Definizione

sm. [sec. XX; da strutturale]. Il termine è venuto assumendo significati tutt'altro che omogenei nelle diverse epoche storiche e nelle diverse discipline: in architettura può indicare le strutture che servono alla distribuzione o all'organizzazione di determinati processi; nelle scienze (chimica, fisica, matematica) può avere significati in qualche modo riconducibili al concetto generale di studio di un fenomeno che abbia la caratteristica di essere duraturo in un determinato insieme; in psicologia si può parlare di strutturalismo per indicare l'analisi dei processi mentali secondo schemi elementari – strutture appunto – mediante l'introspezione guidata da prove concrete; in filosofia si può parlare di strutturalismo per indicare la logica successione di sistemi dipendenti l'uno dall'altro; in letteratura si parla di strutturalismo quando si vogliono stabilire i procedimenti per mezzo dei quali si costruiscono le strutture del linguaggio letterario e della comunicazione, intendendo l'opera letteraria come messaggio linguistico o semiologico analizzabile nei suoi rapporti oggettivi di comunicazione con chi a essa si accosta; in antropologia il termine si applica all'interpretazione dei fatti sociali, intesi come messaggi e sistemi di comunicazione, analizzati secondo schemi matematici da cui si può derivare la formulazione della logica interna ai modelli culturali. Anche se non del tutto nuovo, il concetto di “struttura” si andò sempre meglio elaborando e precisando a partire dai primi decenni del sec. XX e fu particolarmente evidenziato nella psicologia con M. Wertheimer, W. Köhler e il gestaltismo, nella psicanalisi con J. Lacan, nella filosofia con E. Cassirer e i neokantiani, nell'ideologia marxista con L. Althusser, nell'antropologia sociale e culturale con C. Lévi-Strauss, e soprattutto nella linguistica. Gli stretti rapporti tra l'antropologia e la linguistica furono chiaramente intravisti ed esplicitati dallo stesso Lévi-Strauss secondo il quale “i sistemi di parentela, in quanto sistemi di simboli, offrono all'antropologo un terreno privilegiato sul quale i suoi sforzi possono quasi unirsi a quelli della scienza sociale più sviluppata, cioè la linguistica”; non è quindi un caso che molti degli strutturalisti americani, a cominciare da F. Boas, L. Bloomfield, E. Sapir, furono contemporaneamente antropologi e linguisti.

Linguistica

Anche in linguistica il concetto di “struttura”, almeno in senso lato, ha una lunga storia. Si può dire in generale che i grammatici, stabilendo degli schemi, analizzando le relazioni tra una lingua e l'altra, compiendo delle classificazioni, si sono basati in un certo senso su “strutture”: esemplare a questo riguardo è soprattutto la grammatica sanscrita di Pāṇini e quella, pur tanto diversa e lontana nel tempo, di Port-Royal. La stessa linguistica storica e comparata, sorta e mirabilmente affermatasi nel secolo scorso, con il rigore del suo metodo, con l'individuazione di sistemi apofonici funzionali e con la scoperta delle leggi fonetiche (in effetti “strutture” ideali che riducevano a unità la molteplicità e la varietà dei suoni di lingue diverse) ha preparato la strada al processo di affinamento del concetto di sistema e struttura, e alla loro originale riformulazione in termini ben diversi dalla semplice idea di organizzazione, già esistente nella grammatica tradizionale. Non è senza ragione che F. de Saussure, giustamente riconosciuto come il primo teorizzatore di quel nuovo indirizzo linguistico che sta alla base dello strutturalismo, sia partito come indeuropeista proprio dalla linguistica storica e comparata, e già nel suo giovanile Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes (1878) si possono trovare spunti ripresi e sviluppati più tardi nel celebre Cours de linguistique générale (1916), in particolare la nozione della natura oppositiva e relazionale delle entità linguistiche. La concezione saussuriana della lingua come “un sistema in cui tutti i termini sono solidali tra loro, e il valore dell'uno risulta soltanto dalla presenza simultanea degli altri” è il fondamento dello strutturalismo