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sf. [sec. XIV; dal latino industría].

1) L'insieme delle imprese che producono merci, ossia trasformano materie prime in semilavorati e in prodotti finiti destinati al consumo. Più propr., secondo un'accezione condivisa dagli studiosi, l'insieme delle imprese che producono una determinata merce: il sorgere dell'industria; l'agricoltura ha ceduto il campo all'industria. L'industria tessile, l'industria metallurgica, estrattiva, ecc., il complesso delle attrezzature e degli uomini impiegati in questi determinati settori; edilizia per l'industria, settore dell'edilizia relativo alla realizzazione di edifici o di complessi di edifici atti a contenere, in maniera organica e razionale, un impianto produttivo. § L'industria è detta piccola o grande secondo l'ampiezza del mercato cui sono destinati i suoi prodotti, le dimensioni delle imprese che vi appartengono, il suo grado di meccanizzazione e automazione. Statisticamente si suole distinguere le industrie estrattive o minerarie, addette all'estrazione di beni dal sottosuolo, dalle manifatturiere, attrezzate alla trasformazione dei beni, dall'industria delle costruzioni (cioè l'edilizia) e installazioni d'impianti, da quelle che provvedono alla produzione e distribuzione di energia elettrica, gas, acqua. Si distingue inoltre nella pubblicistica l'industria leggera, che non richiede l'installazione di grandi impianti fissi (per esempio l'industria tessile), da quella pesante (per esempio l'industria meccanica). Industria chiave è detta quella che produce beni essenziali per la vita economica o sociale di un dato Paese. Industrie nascenti sono dette, nell'ambito della teoria del protezionismo, quelle localizzate nei Paesi in via di sviluppo e quindi impotenti a competere con quelle dei Paesi già da tempo industrializzati.

2) Operosità, attività ingegnosa e diligente: la proverbiale industria delle api; il progresso è il frutto dell'industria dell'uomo. Per estensione, abilità, accortezza nella scelta dei mezzi adatti a un determinato scopo: con ogni industria, con ogni accorgimento. In particolare, campare d'industria, di piccoli e incerti guadagni, anche non leciti; cavaliere d'industria, chi vive di espedienti più o meno leciti, avventuriero.

Cenni storici: il processo d'industrializzazione

Il processo di industrializzazione è iniziato compiutamente nella seconda metà del sec. XVIII e ha la sua origine nella rivoluzione industriale, mentre la grande industria capitalistica, volta più alla produzione di massa che a quella di qualità, basata sull'utilizzazione di macchine sempre più efficienti e tecnicamente perfette piuttosto che di uomini manualmente abili, è un fenomeno che ha origine nel sec. XX. Nei primi decenni del Novecento, infatti, sono maturate profonde trasformazioni, complessivamente riconducibili a una “seconda rivoluzione industriale”. L'utilizzazione degli idrocarburi come fonte di energia primaria e le radicali innovazioni nei trasporti hanno consentito un'ulteriore diversificazione, geografica e settoriale, del processo di industrializzazione. Il rapido sviluppo tecnologico, con la sempre più articolata divisione del lavoro, ha portato l'industria a specializzarsi nelle produzioni tanto di beni di consumo, quanto di beni di investimento. Con l'espandersi della domanda di beni di consumo si è avuta così anche un massiccio assorbimento di forza-lavoro industriale, che raggiunse il suo culmine intorno alla metà del secolo quando le regioni economicamente più progredite occupavano nell'industria il 50-60% della popolazione attiva. Nei decenni seguenti, tuttavia, le crisi petrolifere (anni Settanta) hanno determinato ampi processi di riconversione e ristrutturazione industriale con relativo calo dell'occupazione, favorito altresì dell'avvento dei sistemi di automazione nei cicli di lavorazione (uso dei robot, per esempio nelle produzioni automobilistiche) e della conseguente richiesta di manodopera sempre più professionalmente qualificata. Effetti analoghi ha suscitato l'allargamento degli investimenti di capitale nei settori dei servizi, del commercio e dell'informazione, che hanno alimentato un continuo travaso occupazionale dall'industria al terziario. D'altro canto la rigidità del costo del lavoro nei Paesi a economia matura ha implicato una delocalizzazione delle produzioni della grande fabbrica verso i Paesi del Terzo Mondo, a più basso costo della manodopera, e un diffuso ritorno a forme di lavoro a domicilio. In molti casi la delocalizzazione è stata infatti realizzata attraverso una frammentazione del processo produttivo, spesso per iniziativa della stessa proprietà della grande impresa che chiudeva o riconvertiva gli impianti del periodo fordista sia per ottenere una maggiore flessibilità di prodotto, sia per minimizzare gli effetti negativi (logistici, localizzativi, sindacali) delle grandi concentrazioni di apparati e di operai.

