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craniometrìa

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Descrizione generale

sf. [sec. XIX; cranio+ -metria]. Studio analitico e sistematico di tutte le caratteristiche del cranio umano in rapporto all'età, al sesso, al tipo fisico, considerato anche a livello evolutivo. La craniometria è stata alla base della trasformazione su base oggettiva della scienza antropologica, avvenuta alla metà dell'Ottocento. Poiché il cranio è la parte del corpo umano più facilmente conservabile e riconoscibile, il suo studio ha assunto una grande importanza in antropologia dal punto di vista delle trasformazioni in esso dimostrabili ai vari livelli della scala evolutiva e in particolare nel confronto fra crani di Primati, crani di forme riconoscibili come di ominidi e forme di crani umani attuali.

Antropologia: metodi per la misurazione della capacità cranica

Essenziale è quindi, per le ricerche di craniometria, la determinazione della capacità cranica, cioè del valore in centimetri del volume della cavità endocranica; questo valore è considerato in rapporto preciso col volume della massa encefalica contenuta nel cranio. Di conseguenza grande importanza viene attribuita ai metodi per misurare la capacità cranica, metodi che permettono altresì di indicare l'entità della massa encefalica di individui di cui si possiede il solo cranio, o addirittura frammenti di questo, e che hanno assunto significato particolare nello studio dei crani di forme fossili di ominidi. La capacità cranica si ottiene mediante tre tipi di valutazioni: misurazioni dirette, calcoli matematici e “stima”. Le misurazioni dirette, in pratica molto difficili, si effettuano turando con varie modalità le aperture di un cranio secco e integro, riempiendo la cavità con grani di miglio o con pallini di piombo e pesando poi la quantità di materiale necessaria per il riempimento. Dal valore in peso si risale a quello in volume mediante confronti con crani campione. Il calcolo matematico è effettuato partendo dai valori dei diametri cranici e risalendo da questi al valore di capacità, attraverso formule o tabelle elaborate su crani di cui sono note sia la capacità sia le misure. Infine la “stima”, operazione assai delicata e specializzata, serve soprattutto per risalire da frammenti alla forma generale del cranio e da questa alla sua capacità. Si effettua attraverso una serie di confronti tra il frammento da stimare e zone corrispondenti di crani umani, o umanoidi o di Primati. Alla base del procedimento di stima è il principio di correlazione, cioè la certezza che in una forma biologica dello stesso tipo l'equilibrio fra le varie parti sarà sempre sottoposto a identiche leggi (su tale principio si basano, del resto, tutte le ricostruzioni della paleontologia e della paleoantropologia, per cui da parti scheletriche anche molto ridotte si risale a ipotizzare l'intera struttura dello scheletro). Dal punto di vista filogenetico la capacità cranica è ritenuta una buona indicazione del livello di cefalizzazione raggiunto dalle diverse forme ominidi. Inoltre, la capacità cranica è in certa misura carattere controllato geneticamente, per cui sono più interessanti le ricerche sulle capacità medie nelle varie popolazioni, che non quelle sulle aree di distribuzione geografica dei crani più o meno capaci (per esempio dell'aristencefalia rispetto all'oligoencefalia).

Antropologia: la forma del cranio

Oltre alla capacità, è di estremo interesse in craniometria lo studio della forma del cranio: tale studio va fatto in condizioni assolutamente oggettive e ripetibili. Occorre quindi, come condizione preliminare, che il cranio sia orientato nello spazio; per farlo, viene disposto in modo che il piano orizzontale decorra parallelo a un determinato piano passante, secondo la scuola di Francoforte, attraverso i punti superiori dei fori auricolari e il punto inferiore dell'orbita; secondo la scuola francese, attraverso i condili occipitali e il punto di mezzo del margine mascellare fra i due incisivi superiori centrali. Una volta orientato, il cranio viene osservato secondo 6 “norme”, che corrispondono alle 6 facce del parallelepipedo in cui il cranio può immaginarsi inserito (verticale, inferiore, anteriore, posteriore, laterali destra e sinistra). Per arrivare a una descrizione delle forme che il cranio può assumere, esso viene immaginato avvolto da una rete di diametri (diametri cranici o misure craniche) che corrispondono alla misura della distanza fra punti ben determinati (punti cranici); dal rapporto fra tali diametri si ricavano valori percentuali (indici cranici) in base ai quali è possibile formulare diverse classificazioni dei crani in rapporto alla forma (vedi cefalico: diametri e indici).

Antropologia: processi evolutivi, occipitalizzazione e frontalizzazione

La misura della capacità cranica, l'analisi delle misure fondamentali di altezza, larghezza e lunghezza, la valutazione degli indici non bastano a dare all'antropologo uno strumento per descrivere rapidamente ed efficacemente le diverse forme del cranio, soprattutto per quanto riguarda i dettagli del contorno. A questo scopo fu proposta una serie di “forme craniche” (G. Sergi), cioè di figure geometriche entro le quali si può immaginare inserito il cranio osservato dall'alto (norma verticale) ma con una particolare inclinazione, cioè il cranio orientato secondo il piano auricolo-orbitale. La classificazione più utilizzata, e quindi di maggiore valore pratico, è quella che si basa sull'indice trasverso-longitudinale, che permette di suddividere i crani in tre forme base (brachimorfa, mesomorfa, dolicomorfa). Attraverso lo studio delle capacità craniche e delle forme dei reperti fossili e dei tipi umani attuali e del processo di cefalizzazione, le ricerche di craniometria hanno messo in evidenza soprattutto due fatti. Il primo, che appare chiaramente dal confronto tra le forme meno evolute di ominidi, è il processo di occipitalizzazione, cioè un accentuarsi dell'arrotondamento della squama dell'occipitale, in rapporto col progressivo avanzamento del foro occipitale. Lo spostamento in avanti del foro occipitale è l'espressione morfologica più evidente della profonda influenza che sulle trasformazioni della forma del cranio e dell'encefalo ha avuto l'acquisizione della stazione eretta da parte degli esseri umanoidi, assumendo la quale la massa encefalica e cranica ha dovuto necessariamente trovare una posizione di equilibrio sull'asse di appoggio rappresentato dall'inserzione della colonna vertebrale appunto a livello del foro occipitale. Il secondo è che il cranio dell'uomo attuale ha subito un processo di frontalizzazione, il quale ha dato luogo alla trasformazione sostanziale della forma della squama dell'osso frontale; ciò ha portato al raddrizzamento della fronte e alla comparsa di bozze frontali (non rientra in questo fenomeno invece la scomparsa del “toro” sovraorbitario). La frontalizzazione, inoltre, risulta essere alla base del fenomeno dell'ominazione, in quanto strettamente correlata all'aumento della vita di relazione, caratteristico delle ultime fasi dell'evoluzione umana. In pratica le trasformazioni più vistose della forma del cranio durante l'evoluzione sono state: il passaggio da un'iperdolicocefalia accentuata alla gamma di forme da dolicocefale a brachicefale dell'uomo attuale; il rialzarsi del cranio, cioè l'espandersi della porzione superiore del cranio, con il passaggio da forme di ipercamecefalia e ipertapeinocefalia alle forme moderne attuali. In particolare esprime bene questo aumento delle dimensioni della parte superiore della scatola cranica il fatto che gli euria (cioè i punti più laterali del cranio) cadono nell'uomo moderno a livello delle ossa parietali, mentre ancora nell'uomo di Neanderthal cadevano a livello delle ossa temporali.