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realismo (letteratura e arte)

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Letteratura: da Omero a Molière

Nella critica letteraria, categoria che designa la tendenza periodica a rappresentare il mondo della realtà in modo immediato e concreto, riducendo al minimo le deformazioni e le intrusioni soggettive. Nel mondo antico, la realtà quotidiana si esprime in letteratura soltanto nella forma di uno stile umile, in cui l'uomo semplice è visto quasi sempre in un aspetto comico grottesco, oggetto di divertimento. Il realismo omerico è però anteriore alla separazione degli stili e raffigura in modo semplice la vita quotidiana degli eroi: nei poemi di Omero non c'è nessun contenuto allegorico e non c'è la pretesa, tipica del racconto biblico, di sottomettere la realtà per iscriverla in un disegno provvidenziale. Nella letteratura classica greco-latina scatta la legge della separazione degli stili: tutta la bassa realtà deve essere rappresentata senza approfondimento problematico, ma solo comicamente (si pensi alle commedie di Aristofane o di Plauto) o, tutt'al più, idillicamente (come in Teocrito). Il limite estremo del realismo antico è raggiunto da Petronio, che, nel Satyricon, fa parlare le persone con il loro gergo, esprimendo il suo orrore aristocratico per i rivolgimenti sociali da lui avvertiti come qualcosa di spregevole e di orgiastico. Nel mondo cristiano-medievale, la gerarchia degli stili viene teoricamente abolita insieme con quella dei valori sociali: gli argomenti sublimi (dalla grazia alla redenzione) sono trattati in forma media, accessibile a tutti i fedeli, mentre, nella catechesi (ma non sempre nella prassi), gli umili acquistano dignità di persona. La “rinascita carolina” segna la restaurazione umanistica del latino, ma il rigorismo cristiano torna ad affermarsi severamente nel tempo della lotta delle investiture e informa di sé l'incipiente letteratura volgare, mentre l'affermarsi della letteratura cortese impedisce la rappresentazione piena della realtà, riservando solo ai cavalieri e agli uomini i corte il ruolo di protagonisti delle avventure e confinando i personaggi di altri ceti nella parte di comparse comiche o grottesche. Ben diverso è il messaggio di Francesco d'Assisi, che “personifica in modo esemplare la fusione di sublimitas e humilitas” (Auerbach): la straordinaria popolarità del santo si traduce nel vigore espressivo della poesia religiosa del Duecento, culminante nel Pianto della Madonna di Iacopone da Todi. Se Iacopone trasferisce il sacro nella realtà italiana del sec. XIII, Dante porta nel suo aldilà la storicità terrena: il suo genio realistico gli permette di raffigurare un aldilà eterno e nel contempo fenomenico, immobile e insieme pieno di storia. La concezione dantesca, che per la prima volta ha posato lo sguardo sulla molteplice realtà umana, viene trasposta da Boccaccio a un livello stilistico più basso, in cui la narrazione di fatti realmente accaduti nella vita presente può diventare divertimento di persone colte. La rivalutazione boccacciana degli istinti si ritrova in Rabelais, il cui realismo assume tuttavia un significato rivoluzionario rispetto a quello medievale, risolvendosi nel trionfo vitalistico dell'essere corporeo e delle sue funzioni e, viceversa, in una totale assenza della paura metafisica della morte. La disponibilità rabelaisiana a osare ogni esperienza reale diviene in Montaigne volontà d'introspezione della propria vita: e per la prima volta, nella letteratura occidentale, la vita qualunque di un uomo diventa problematica in senso moderno. Più consapevolmente aristocratico di Montaigne, Shakespeare introduce nel suo teatro personaggi di alto lignaggio (a eccezione di Shylock), presentando il popolo solo nello stile umile e non prendendo sul serio la realtà quotidiana e comune: il tragico shakespeariano non è dunque completamente realistico. Ma realistica è la mescolanza del tragico con il comico e realistica è soprattutto la concezione, antitetica a quella dantesca, secondo cui già nel mondo terreno i personaggi tragici consumano il loro destino, attori di un dramma il cui vero significato sfugge alla comprensione umana. Se la follia dell'Amleto shakespeariano è radicale e inguaribile, la pazzia del Don Chisciotte di Cervantes è solo uno smarrimento, derivante dallo scontro fra l'illusione e la realtà quotidiana: un tema tipicamente ariostesco (anche se Ariosto si colloca a metà strada tra idealismo e realismo; ma si tenga presente il notevolissimo contributo dato al realismo da altri scrittori italiani del Rinascimento, da Machiavelli a Guicciardini, da Folengo a Beolco). Allontanandosi dai moralisti del suo secolo, Molière concepisce la realtà non attraverso “tipi”, ma attraverso individui concreti, escludendo però una reale rappresentazione della vita del popolo.