Cenni storici: sviluppi recenti

Nel corso dell'ultimo decennio del sec. XX, il sistema dell'industria mondiale ha completato il processo di risanamento e riconversione organizzativa avviato, sostanzialmente, all'indomani della prima crisi energetica degli anni Settanta. Condotto in tempi e modi alquanto diversi secondo le varie regioni, questo processo, spesso considerato come un'altra rivoluzione industriale, è stato pressoché ovunque accompagnato dall'introduzione di un gran numero di innovazioni di prodotto, cioè da un ampliamento della gamma merceologica offerta (nei Paesi a economie mature), tesa fronteggiare la concorrenza, nel caso dei beni di consumo di massa, o per sfruttare la presenza di nicchie di mercato nel caso degli altri beni di consumo. L'innovazione di prodotto ha contribuito a un processo di vera e propria terziarizzazione dell'industria, con un ampliamento mai prima registrato delle fasi di supporto alla produzione in senso stretto, vale a dire ricerca e sviluppo, design, promozione, marketing, distribuzione, commercializzazione, gestione finanziaria, formazione del personale e così via, che hanno assorbito quote crescenti di addetti. Parallelamente, gli addetti alla produzione manifatturiera in senso proprio, hanno continuato a contrarsi (anche se verso la metà degli anni Novanta si è registrata una tendenza a un leggero recupero), sia perché l'industria nei Paesi avanzati si è trovata in più occasioni in presenza di condizioni di saturazione di mercato, o di recessione, ed è stata costretta a rallentare la produzione, sia soprattutto perché le innovazioni di processo introdotte, dapprima per fronteggiare la crisi energetica, poi per fruire dei vantaggi derivanti dall'applicazione di nuove tecnologie (catene di produzione automatiche, controlli informatizzati, robotica, ecc.), hanno reso sempre meno indispensabile il ricorso alla manodopera. È però il caso di sottolineare anche che una grandissima parte delle attività di fornitura di servizi, che nella maggior parte delle economie avanzate sembrano aver preso il posto delle attività manifatturiere (per esempio in termini di personale addetto), appare in realtà orientata a fornire servizi intermedi, destinati cioè a impieghi produttivi e non a un'utenza finale; se a questa considerazione si aggiunge che anche una buona quota delle attività agricole è saldamente ancorata a destinazioni manifatturiere delle sue produzioni, si avrà (nonostante le incertezze delle determinazioni statistiche in materia) che l'industria conserva una posizione assolutamente centrale e probabilmente ancora preminente nel quadro economico, una volta aggiuntole quello che si potrebbe definire il suo “indotto” intersettoriale. L'insieme delle innovazioni di processo ha condotto, nella generalità dei casi, a un abbassamento dei costi di produzione per unità di prodotto, una volta ammortizzati i costi di investimento, che in certi casi sono risultati molto onerosi. Nello stesso senso hanno agito, del resto, la riduzione delle capacità contrattuali della manodopera industriale e dei sindacati e le politiche neoliberiste attuate da gran parte degli Stati, con la conseguenza di una effettiva e consistente riduzione del costo del lavoro. A questi aspetti del processo di vera e propria riconversione che ha investito l'industria dal punto di vista del funzionamento dell'apparato produttivo, è corrisposta una ristrutturazione territoriale altrettanto imponente, operata tramite la delocalizzazione di un ampio spettro di attività manifatturiere verso mercati del lavoro meno costosi e Paesi dalle legislazioni sociali, ambientali, fiscali, ecc., più tolleranti. Nell'insieme, dunque, si può constatare una selezione delle attività industriali, nel senso di una tendenza a conservare, nei Paesi a economia matura, i settori tecnologicamente più evoluti: quelli energy saving, quelli meno inquinanti, quelli a forte intensità di capitale, nell'insieme quelli a maggiore valore aggiunto. Va però chiarito che anche nei Paesi di nuova industrializzazione è ormai largamente presente l'innovazione di processo e (in misura meno rilevante) di prodotto; anche qui, infatti, le nuove tecnologie si stanno diffondendo rapidamente, consentendo la formazione di industrie competitive sul piano internazionale, anche se spesso orientate a produzioni a valore aggiunto minore. Con tutte le oscillazioni dovute alla diversa scansione temporale degli interventi di liberalizzazione economica e legale, le caratteristiche di cui si è detto hanno finito con l'interessare tutta l'industria dei Paesi avanzati, mentre in quelli meno avanzati si è prodotta una industrializzazione assai rilevante quantitativamente, ma ormai anche qualitativamente, benché guidata da un processo differente. Relativamente ancora ai Paesi a economia matura (che in ogni caso continuano a concentrare la maggior parte dell'industria mondiale), si è inoltre confermata la tendenza a una progressiva sostituzione della media e della piccola impresa industriale a quella di grandi dimensioni, anche