ed è stata definita da R. Jakobson “la pietra angolare della teoria linguistica contemporanea”, così come il riconoscimento del carattere arbitrario del segno linguistico in quanto rapporto immotivato del significante e del significato, la distinzione nello studio e nell'analisi del linguaggio del piano diacronico da quello sincronico e la valorizzazione di quest'ultimo, la distinzione di langue (sistema astratto e istituzione sociale) e parole (discorso concreto individuale) hanno avuto un'importanza decisiva negli ulteriori sviluppi delle varie correnti dello strutturalismo. Da Saussure dipende direttamente la scuola linguistica ginevrina (rappresentata soprattutto da Ch. Bally, A. Sechehaye, H. Frei, R. Godel) che ha ripreso e sviluppato criticamente le teorie del maestro. A Saussure si riallaccia anche il primo indirizzo strutturale, da alcuni definito “classico”, che ebbe nel Circolo linguistico di Praga il suo centro propulsore. Creato nel 1926 dai linguisti cechi V. Mathesius, B. Havránek, J. Mukařovský, B. Trnka, J. Vachek, M. Weingart, cui si associarono anche studiosi di altri Paesi e in primo luogo esuli russi come S. Karcevskij, N. S. Trubeckoj e R. Jakobson, il Circolo di Praga rivoluzionò soprattutto la fonetica tradizionale dando inizio alla nuova disciplina che prese il nome di fonologia o fonematica. Partendo dalla concezione saussuriana della lingua come sistema funzionale di segni e sviluppando alcune idee del linguista polacco J. Baudouin De Courtenay, fu elaborata una nuova teoria del fonema, che ebbe un riconoscimento ufficiale già al primo Congresso internazionale dei linguisti (L'Aia, 1928). Invece di studiare isolatamente le singole realizzazioni foniche che possono variare all'interno della stessa comunità di parlanti o nello stesso individuo, la fonologia strutturale o fonematica studia sistematicamente gli elementi funzionali della lingua con valore distintivo, capaci cioè di differenziare semanticamente una parola da un'altra, ne analizza le modalità di combinazione e le relazioni reciproche soprattutto in termini di opposizioni. Sul piano strutturale interessa cioè fondamentalmente ricercare “quali differenze foniche sono legate, nella lingua studiata, a differenze di significato”, e anche in questo caso è evidente il riferimento al principio saussuriano che “nella lingua non esistono che differenze”. Approfondendo il parallelismo tra le strutture della grammatica e quelle della fonologia il linguista polacco J. Kuryłowicz può essere considerato l'anello di congiunzione tra il Circolo linguistico di Praga e il Circolo linguistico di Copenaghen nel cui ambito sorse e si affermò, soprattutto a opera di L. Hjelmslev, il nuovo indirizzo strutturalista noto col nome di glossematica. Muovendo dalla premessa che la lingua deve essere considerata “come una totalità autosufficiente, una struttura sui generis” e non come un conglomerato di fenomeni extralinguistici e, accettato il principio saussuriano che la lingua è una forma, non una sostanza, si distinguono in essa il piano dell'espressione (cioè quello dei significanti) e il piano del contenuto (quello dei significati), il segno linguistico è inteso come un rapporto tra la forma dell'espressione e la forma del contenuto e la struttura di una lingua viene definita “una rete di dipendenze o, per dirla in modo al tempo stesso più esatto, più tecnico e più semplice, una rete di funzioni”. A questa concezione logico-formale, espressa in termini tecnici estremamente complessi e con formule di tipo algebrico, è stato da alcuni rimproverato un certo apriorismo e astoricismo. Da De Saussure dipende in parte anche la scuola linguistica francese che soprattutto con A. Meillet ha accentuato e sviluppato l'aspetto sociale del linguaggio (in conformità al pensiero del maestro ginevrino per il quale “la lingua è un'istituzione sociale”); con E. Benveniste ha portato nuova luce sulla nozione stessa di struttura (“uno dei termini essenziali della linguistica moderna, uno di quelli che hanno ancora valore programmatico”), ha recato un decisivo contributo al problema dell'arbitrarietà del segno