Letteratura: da Voltaire a Svevo

Solo al principio del sec. XVIII il tono serio e quello realistico cominciano a riavvicinarsi; sparisce la tragica grandezza degli eroi (esaltata dal teatro di Corneille e di Racine) e, in un'atmosfera sensibile non più al sublime, ma al grazioso e al sentimentale, fioriscono i generi letterari di livello medio come il romanzo in versi, mentre fra tragedia e commedia s'inserisce la commedia lacrimosa. Nell'età illuministica si afferma il romanzo filosofico (Voltaire, Diderot) che spiana la strada, in Germania, al romanzo borghese sentimentale e alla “tragedia borghese” di Schiller, mentre nell'opera di Goethe (a parte il Wilhelm Meister, che è un'opera di affascinante realismo) la realtà della vita sociale non è rappresentata dinamicamente. Rientrano invece pienamente nel realismo le più alte pagine manzoniane, che nulla hanno a che vedere con la scenografia di cartapesta dei romanzi alla W. Scott. Esse trasformano fatti e cronologia in una realtà storica viva e danno concretamente avvio a una nuova forma di narrativa moderna (ma non si dimentichino l'inserzione degli umili nell'area della poesia a opera di un Porta e di un Belli e gli altissimi esiti dell'ultimo Leopardi e del suo pessimismo agnostico, che individua in una realtà fisico-biologica la causa dell'infelicità umana). Mentre Goethe tiene la realtà a rispettosa distanza, l'“egotista” Stendhal è lo scrittore nella cui opera la moderna consapevolezza della realtà prende finalmente forma precisa dopo la scossa della Rivoluzione francese. Accanto a Stendhal, il creatore del realismo moderno è Balzac, che non si limita a collocare i personaggi, come fa Stendhal, nella loro cornice storico-sociale, ma intende il legame con la storia come una necessità, tramutando lo spazio in un'atmosfera di cui sono impregnati il carattere e i corpi stessi dei personaggi, come anche le case e i mobili e il paesaggio. Un brusco contraccolpo si verifica con Flaubert, il cui realismo vuole essere impersonale e obiettivo: a differenza di Stendhal e Balzac, Flaubert non esprime mai la sua opinione sui fatti e sulle persone. La lezione flaubertiana circola ampiamente nel naturalismo francese, dai fratelli Goncourt a Maupassant e a Zola: scrittori di diverso spessore artistico, ma accomunati dall'attrazione per una spietata analisi della miseria umana. Accanto a Zola è da collocare G. Verga, che scopre la realtà, fino ad allora inesplorata in letteratura, del Meridione italiano. La Francia ha dato, nell'Ottocento, il maggior contributo allo sviluppo del realismo moderno. Più lento e tranquillo, senza aspre fratture, è lo sviluppo del realismo inglese (da Fielding a Dickens e a Thackeray) cui si aggiungono le varianti americane (Anderson, Hawthorne, Thoreau, Whitman, Twain, ecc.) fino al cosiddetto “naturalismo americano” di Dos Passos, Caldwell, Steinbeck, Hemingway, Faulkner. La più lucida coscienza della crisi borghese trova la sua espressione in Germania, nell'opera di Thomas Mann, e, nei Paesi scandinavi, nel teatro di Ibsen. Un contributo essenziale al realismo, accanto a quello francese, è venuto dalla letteratura russa: Gogol, Turgenev, Gončarov, Čechov, Gorkij e soprattutto Tolstoj e Dostoevskij. Occorre però dire che il realismo russo, fondato sopra l'idea patriarcale della dignità di ogni uomo, a qualsiasi condizione sociale appartenga, si ricollega più all'antico realismo cristiano che a quello moderno europeo: ed è noto che nei grandi romanzi russi è quasi inesistente la borghesia illuminata che sta alla base del realismo moderno in Europa. D'altra parte l'influsso di Tolstoj e ancor più di Dostoevskij è stato molto vasto nella letteratura realistica europea, percorsa dal presagio dell'imminente catastrofe. Il romanzo realista novecentesco del periodo fra le due guerre, infine, è caratterizzato dal molteplice riflettersi della crisi nella coscienza: dalla tecnica dei fatti apparentemente insignificanti nell'opera di V. Woolf allo specchio della storia irlandese ed europea nella giornata esteriormente banale del protagonista dell'Ulysses di Joyce; dalla ricerca della realtà perduta di M. Proust al dramma della “nausea” quotidiana in Sartre o dell'indifferenza e della noia in Moravia; dall'angoscia dell'identità della persona in Pirandello alla frattura tra le forme dell'esistenza comune e il mondo della coscienza in I. Svevo (per la letteratura italiana si vedano anche le voci verismo e neorealismo).

