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visióne

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Lessico

sf. [sec. XIV; dal latino visíonis, da vidēre, vedere].

1) Atto del vedere: la visione è resa possibile dalla luce; in visione, in esame, perché sia visto, per farsene un'idea. In particolare, l'assistere alla proiezione di una pellicola cinematografica: la visione del film è vietata ai minori; prima visione, prima presentazione di un film al pubblico; cinema di prima visione, in cui si presenta tale film. Fig., quadro, concetto, idea: avere una visione chiara del problema.

2) Ciò che si vede, che appare alla vista; in particolare, scena, spettacolo insolito, eccezionale: una visione orrenda; “visione apparve... che di mia confession non mi sovvenne” (Dante).

3) In religione e filosofia, manifestazione soprannaturale di una verità o di un ente che la esprime in un modo che trascende le normali vie della comunicazione e della conoscenza umane. In questo senso, essa è essenzialmente un fenomeno intellettuale di natura mistica, simile alla visione intuitiva di Dio delle anime del Paradiso. Con il Medioevo, componimento letterario che aveva come oggetto la descrizione di particolari aspetti del regno dell'aldilà: la visione dantesca. In particolare, nella teologia cattolica, visione beatifica, la conoscenza intuitiva della divinità post mortem goduta dalle anime dei morti in grazia di Dio. La credenza si basa sul testo paolino della I Lettera ai Corinti, 13, e della I Giovanni, 3 (Vedremo Dio come Egli è).

4) Percezione di cose irreali ma legate in qualche modo con la realtà: la sua è stata una visione profetica. In particolare, sogno, fantasia, allucinazione: ha continue visioni notturne. Per estensione, idea, immaginazione priva di fondamento: purtroppo è solo una visione.

Fisiologia: generalità

La visione è il risultato di una serie di fenomeni che si producono coordinatamente in rapida successione: formazione di un'immagine, reale, rimpicciolita e capovolta, sulla retina (l'occhio si comporta infatti come l'obiettivo di una macchina fotografica); stimolazione dei recettori della retina; conduzione al cervello degli impulsi elaborati da tali recettori; analisi e interpretazione di tale immagine da parte del cervello (con raddrizzamento dell'immagine e con localizzazione dell'oggetto nello spazio esterno). È importante rilevare che sulla retina giungono radiazioni elettromagnetiche di lunghezza d'onda assai diversa, ma quelle che sono in grado di stimolarne i recettori appartengono a una stretta banda: la banda delle radiazioni dette appunto radiazioni luminose, o luce. La minima distanza cui va posto un oggetto per poter essere visto distintamente da chi l'osserva è pari a 250 mm (se l'occhio è normale). L'occhio ha la capacità di variare il suo potere, potendo così mettere a fuoco oggetti posti a varia distanza; tale proprietà costituisce il potere di accomodazione dell'occhio ed è dovuto al fatto che il cristallino, grazie alla sua struttura elastica, può essere più o meno stirato dal corpo ciliare. Quanto più viene stirato, tanto più aumenta il raggio di curvatura delle sue facce e di conseguenza diminuisce il suo potere diottrico. L'entità dell'accomodazione varia con l'età: corrisponde a 14 diottrie a 10 anni, si riduce a meno di 10 diottrie a 20 anni, a 4-5 diottrie a 35 anni e tende a scomparire del tutto all'età di 60-70 anni. La perdita progressiva del potere accomodativo è detta presbiopia. Affinché le immagini vadano a formarsi sempre su punti corrispondenti delle due retine occorre una perfetta coordinazione dei movimenti dei due occhi. Tale coordinazione, che è affidata all'attività di centri nervosi superiori, può mancare in seguito a malattie congenite o acquisite dei muscoli oculari o a causa di difetti del sistema diottrico degli occhi. Se gli assi visivi non sono diretti in modo che le immagini si formino su punti corrispondenti delle due retine si ha lo strabismo.