linguistico, ha cercato di conciliare l'opposizione tra sincronia e diacronia e ha formulato una nuova teoria della radice indeuropea integrandola nella struttura di un sistema armonico e funzionale; con A. Martinet ha originalmente sviluppato le teorie del Circolo linguistico di Praga e attraverso una rivalutazione della fonologia diacronica ha cercato di trovare un punto d'incontro tra la grammatica storica e le nuove teorie strutturali. In Italia L. Heilmann è stato uno dei primi a diffondere lo strutturalismo e ha applicato con successo i metodi della fonologia strutturale alla dialettologia italiana, T. De Mauro ha ampiamente sviluppato e approfondito le tematiche dello strutturalismo specialmente in rapporto alla storia linguistica italiana e alla semantica, G. C. Lepschy ha esemplarmente illustrato i principi teorico-metodologici dello strutturalismo (la sua Linguistica strutturale è stata tradotta nelle principali lingue), L. Rosiello si è prevalentemente interessato di problemi stilistici e semantici, P. Valesio ha studiato parallelamente in chiave strutturale fatti linguistici e letterari. Lo strutturalismo trovò un terreno particolarmente favorevole negli Stati Uniti dove si affermò e si sviluppò in tendenze spesso divergenti e autonome rispetto allo strutturalismo europeo. Si è già detto che la linguistica americana si è andata costituendo sullo sfondo di interessi prevalentemente antropologici e l'attenzione rivolta in particolare alla codificazione e classificazione delle lingue amerindie, prive di una vera tradizione scritta, portò inevitabilmente a privilegiare l'aspetto sincronico nell'analisi linguistica. Una grande parte dei linguisti americani hanno riconosciuto in L. Bloomfield il loro maestro e caposcuola. Fondatore della “Linguistic Society of America” (1924), Bloomfield specialmente nel celebre libro Language (l'edizione definitiva è del 1933, tradotta anche in italiano nel 1974) ha impostato la sua concezione della lingua come sistema su basi essenzialmente meccanicistiche secondo la teoria del comportamentismo, per cui gli atti linguistici sono intesi come una reazione condizionata da un fatto esterno e come uno stimolo che provoca la risposta all'evento pratico che ha determinato l'atto linguistico. Questa concezione esclude sostanzialmente le operazioni mentali del parlante e lascia in ombra il settore della semantica. Un diverso punto di riferimento per lo strutturalismo americano è rappresentato da E. Sapir che, contrariamente a Bloomfield, nell'omonima opera Language (1921, anch'essa tradotta in italiano nel 1969) si muove nell'ambito del mentalismo, mettendo in rilievo anche i fatti psichici in termini di mente (“il linguaggio, in quanto struttura, costituisce, per il suo aspetto interiore, lo stampo del pensiero”). La maggior parte dei linguisti americani si riconosce nelle due principali tendenze che fanno capo a Bloomfield e a Sapir (cui si possono far corrispondere, all'incirca, le due riviste Language e Word), ma ci sono anche posizioni intermedie più sfumate e in alcuni casi è anche avvertibile un accostamento, diretto o indiretto, alle tematiche dello strutturalismo europeo. Come in Europa, ci sono per esempio negli Stati Uniti linguisti come W. P. Lehmann e C. W. Watkins che hanno proposto un'analisi della linguistica storica in chiave strutturale. Una vera rivoluzione nello strutturalismo americano fu operata da N. A. Chomsky che non ha mancato di riconoscere quanto egli debba, nella sua formazione e nell'elaborazione delle sue teorie, a precedenti movimenti culturali, e in primo luogo a Cartesio, alla grammatica di Port-Royal e a W. von Humboldt. In opposizione alla concezione comportamentista di Bloomfield e sul presupposto del carattere innatistico, e quindi creativo, del linguaggio, Chomsky ha elaborato la nuova teoria della grammatica generativa trasformazionale secondo la quale, partendo da un numero limitato di frasi, attraverso un insieme finito di regole, si possono produrre o generare per successive trasformazioni tutte le possibili frasi grammaticali di una data lingua. Si deve però avvertire che