se, sotto il profilo del controllo effettivo (finanziario) delle imprese i processi di concentrazione non si sono affatto arrestati. In molti casi, la delocalizzazione della grande impresa è stata condotta attraverso una frammentazione del processo produttivo, spesso operata in prima persona dalla stessa proprietà della grande impresa, che ha scelto di chiudere o riconvertire i grandi impianti del periodo fordista sia per ottenere una maggiore flessibilità di prodotto (in impianti più snelli, senza il vincolo degli enormi investimenti necessari a realizzare le grandi catene di lavorazione), sia per minimizzare gli effetti negativi (logistici, localizzativi, sindacali) delle grandi concentrazioni di apparati e di operai tipiche delle grandi fabbriche. Nello stesso senso ha finito per agire anche l'internazionalizzazione raggiunta sotto il profilo dei mercati finali, giacché la riduzione delle dimensioni degli impianti si è rivelata più adatta a seguire una domanda geograficamente variegata. Da quest'ultimo punto di vista, tuttavia, si è assistito anche al tentativo dell'industria (specialmente di quella ancora basata su grandi impianti) di giovarsi di una sorta di standardizzazione dei gusti nei consumatori, così da poter produrre in pochi stabilimenti beni dalle caratteristiche identiche o molto simili, realizzando fin dove possibile economie di scala (che peraltro sembrano avere dei limiti logistici invalicabili). Una soluzione intermedia è quella della delocalizzazione in posizioni strategicamente definite di più stabilimenti di una stessa industria, che realizzino il medesimo prodotto per mercati regionali diversi (ne fornisce un esempio l'industria automobilistica). Questi fenomeni, come si è accennato, vengono promossi dalle grandi imprese industriali sia direttamente, sia (più spesso) mediante una fitta rete di connessioni di tipo consociativo, con il risultato di accentuare in definitiva la concentrazione del capitale industriale relativo alle grandi imprese. Allo stesso tempo, però, e a una scala evidentemente piuttosto regionale e locale che planetaria (il che non esclude l'accesso al mercato mondiale), l'industria sembra assumere definitivamente una dimensione strutturale molto contenuta e molto interconnessa con determinate capacità dell'ambiente locale, che le può conferire anche una dinamicità e una competitività che non caratterizzano l'industria di grandi dimensioni, come si è detto orientata strutturalmente al mercato mondiale. Nello stadio di evoluzione dell'industria, è possibile operare una distinzione dell'attività manifatturiera, in quattro grandi settori che seguono modalità di sviluppo differenziate. Un primo settore si basa direttamente, spesso promuovendola, sulla ricerca scientifica e tecnologica, e qui le imprese (biotecnologie, telecomunicazioni, industria aerospaziale, componentistica ed elettronica, farmaceutica, ecc.) entrano in competizione principalmente sul piano dell'innovazione tecnico-scientifica, che le mette in grado di individuare prodotti nuovi e di proporli ad altri settori industriali; si tratta, dunque, di un settore decisamente strategico perché consente un'evoluzione qualitativa dell'intero sistema industriale, mentre è anche il settore a più alto valore aggiunto. Un secondo settore è costituito dalle industrie a offerta specializzata, che per lo più producono beni strumentali per altre industrie, adattando a esigenze molto specializzate le innovazioni prodotte dalle imprese del primo settore; anche in questo caso, il contenuto tecnologico è assai elevato e analogamente lo è il valore aggiunto della produzione realizzata. Il terzo settore è basato sulle economie di scala e produce beni di contenuto tecnologico non elevatissimo, a valore aggiunto moderato, destinati al consumo di massa; la competitività all'interno del settore si gioca sul prezzo finale (più che sulla qualità o sull'originalità del prodotto) e di conseguenza l'industria di questo settore deve mantenersi al di sopra di una soglia minima efficiente di produzione correlata alle dimensioni operative. Questi primi tre settori compongono una sorta di filiera lungo la quale il contenuto tecnologico si diluisce, così come il valore aggiunto del prodotto, ma al tempo stesso si trasferisce, cosicché ciascun settore dipende in larga misura dalle capacità del precedente. Il quarto settore è relativamente indipendente dalle condizioni dei primi tre e, in particolare, del primo (anche se non mancano affatto i trasferimenti tecnologici o le innovazioni di altro genere) e riguarda l'industria tradizionale (abbigliamento, mobilio, alimentari, ecc.); qui la competitività è determinata sia dal prezzo al consumo, sia dalle caratteristiche qualitative del prodotto (soprattutto in termini di differenziazione): la minore rilevanza delle condizioni di scala (questo settore dell'industria è infatti quello più presente nelle dimensioni piccole e medie) e dei contenuti tecnologici, accentua il peso degli ordinari fattori della produzione e, in particolare, del lavoro.

