XX), quali L. Lugones, M. Gálvez, E. Larreta, M. Fernández, A. Ghiraldo ecc., e più spesso ancora presso la seconda generazione letteraria, quella degli anni Venti del sec. scorso, e non solo fra gli scrittori del “gruppo Boedo”, dichiaratamente populisti, ma anche fra i più aristocratici del “Florida”, legati alle poetiche europee. In pratica, non esiste scrittore argentino importante della prima metà del sec. XX che non si senta in qualche modo attirato dal tango: da R. Güiraldes e J. L. Borges (Fervor de Buenos Aires) a O. Girondo, da N. Olivari a R. González Tuñón, da R. Arlt a E. Martínez Estrada, R. Scalabrini Ortiz, A. Gerchunoff, E. Carriego ecc., fino a E. Sábato; senza contare i vari studiosi, folcloristi, filologi, che del tango hanno studiato le origini, le forme, il linguaggio (penetrato a fondo, in molti casi, nel parlato familiare argentino, anche dei ceti elevati) e le vaste e durature ripercussioni nella vita quotidiana e nel costume.