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Il novecento

Il crepuscolarismo

Il critico G.A. Borgese parlò per primo di "crepuscolarismo" in un articolo sul giornale "La Stampa" del 1910 per definire la collocazione storica di una tendenza letteraria che costituiva, secondo lui, il tramonto, il crepuscolo appunto, della grande tradizione poetica italiana dell'Ottocento e nella quale si riconoscevano principalmente i poeti G. Gozzano, S. Corazzini, M. Moretti, C. Govoni. Questi poeti non costituirono una scuola o un movimento; furono piuttosto accomunati dal rifiuto polemico della retorica carducciana e del mondo estetizzante di D'Annunzio e uniti dall'adesione a una poesia intimista, fatta, come dice Gozzano, di "buone cose di pessimo gusto". Maestri prediletti furono il Pascoli della poetica del "fanciullino" e il D'Annunzio meno retorico del Poema paradisiaco.

Il mondo poetico crepuscolare

La poesia crepuscolare illustra situazioni ricorrenti, attinte per lo più dal piccolo mondo della provincia. Si descrivono gli arredi pretenziosi del "salotto buono" della piccola borghesia o le stanze d'un ospedale. Si lamenta la noia dei pomeriggi domenicali e lo stanco trascinarsi della vita d'ogni giorno, situazioni elette a simboli d'un malessere di vivere che nasce dalla crisi d'ogni certezza. I poeti non credono più ai valori tradizionali, né filosofici, né politici né scientifici, si sentono soli e incompresi e si chiudono nel proprio disagio, che conosce lo smarrimento di fronte al reale e il ripiegamento in se stessi, lo sguardo distaccato e ironico capace di proteggere da ogni coinvolgimento emotivo. In accordo con i temi quotidiani e dimessi, il crepuscolarismo ricerca un tono basso, colloquiale, un andamento prosastico e discorsivo. Il linguaggio si adegua alla semplicità della materia.

Guido Gozzano

Il torinese Guido Gozzano (1883-1916) è forse il maggiore poeta crepuscolare. Non terminò gli studi giuridici e frequentò i circoli intellettuali. Del 1907 è la prima raccolta La via del rifugio, che venne ben accolta. Nello stesso anno l'aggravarsi della tubercolosi sollecitava subito di recarsi nel sanatorio di Davos, sulle Alpi svizzere, invece, con una scelta inopportuna, egli decise di recarsi al mare, presso Genova. Negli anni successivi, con alterne speranze e peggioramenti, trascorse lunghi periodi tra la Riviera ligure e la montagna piemontese, preparando la seconda raccolta, I colloqui (1911), che ripeté il successo della prima. La malattia non gli dette tregua; nel 1912 si recò in India alla ricerca di un'impossibile guarigione. Rientrò in Italia pochi mesi dopo e scrisse sulla "Stampa" interessanti resoconti, raccolti poi nel volume Verso la cuna del mondo (1917, postumo), mentre distrusse le poesie erotiche scritte durante il viaggio. Nel 1914 pubblicò alcune parti frammentarie del poemetto Farfalle. Epistole entomologiche, che rimase incompiuto, e raccolse in volume I tre talismani, sei fiabe scritte per il "Corriere dei piccoli". Dopo la morte vennero edite La principessa si sposa (1917); L'altare del passato (1918); L'ultima traccia (1919). Il carattere principale delle sue poesie è un'ironia sottile e dissacrante espressa con una scelta precisa di contenuti, stile e lessico. Lirismo e prosaicità convivono in un equilibrio insolito nella tradizione italiana. Nascono veri e propri personaggi, come Totò Merùmeni, esteta e libertino, l'avvocato nostalgico del poemetto La signorina Felicita, la Carlotta di L'amica di nonna Speranza, immersa nella luce ambigua di un salotto antico pieno di "buone cose di pessimo gusto". Se nei Colloqui il registro polemico e quello nostalgico sono dichiaratamente crepuscolari, nello splendido abbozzo del poema incompiuto Farfalle, il tono risulta improvvisamente elevato e dolente, con accenti che ricordano l'ultimo Leopardi.

Sergio Corazzini

Il romano Sergio Corazzini (1886-1907), animatore di un cenacolo letterario, minato dalla tubercolosi, morì giovanissimo. Pubblicò in vita le raccolte di versi: Dolcezze (1904); L'amaro calice e Le aureole (1905); Piccolo libro inutile, Elegia (una sola poesia di ottantatré endecasillabi) e Libro per la sera della domenica (1906). Postume apparvero le Liriche (1908 e 1922). Esponente tipico del crepuscolarismo, con forti echi dei simbolisti francesi e fiamminghi, ha composto versi in cui la vita diventa attesa quasi incorporea della morte, e la parola esprime una perenne malinconia, nelle forme di un sommesso e dolente monologo. La sua è una produzione esangue ed estenuata.

Corrado Govoni

Corrado Govoni (1884-1965), nativo di Tàmara, presso Ferrara, fu autodidatta. Nel 1903, a meno di vent'anni, esordì con due raccolte: Le fiale, in stile dannunziano, e Armonia in grigio et in silentio, di toni crepuscolari ma anche ironici, seguite da Fuochi d'artificio (1905) e Gli aborti (1907). Si avvicinò quindi alla poetica del futurismo con le raccolte: Poesie elettriche (1911); Rarefazioni (1915); Inaugurazione della primavera (1915 e 1920). Dopo alcuni romanzi, tra cui La strada sull'acqua (1923) e Misirizzi (1930), tornò alla poesia con componimenti in cui prevalgono un accentuato decorativismo e la ricerca di un ritmo tenue e cantabile: Il quaderno dei sogni e delle stelle (1924); Canzoni a bocca chiusa (1938); Govonigiotto (1941). La raccolta Aladino (1946) fu scritta in memoria del figlio ucciso alle Fosse Ardeatine. Le ultime raccolte sono Stradario della primavera (1958) e La ronda di notte (1966, postumo). La sua opera è un repertorio ricchissimo d'immagini, ordinate secondo un procedimento accumulativo e allusivo.

Marino Moretti

Marino Moretti (1885-1979), di Cesenatico, visse a lungo a Firenze dove frequentò una scuola di recitazione e conobbe A. Palazzeschi, G. Papini e G. Prezzolini. Al 1905 risale la prima raccolta di versi Fraternità, seguita da Poesie scritte col lapis (1910), Poesie di tutti i giorni (1911), Il giardino dei frutti (1915). Rifiutò tutti i modelli poetici, se si esclude l'influenza di Pascoli, contrapponendo alla poesia dei suoi tempi una poesia senza "remo" né "ali", senza verità da trasmettere, secondo i moduli della poesia crepuscolare. Ne scaturisce un mondo minimo, grigio e triste nella sua mediocrità quotidiana, fatto di cose semplici e comuni, di lessico elementare, di ricordi dell'infanzia, degli affetti più importanti, come quello della madre. Si dedicò anche alla narrativa, componendo romanzi che ottennero un discreto successo di pubblico: I puri di cuore (1923) e La vedova Fioravanti (1941) sono i risultati più significativi della sua vasta produzione. In vecchiaia tornò alla poesia con ben quattro raccolte: L'ultima estate (1969); Tre anni e un giorno (1971); Le poverazze. Diario a due voci (1973); Diario senza le date (1974).

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