Cenni storici: l'industrializzazione in Italia

In Italia il processo d'industrializzazione ebbe inizio solo dopo il 1880 e fu concentrato prevalentemente nelle regioni del Settentrione, più commercialmente legate agli altri Paesi europei e soprattutto più ricche di capitali e di tradizione imprenditoriale. Ancora nel 1876 l'inchiesta industriale stimava il numero degli operai non superiore a 460 mila e, dei 4,2 milioni di addetti all'industria censiti nel 1881, la maggior parte va considerata effettivamente dedita all'artigianato. Il primo ramo d'industria ad affermarsi nel senso moderno del termine fu quello tessile, in particolare cotoniero, mentre iniziava timidamente lo sviluppo delle industrie metalmeccaniche e siderurgiche. Fu però nel quindicennio compreso fra il 1898 e il 1913 che s'impose la rivoluzione industriale italiana. L'elettricità, la meccanica, la siderurgia e più tardi la chimica furono i settori del “decollo”. L'industria dell'elettricità, come sottolinea uno studioso della storia dell'industria italiana, il Caizzi, “sollecitava, veramente per prima, la vocazione del Paese a un tipo moderno di capitalismo industriale, andava diritta alla costituzione di grosse società nelle quali il vecchio contrasto fra soci e dirigenti tecnici era definitivamente composto con la divisione dei compiti e l'affermazione del ceto tecnocratico. L'industria elettrica non poteva accontentarsi di reclutare operai di scarsa qualificazione, ma aveva bisogno anche di tecnici, d'ingegneri, di progettisti”. In più: “nel giudizio di molti l'energia elettrica offriva all'Italia un riscatto in quel campo della forza motrice di cui la crescente industrializzazione indicava la fondamentale importanza. Povera di combustibili solidi, l'Italia vi avrebbe supplito con il bene prezioso delle sue acque”. La forza espansiva acquistata in quegli anni dall'industria siderurgica è chiaramente deducibile dalle statistiche relative all'andamento della produzione. Nel 1900 si producevano ca. 330 mila tonnellate tra ghisa, acciaio e ferro, la prima essendo in quantità proporzionalmente trascurabile e ottenuta ancora con il carbone di legna. Nel 1913 le tonnellate complessive prodotte superavano il milione e mezzo: di queste oltre 1/4 erano di ghisa e 2/3 di acciaio. Il balzo in avanti era stato effettivamente ragguardevole. Nei primi anni del secolo protagonista di uno sviluppo eccezionale fu l'industria automobilistica: in pochi anni le società per la produzione di autoveicoli si moltiplicarono (nel 1907 erano ca. 70). Le esportazioni salirono da 1283 vetture nel 1907 a 3653 nel 1914. L'intera industria meccanica contava nel 1913 ben 1534 stabilimenti con 211.614 operai. I progressi compiuti dall'industria chimica fino alla I guerra mondiale non furono molto rilevanti. Occasioni di nuove iniziative le furono offerte dal conflitto, ma la sua vera espansione ebbe inizio dopo il 1922, divenendo particolarmente intensa nel periodo dell'autarchia. L'intera industria italiana ha compiuto in ogni caso passi da gigante nel primo dopoguerra, ma soprattutto nel secondo dopoguerra tanto che la sua produzione può reggere il confronto, in termini sia quantitativi sia qualitativi, con quelli dei Paesi più progrediti, come dimostrano i seguenti dati: nel 1903 erano occupati nel ramo manifatturiero (il più importante del settore) 1,1 milione di persone; il censimento del 1951 ne contò 3,5 milioni e quello del 1971 5,3 milioni, quello del 1981 7,3 milioni e quello del 1991 oltre 6 milioni, a dimostrazione della raggiunta maturità da parte del sistema industriale italiano e delle modificazioni strutturali in atto. Queste ultime si possono riassumere, da un lato, nella tendenza al decentramento, con l'affermazione dei cosiddetti “distretti locali”, a forte specializzazione produttiva della piccola e media industria; dall'altro lato, nei modelli di concentrazione finanziaria e organizzazione aziendale perseguiti dalla grande industria, sia pubblica sia privata, idonei ad affrontare la concorrenza internazionale, specie nell'ottica del mercato unico europeo e del nuovo assetto geopolitico mondiale. Permangono, tuttavia, forti squilibri territoriali, se è vero che, negli ultimi anni del sec. XX, il settore industriale globalmente inteso ha visto ancora una volta il più alto numero percentuale di addetti nell'Italia settentrionale (61%), mentre la flessione complessiva dell'occupazione – da considerarsi fisiologica nelle aree che hanno compiuto la fase di decollo – ha colpito duramente il Mezzogiorno, dove l'industrializzazione resta legata in netta prevalenza a interventi esterni, mancando di fattori interni realmente autopropulsivi, e il più alto numero di addetti si registra nelle istituzioni.