nell'elaborazione della teoria chomskiana c'è stata una certa evoluzione: in un primo tempo si faceva una distinzione tra frasi “nucleari” (semplici, dichiarative, attive) e frasi “non nucleari” (derivate dalle frasi nucleari mediante l'applicazione di trasformazioni come quella passiva, quella negativa) e si distingueva nella grammatica un componente a struttura di frase, uno trasformazionale e uno morfofonemico. Successivamente sono stati invece evidenziati nella grammatica il componente sintattico (il solo creativo), quello semantico e quello fonologico (interpretativi), e nel componente sintattico si sono distinte la base che genera le strutture profonde, e le regole trasformazionali che generano le strutture superficiali. Al di là della complessità di questo sistema formale logico-matematico, è evidente l'intenzione di poter giungere a “una certa sottostruttura che, insieme con i principi generali di organizzazione, è comune a tutte le lingue”. In tempi più recenti non sono mancati linguisti, come per esempio R. King, che hanno ripreso la linguistica storica in chiave generativa. Singolare e interessante l'apertura ai nuovi indirizzi strutturalisti verificatasi nell'Unione Sovietica. Durante il periodo stalinista ci fu una decisa opposizione allo strutturalismo, sia pure con qualche rara eccezione (per esempio il Cours di Saussure fu tradotto in russo nel 1933, e il Language di Sapir nel 1934), e ancora nel 1955 O. S. Axmanova scriveva che “lo strutturalismo linguistico si rivela incompatibile con la linguistica marxista”. La situazione cambiò radicalmente nel giro di pochi anni, al punto che lo strutturalismo divenne l'indirizzo linguistico prevalente e pressoché ufficiale nell'ex URSS. Qui lo strutturalismo non rappresentò una semplice importazione dall'estero, ma piuttosto il ritorno di un esule in quanto, come si è visto, erano di origine russa alcuni linguisti, come S. Karcevskij, N. S. Trubeckoj e R. Jakobson, che in Occidente hanno recato contributi determinanti allo sviluppo dello strutturalismo. Il mutamento di rotta si ebbe ufficialmente nel 1956 quando la rivista Voprosy jazykoznanija (organo dell'Accademia Sovietica delle Scienze) aprì le porte alle nuove teorie strutturali. Indubbiamente la svolta politica del XX Congresso, con il conseguente processo di destalinizzazione e l'interesse per la traduzione automatica, in competizione con gli Stati Uniti, favorì la penetrazione e il successivo dilagare della nuova moda strutturalistica che rapidamente si affermò anche nelle istituzioni ufficiali: si istituirono un settore di linguistica strutturale e applicata presso l'istituto di linguistica dell'Accademia delle Scienze e una cattedra di linguistica strutturale e applicata all'Università di Mosca. Tra i nomi di maggior rilievo dello strutturalismo nell'ambito delle repubbliche ex sovietiche basti ricordare N. D. Andreev, A. A. Reformatskij, I. I. Rezvin, M. I. Steblin-Kamenskij, B. A. Uspenskij, e soprattutto S. K. Šaumjan che con la sua teoria generante applicativa si pone in concorrenza con la grammatica generativa trasformazionale di Chomsky. Concludendo, si può dire che lo strutturalismo ha avuto il grande merito di superare la frammentarietà in cui si erano andate disperdendo e polverizzando le precedenti ricerche linguistiche, nell'organica visione della lingua intesa come sistema funzionale, anche se, soprattutto nelle sue tendenze più estremistiche, ha suscitato perplessità e ha rivelato difetti: le critiche di fondo allo strutturalismo sono state specialmente quelle di una compiaciuta indulgenza verso una terminologia tecnica spesso ermetica ed esoterica, e di un accentuato astrattismo, apriorismo e astoricismo che non di rado prescinde dalla concretezza dei fatti linguistici per elaborare teorie avulse dalla realtà. Il pericolo è avvertito anche dagli strutturalisti più illuminati; valga per tutti l'affermazione di A. Martinet: “bisogna ricordare ancora una volta che non tocca alla lingua conformarsi alle prescrizioni dei linguisti, ma tocca ai linguisti adeguare i loro metodi se questi non rendono piena giustizia alla lingua studiata”.