Fisiologia: la retina

Accanto ai recettori specifici, sensibili agli stimoli luminosi, la retina contiene numerosi neuroni che trasmettono ai centri nervosi gli impulsi generati nei recettori e ne attuano, al tempo stesso, una prima elaborazione. Gli elementi sensoriali della retina prendono il nome di coni o di bastoncelli. La visione diurna (visione fotopica), caratterizzata dal riconoscimento del colore e dei dettagli delle immagini, è affidata alla funzione dei coni, mentre ai bastoncelli è legata la visione notturna (visione scotopica). Quest'ultima non permette il riconoscimento dei colori e dei fini dettagli delle immagini, ma in compenso può avvenire anche con debolissima illuminazione. I coni si trovano addensati soprattutto nella parte centrale della retina e in particolare nella “fovea centrale”, dove invece i bastoncelli mancano completamente. L'eccitamento dei coni e dei bastoncelli è operato dalla luce e avviene in maniera del tutto analoga a quello degli altri tipi di recettori. La luce provoca una variazione di potenziale nella membrana dei coni e dei bastoncelli; detto potenziale si diffonde alla rete di neuroni sottostante, la cui attivazione determina l'insorgenza di una scarica di impulsi propagati nelle fibre afferenti dei nervi ottici. Il meccanismo con cui avviene la conversione del segnale luminoso in una variazione di potenziale elettrico è stato studiato soprattutto sui bastoncelli. È oggi noto che l'energia necessaria per determinare l'insorgenza del potenziale deriva dalla scissione di un pigmento, la rodopsina o porpora visiva, che si trova nel segmento esterno dei bastoncelli. Tale pigmento, attraverso l'azione della luce, si scinde in una parte proteica, detta scotopsina, e in una parte non proteica, il retinene. Allorché la retina non è illuminata avviene un processo opposto, che conduce alla resintesi della rodopsina. Lo speciale meccanismo che consente la conversione dell'energia luminosa in segnale elettrico conferisce ai fotorecettori retinici una sensibilità molto maggiore rispetto a quella degli altri recettori; è dimostrato che nei bastoncelli pochi “quanti” di energia radiante bastano per evocare l'insorgenza di un impulso nervoso. Il meccanismo di attivazione dei coni è probabilmente simile a quello dei bastoncelli, sebbene la natura della porpora visiva, che si trova in essi, non sia stata completamente definita. Nei Primati esistono tre tipi di coni, che differiscono per la presenza di tre diversi pigmenti visivi. Uno di questi, la iodopsina, presenta un massimo di assorbimento luminoso in corrispondenza della regione rossa dello spettro visibile; esso è formato da retinene e da fotopsina, una sostanza proteica che differisce dalla scotopsina. Gli altri pigmenti dei coni, anch'essi contenenti retinene, assorbono massimamente in corrispondenza delle regioni blu e verde dello spettro visibile. Dunque, ciascun tipo di cono risulta elettivamente sensibile a uno dei tre colori fondamentali; ciò conferisce alla retina la capacità di riconoscere tutti i colori dello spettro. La sensibilità dei bastoncelli supera di ca. 1000 volte quella dei coni, e ciò spiega la maggiore sensibilità della visione scotopica rispetto a quella fotopica. Gruppi più o meno estesi di coni e di bastoncelli sono connessi con una sola cellula bipolare, la quale a sua volta si connette con una delle cellule gangliari da cui originano le fibre afferenti del nervo ottico il cui punto d'uscita (papilla) è privo di fotorecettori. Tale organizzazione determina un notevole grado di convergenza dei segnali, dato che stimoli provenienti da aree retiniche di una certa estensione vengono convogliati in una sola fibra afferente del nervo ottico. La notevole entità della convergenza risulta d'altra parte evidente quando si consideri il numero dei bastoncelli (125 milioni) e dei coni (5,5 milioni) di ciascun occhio in confronto con il numero delle fibre (900.000) costituenti ciascuno dei due nervi ottici: 140 bastoncelli e 6 coni convergono in una sola fibra afferente. Va tuttavia rilevato che il grado di convergenza varia nelle diverse regioni della retina, diminuendo progressivamente dalle regioni periferiche verso la fovea. A questo livello la convergenza manca del tutto, poiché ogni cono è connesso tramite una cellula bipolare con una sola fibra afferente. La convergenza degli impulsi provenienti da un'estesa area retinica su una sola fibra afferente aumenta la sensibilità, ma diminuisce il potere risolutivo. Questo pertanto è massimo nella fovea e nelle zone centrali retiniche, mentre la maggiore sensibilità luminosa si ha nelle regioni periferiche della retina. La struttura della retina è resa più complessa dalla presenza di cellule orizzontali, che connettono coni e bastoncelli di zone vicine, e di cellule amacrine, che connettono cellule gangliari vicine. Attraverso queste cellule si hanno interazioni dei segnali provenienti da recettori attigui. Nel polo posteriore dell'occhio si trova una zona pigmentata (macula lutea), al centro della quale vi è la fovea, ricca di coni e priva di bastoncelli: nella fovea l'acuità visiva è massima e su di essa l'occhio dirige i raggi luminosi provenienti da un determinato oggetto antistante; al contrario, nella papilla non si ha visione. Si può rilevare che le fibre del nervo ottico provenienti dalla metà mediale della retina (campo nasale) si incrociano a livello del chiasma ottico; quelle che provengono dal campo temporale proseguono invece omolateralmente. Ne consegue che dopo l'incrocio nel chiasma il tratto ottico di destra contiene i segnali provenienti dalla metà sinistra del campo visivo e quello di sinistra i segnali della metà destra. Le fibre dei tratti ottici raggiungono i corpi genicolati laterali che fanno parte di nuclei del talamo: qui si ha la giunzione sinaptica con neuroni che mandano le loro fibre alla corteccia cerebrale dei lobi occipitali dove è localizzata l'area visiva primaria. Alcune fibre afferenti dei tratti ottici raggiungono invece i nuclei del centro riflesso che controlla l'apertura della pupilla e l'accomodazione del cristallino. L'area visiva primaria occupa la porzione terminale dei lobi occipitali e si estende sulla superficie mediale di essi lungo la scissura calcarina. Nell'area visiva si trova una rappresentazione topograficamente ordinata della retina; in ogni emisfero è rappresentata la metà controlaterale del campo visivo. Attorno all'area visiva primaria sono situate due aree associative o “visuo-psichiche”, l'area parastriata e l'area peristriata. Queste aree hanno connessioni con le aree visuo-psichiche controlaterali, con il campo oculomotore della corteccia frontale e con aree associative temporali. L'ablazione delle aree visuo-psichiche non provoca cecità, ma impedisce il mantenimento di precedenti esperienze visive. Sono ancora possibili nuovi apprendimenti visivi, almeno finché non viene asportato il lobo temporale. In base a questo fenomeno si ammette che la memorizzazione dei quadri sensoriali visivi venga effettuata dalle aree visuo-psichiche e, in mancanza di queste, dalle aree associative temporali. La connessione fra le aree visuo-psichiche dei due emisferi è importante per raffrontare i due quadri sensoriali ricevuti dall'area visiva principale; questo raffronto permette la visione tridimensionale. Ai fini della funzione visiva è importante il concorso di alcune strutture annesse all'organo della vista, quali in particolare il sistema oculo motore e l'apparato di protezione dell'occhio.