Finanze

Il reddito netto, in danaro o natura, ricavato dall'esercizio di un'attività industriale, è colpito dall'imposta di ricchezza mobile che lo classifica in categoria B, tra i redditi alla cui produzione concorrono unitamente il capitale e il lavoro. Le imprese costituite in Italia e che operano anche all'estero sono tassate anche per i redditi conseguiti all'estero, quando manchi la possibilità di distinguere il luogo di produzione del reddito stesso; in altri casi subentrano accordi e convenzioni internazionali. Il reddito netto tassabile è determinato dalla differenza, calcolata ogni anno, tra i ricavi lordi, le passività e le spese diverse, riguardanti la formazione dei ricavi stessi. È permessa la compensazione degli utili che derivano da un'attività con le perdite rilevate da altre, purché si tratti di redditi classificabili nella stessa categoria. Disposizioni particolari riguardano la determinazione dei redditi nelle imprese commerciali. Il reddito d'industria può essere colpito anche da imposte comunali e provinciali o, se non raggiunge il minimo imponibile, dall'imposta comunale di patente. L'attuale regime fiscale risulta notevolmente modificato con l'entrata in vigore di nuove disposizioni riguardanti l'IVA.

Architettura ed edilizia

Sin dagli inizi della rivoluzione industriale, la ricerca di materiali, strutture e forme architettoniche adeguati ai nuovi contenuti (i processi di produzione massificati e serializzati) si configura come un filone in larga misura autonomo da quelli della cultura architettonica ufficiale, che si esprimevano nei termini del linguaggio classicistico. Esemplari al proposito, proprio nel confronto con la coeva architettura londinese, i St. Katharine's Docks sulle rive del Tamigi. L'esigenza di arrivare al massimo sfruttamento degli spazi interni, riducendo al minimo gli ingombri strutturali, promosse quasi contemporaneamente la sperimentazione, resa possibile dallo sviluppo dell'industria metallurgica, di strutture in ferro e ghisa, quali travi multiple in ghisa, o colonne in ghisa e struttura orizzontale di copertura in travi di ferro a doppio T, le stesse usate per i binari ferroviari. Agli inizi del sec. XX si espresse, da parte degli architetti del Movimento Moderno, il tentativo di integrare la logica della produzione industriale con la metodologia di progettazione. Il Deutscher Werkbund divenne il centro principale delle discussioni e delle sperimentazioni in questo senso. A esso si collegano due realizzazioni esemplari: la AEG Turbinen Fabrik presso Berlino (1909) di P. Behrens e il calzaturificio Fagus ad Alfeld in Sassonia (1911) di W. Gropius. Di più, le ricerche sull'architettura per l'industria, come simbolo di un “progresso” tecnico cui si attribuivano ingenuamente potenzialità quasi demiurgiche per la liberazione e il benessere dell'umanità, si collegarono alle ricerche condotte dai paralleli movimenti figurativi, quali l'espressionismo in Germania e il futurismo in Italia. Esempi assai noti: i disegni di E. Mendelsohn, quelli del gruppo “Alpine Arkitektur” (B. Taut, H. Häring, ecc.), quelli di A. Sant'Elia. Dopo la rivoluzione del 1917, nell'URSS la progettazione di edifici industriali come diretta verifica dei presupposti delle ipotesi politiche della rivoluzione stessa (l'eliminazione dello sfruttamento, del lavoro alienato e, conseguentemente, a livello urbano, del superaffollamento, della