Letteratura: critica letteraria

Gli influssi dello strutturalismo nella critica letteraria (allargando anche il campo alle indagini sulle arti figurative e sulla musica) sono stati notevoli nella cultura di diversi Paesi europei ed extraeuropei: in particolare nell'ex URSS, in Francia e in Italia. Punto di partenza della critica letteraria strutturalistica sono gli scritti dello svizzero J. Rousset e del francese J.-P. Richard e degli americani W. K. Wimsatt e C. Brooks. Si tratta nel complesso di sviluppi non sempre omogenei, anzi fra di loro discordanti, delle stesse premesse che sono frutto di lunghe discussioni nella cultura europea e americana degli ultimi ottant'anni (per l'Italia si tenga conto delle negazioni preliminari delle istanze da cui sorse lo strutturalismo linguistico e letterario contenute nell'Estetica di B. Croce, del 1902, con successivi sviluppi). Per quanto riguarda la cultura europea è evidente un'insoddisfazione per la critica tradizionale erudita o genericamente storica, di origine romantica, sia per la concezione della storia letteraria come storia delle civiltà, sia per l'esame formale dell'opera d'arte (con prevalenti interessi impressionistici), sia per la valutazione biografica e psicologica delle personalità degli autori. L'analisi linguistica dei testi compiuta da critici di origine formalistica ha condotto a risultati diversi, se non del tutto discordanti, come è stato osservato per alcuni autori: ma in tutti è fondamentale l'esigenza di studiare le particolarità dell'apporto individuale, schiettamente creativo degli artisti nell'ambito stesso del linguaggio comune. Peraltro, vi sono differenze sostanziali nelle opere dei vari critici sia per principi sia per applicazioni di metodo. Polemiche hanno suggerito di esaminare le varie testimonianze dei critici nell'ambito della cultura dei loro Paesi in modo da vedere lo sviluppo dei problemi come premessa per uno svolgimento scientifico di nuove attività. In modo particolare si cita come fondamentale quanto è scritto nel capitolo “Sulla lingua poetica” delle Tesi del 1929: “L'opera poetica è una struttura funzionale, e i vari elementi non possono essere compresi al di fuori della loro “connessione” con l'insieme. Elementi oggettivamente identici possono svolgere, in strutture diverse, funzioni assolutamente differenti”. In contrasto con altre posizioni della critica moderna (sociologiche, storicistiche, o anche genericamente retoriche e grammaticali) si avvalora l'importanza del testo letterario nella sua individualità autonoma, raggiunta secondo le leggi stesse del linguaggio creativo, e se ne indaga la natura in tutte le componenti (senza trascurare che nell'animo del lettore o dello spettatore si realizza pienamente l'opera dell'artista). Dato che ogni elemento dell'opera d'arte vale unicamente se è messo in relazione con tutti gli altri (come avviene del resto nel linguaggio comune) si mostra la debolezza e anche l'insufficienza delle argomentazioni parziali, anche quando un esame di natura impressionistica è sostenuto da buon gusto o da vivaci ricostruzioni psicologiche per alcuni motivi, forse solo in modo esteriore, ritenuti fondamentali. Nuovi sviluppi nella critica letteraria hanno avuto alcuni principi delle Tesi per il valore dell'opera d'arte, per i vari livelli della lingua poetica (fonologico, sintattico, metrico ecc.) e su quella che è stata definita la “gerarchia specifica dei valori poetici”. L'interesse per l'aspetto verbale delle opere è evidente di per sé. L'artista dà alle sue parole una potenza espressiva, una “significazione”: nobilita la lingua comune e dà alle parole, nella struttura della sua opera, un vero valore innovativo. La critica deve quindi spiegare e illustrare “il valore autonomo del segno”. La critica francese ha largamente discusso questi e altri principi e ha formato una “Nouvelle critique” anche con esigenze di altra natura: coi contributi di G. Poulet, di J. Starobinski e di vari altri, fra cui anche svizzeri. In modo speciale R. Barthes ha combattuto come meramente erudita la critica universitaria e G. Genette ha studiato una “nuova retorica”. Si tiene conto di contributi del filosofo G. Bachelard come già di A. Thibaudet, di formazione bergsoniana. Per l'Italia sono stati richiamati, come antesignani, i nomi di R. Serra e di G. De Robertis per il gusto filologico e carducciano, e quindi di D. Petrini, e, per lo studio della formazione del linguaggio poetico, di S. Debenedetti, editore dell'Orlando furioso e dei frammenti autografi dell'Ariosto, e si sono ricordati con ammirazione i postumi Saggi sulla forma poetica italiana dell'Ottocento di C. De Lollis, a cura di B. Croce (1929). In modo particolare si riconosce l'importante contributo nel campo della letteratura medievale e moderna di G. Contini e di M. Fubini. Una grande attività pubblicistica e organizzativa in favore dello strutturalismo letterario si trova nei lavori teorici e nei saggi di M. Corti e di C. Segre: in quest'ultimo si nota una tendenza dallo strutturalismo alla semiologia per correggere il formalismo radicale dello strutturalismo. Contributi teorici e storici (per l'esame dello strutturalismo italiano) ha dato D. S. Avalle. Esempi di analisi letteraria si trovano con esigenze strutturalistiche in L. Rosiello (della scuola linguistica bolognese di L. Heilmann), in O. Macrì (specialmente nel campo dell'italianistica e dell'ispanistica), in M. Pagnini e in A. Serpieri nell'anglistica.

