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Saltykov-Ščedrin, Michail Evgrafovič

pseudonimo dello scrittore russo M. E. Saltykov (Spas-Ugol, Tver, 1826-Pietroburgo 1889). Discendente di un'antica famiglia nobile, studiò al liceo di Carskoe Selo e qui scrisse i suoi primi versi di stampo romantico. Assunto successivamente al Ministero della Guerra, fece molte conoscenze nel mondo politico e partecipò anche alle riunioni del circolo di M. V. Petraševskij, in cui si dibattevano i temi del socialismo utopistico occidentale. Già sospetto alla polizia, non appena pubblicò il racconto Un affare imbrogliato (1848) venne confinato a Vjatka, dove lavorò nell'ufficio del governatore. Frutto di questo soggiorno obbligato furono gli Schizzi provinciali (1856-57) nei quali si delinea già la vena satirica di Saltykov. I suoi scritti furono accolti dalle riviste più avanzate, come Sovremennik (Il contemporaneo) e Vremja (Il tempo) e furono così divulgate anche le sue Satire in prosa (1859-62) e i Racconti innocenti (1863). Nuovamente trasferito a Pietroburgo, Rjazan e Tver, preferì rinunciare agli alti incarichi (1868) cui era ormai pervenuto e dedicarsi completamente alla letteratura. Diresse con Nekrasov Otečestvennye Zapiski (Annali patri). Critico risoluto, nemico dell'arte per l'arte e dei filo-occidentalisti, sostenitore dell'estetica di Černyševskij, di Dobroljubov e di Belinskij, aveva già dato nel 1857 un capolavoro in teatro, La morte di Pazuchin, non indegno della potenza tolstoiana. Attento a ogni mutamento sociale della sua Russia, pubblicò le Lettere sulla provincia (1869) sul tema dell'abolizione della servitù della gleba, ripreso nel suo capolavoro La famiglia Golovlëv, storia drammatica, disperata, della decadenza di una famiglia nobile, pubblicato negli anni 1873-74, decantazione artistica della Storia di una città (1870) in cui aveva narrato, in chiave di cronaca, la storia di una città nell'arco di un secolo. Gli stessi I Pompadour e le Pompadour e I signori di Taškent (1873) sono da vedere in chiave preparatoria del suo capolavoro, intento com'era l'autore a seguire l'evoluzione della Russia da Stato patriarcale in società borghese. Opere, peraltro, cui manca la corposità, la continuità della narrazione, spesso costituite da quadri dove la saldatura è costituita da un comune personaggio, sempre però vivificati da una satira originalissima. Ammalatosi seriamente nel 1875 Saltykov-Ščedrin si recò in Occidente dove conobbe fra gli altri Turgenev, Flaubert e Zola, maestri del realismo e del naturalismo. Realista egli stesso, tanto da essere considerato il continuatore di Gogol, in effetti Saltykov-Ščedrin trascende sempre l'oggettività e sconfina nel fantastico, nell'iperbolico, nel grottesco. Quella satira che farà esclamare a Turgenev: “Ma questa non è letteratura!”. Saltykov-Ščedrin, che dopo le sue prime prove aveva cominciato a firmare anche con lo pseudonimo Ščedrin, unito poi indissolubilmente al nome vero, aveva fatto della satira una sua maniera di narrare straordinaria, e ne sono testimonianza splendida le Favole (1886). Oggi egli è considerato il maggior scrittore satirico russo, ma la sua fama, costruita anche con le opere minori – tra le quali sono degne di ricordo Il diario di un provinciale (1872), Discorsi benintenzionati (1876), Asilo Monrepos (1879), All'estero (1881) e Piccolezza della vita (1887) –, resta soprattutto legata al calvario dei Golovlëv, opera unitaria, in cui la Russia dolente non solo di Gogol, ma di Dostoevskij, di Turgenev, dei maggiori testimoni di un mondo in agonia, è di nuovo tutta in primo piano con la sua miseria e le sue grandi anime.

K. Sanine, Saltykov-Chtchédrine. Sa vie et ses œuvres, Parigi, 1956; H. G. Kupferschmidt, Saltykow-Stschedrin, Philosophisches Wollen und Schriftstellerische Tat, Halle a. d. Saale, 1958; E. Lo Gatto, I protagonisti della letteratura russa, Milano, 1958; A. S. Bušmin, Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, Leningrado, 1970; P. Gualtier, Le salon imaginaire, Parigi, 1982.