distinzione tra centro e periferia) fu al centro dell'attività degli artisti e degli intellettuali del movimento costruttivista. Il rapporto tra procedimento industriale e forme architettoniche fu tanto profondo da influenzare direttamente la poetica dell'architettura razionalista, dalla metodologia del Bauhaus di Gropius alla “macchina per abitare” di Le Corbusier. L'ipotesi razionalista di una completa e rapida prefabbricazione in ogni campo dell'edilizia è rimasta, tuttavia, almeno nell'Europa occidentale, largamente inattuata e risulta ancor limitata al settore specifico dell'edilizia per l'industria, dove la prefabbricazione è incentivata da esigenze d'economicità, rapidità, precisa programmazione degli incrementi nel tempo. § Per soddisfare le esigenze di ciascun impianto occorre, sulla base del programma produttivo proprio del tipo di industria, procedere a una scelta dell'area sulla quale questa deve sorgere (ubicazione, dimensione, forma, orientamento), all'individuazione dello schema distributivo (coordinata disposizione dei locali, collocazione delle macchine, studio dei percorsi) e alla realizzazione delle migliori condizioni ambientali (attraverso opportuni sistemi di illuminazione, riscaldamento, aerazione). Il dimensionamento di un edificio per l'industria viene fatto in genere sulla base della manodopera da questa impiegata partendo dal cosiddetto “posto di lavoro” (ca. 1 m3 con un'altezza minima di 3 m, per ciascuna unità), costituito dalla superficie direttamente investita dall'operaio e dalla macchina da lui adoperata. La superficie coperta dall'edificio varia con il tipo di produzione, per cui con una manodopera di 100 operai si hanno 5,00 ha per una fonderia, 1,90 ha per una falegnameria,.0,70 ha per una filanda, 0,25 ha per una maglieria. Lo schema programmatico deve poi concretarsi in una forma edilizia di volta in volta determinata dalle particolari esigenze dell'impianto, spesso derivata dalla stessa forma delle macchine che sono impiegate. Gli schemi tipologici di base possono sostanzialmente ricondursi a due: intensivo ed estensivo. Il tipo intensivo presenta una riduzione dei costi (per la minore superficie coperta) e una maggiore facilità di trasporti (per la prevalenza di quelli verticali), mentre la necessità di illuminazione naturale limita l'ampiezza dei corpi di fabbrica e la sovrapposizione di schemi planimetrici uniformi; questa soluzione è poco flessibile alle esigenze dei diversi reparti. Il tipo estensivo, che deve necessariamente sorgere in zone periferiche, dato che richiede una più ampia superficie, è invece più elastico, adeguabile agli impianti e consente una migliore illuminazione naturale. Si può avere anche una combinazione dei due tipi per risolvere le diverse esigenze di uno stesso ciclo produttivo. Da un punto di vista architettonico-strutturale, le costruzioni per l'industria, legate direttamente ai fattori economico-funzionali dell'impianto, si sono prestate di volta in volta all'impiego di procedimenti tecnologici più serializzati (strutture modulari in cemento armato o in acciaio anche prefabbricate) anche per la richiesta costante di ambienti ampi internamente liberi, con grandi coperture (capannoni, anche associati in serie) generalmente a “denti di sega” o a shed, un tipo di copertura che consente di avere un'illuminazione naturale uniforme.

Bibliografia

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