Arte

Il termine realismo, inteso in senso ampio come indirizzo stilistico che si propone la più stretta aderenza al reale, è riferibile a diversi momenti della storia dell'arte, a cominciare dall'identità oggetto-immagine propria dell'arte primitiva fino a comprendere tutte quelle espressioni artistiche nelle quali il dato obiettivo, la resa del particolare, la concretezza della rappresentazione o la verosimiglianza prevalgono sulla soggettività della visione. Limitatamente al preciso significato storico, il realismo è un movimento sorto in Francia intorno al 1846, attraverso i contatti e le discussioni tra il pittore Gustave Courbet, lo scrittore Champfleury e il poeta Max Buchon, che ebbe subito un carattere rivoluzionario per la volontà di decodificazione dell'ordine costituito e dell'autoritarismo imperante dei Salons. Le vere origini del movimento vanno però ricercate nella crisi delle tendenze spiritualistiche e letterarie del romanticismo, nella situazione politica seguita allo scoppio rivoluzionario del 1848, nel sorgere del materialismo storico (il Manifesto comunista è del 1848) e nel fiorire delle dottrine positivistiche. Alle teorie socialiste di Proudhon si rifece Courbet nella sua battaglia realista contro il tradizionalismo culturale e il benpensantismo moderato. Il suo manifesto, contenuto nel catalogo della mostra personale allestita nel Pavillon du Réalisme, nel 1855, fuori dell'Esposizione Universale, può essere considerato l'atto di nascita della nuova poetica, che si proponeva di dare un contenuto sociale e umanitario all'opera d'arte mediante la raffigurazione degli aspetti più umili della vita quotidiana, privata di ogni idealizzazione romantica, secondo un fondamentale impegno di verità. La sincerità espressiva dell'arte di Courbet e di Millet diede frutti anche fuori della Francia. Lo stesso interesse per i ceti più umili e per il mondo del lavoro animò in Russia la pittura degli Ambulanti, gruppo costituitosi nel 1870 lungo la vasta eco suscitata dal realismo francese del quale riprese i temi, opponendosi così al conservatorismo accademico influenzato dal gusto aristocratico della corte zarista. Gli effetti della svolta impressa da Courbet alla pittura dell'Ottocento si videro particolarmente nell'ambito del naturalismo e del “realismo borghese” degli impressionisti, riemergendo anche in movimenti dell'arte moderna come la Nuova Oggettività tedesca, il neorealismo italiano, il realismo socialista. § Per la tendenza dell'arte contemporanea americana nota come realismo radicale o realismo fotografico, vedi iperrealismo.

Bibliografia

Per la letteratura

M. Bonfantini, Stendhal e il Realismo, Milano, 1958; U. Bosco, Realismo romantico, Caltanissetta, 1959; I. Watt, The Rise of the Novel: Studies in Defoe, Richardson and Fielding, Londra, 1960; A. de Lattre, Le réalisme selon Zola, Parigi, 1975; E. Bonora, Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli, 1989.

Per l'arte

M. de Micheli, E. Treccani (a cura di), Il Realismo, Milano, 1954; D. Durbé, Courbet e il realismo francese, Milano, 1969; A. Negri, Il realismo. Da Courbet agli anni Venti, Napoli, 1990.