Filosofia

Lo strutturalismo non si presenta come una dottrina ontologica o gnoseologica sistematica e coerente, ma come una sorta di raccomandazione generale per le metodologie scientifiche, che invita a comprendere ogni campo di indagine inquadrandone gli elementi in strutture determinanti in cui gli elementi esauriscano ogni loro fungere significativo: in tal modo il senso dei termini entro lo schema generale resta univocamente definito e la teoria interpretativa può verificarsi nella maniera più trasparente. Tuttavia i critici hanno denunciato la chiusura e la staticità ripetitiva delle strutture quali sono intese dallo strutturalismo, e cioè fondate solo sulla giustapposizione degli elementi anziché sulla loro contraddizione propulsiva. Da ciò una difficoltà a concepire la trasformazione e l'oscillare dello strutturalismo fra negazione della storicità e relativismo storico. In M. Foucault lo strutturalismo si fa filosofia della cultura e diviene una specie di teoria della struttura profonda o “episteme” che informa e delimita ogni singola cultura nel corso della storia, determinando le sue varie strutture scientifiche. La tesi di una corrispondenza strutturale fra le teorie fra loro contemporanee delle più diverse discipline, fra il sapere quotidiano e il sapere scientifico, fra ideologia e scienza, e fra scienza e filosofia, è stata ripresa e approfondita soprattutto dal pensiero marxista.

Antropologia culturale

Lo strutturalismo, o meglio le metodologie e le implicazioni filosofiche dello strutturalismo, hanno assunto una notevole importanza, soprattutto tra gli studiosi anglosassoni. Premesse di un'analisi strutturale della cultura e dei prodotti socio-economici dei popoli si ritrovano in etnologi, come F. Boas, E. B. Tylor, O. Klemm e altri della scuola americana, già a partire dalla fine del sec. XIX, quando lo studio dei popoli cosiddetti primitivi fu strettamente correlato a quello della struttura delle lingue parlate e, in definitiva, alle implicazioni filosofiche che la linguistica andava assumendo. A cominciare dagli inizi del sec. XX, soprattutto a opera di A. R. Radcliffe-Brown e B. Malinowski, l'influenza dello strutturalismo sull'antropologia culturale si fa più sensibile: Malinowski sottolineando come i complessi psicosociali dei primitivi si sviluppano secondo strutture diverse da quelle dei popoli occidentali, per cui ogni cultura è un sistema strutturale chiuso la cui finalità è quella di creare formule (per esempio simboli, nomi, rapporti di parentela ecc.) che permettano l'adattamento dei singoli fra loro, l'ambiente e le altre culture. Radcliffe-Brown amplia tale concetto sostenendo come ogni sistema strutturale è la somma delle relazioni sociali che intercorrono all'interno del sistema stesso e pertanto la sua validità culturale sussiste se rimane invariato l'insieme delle relazioni sociali. Criticamente M. Mauss prima, C. Lévi-Strauss poi, negano la conclusione etnocentrica cui porta un'applicazione formale dello strutturalismo ribadendo il primo l'interdipendenza funzionale delle parti di qualsiasi sistema strutturale e l'importanza di stabilire esatte correlazioni fra gli elementi della struttura in esame. Per Lévi-Strauss le correlazioni vanno stabilite col rigore dei metodi matematici per cui la struttura è una “topologia generale dello spirito umano” sia del pensiero sia dei suoi prodotti culturali: parlare, come i seguaci della moderna scuola americana (R. Lowie, M. Murdock, A. Kardiner, C. du Bois, R. Benedict ecc.) di strutture chiuse secondo schemi organizzativi limitati in numero e importanza contraddice ai principi dello strutturalismo e, al pari dello storicismo determinista, porta alla classificazione di culture superiori e culture selvagge. Lévi-Strauss, il più rigoroso seguace dello strutturalismo, ha aperto la strada a una nuova interpretazione di tutti i prodotti culturali dell'uomo, dalle strutture della parentela, al folclore, alla letteratura, alla mitologia, in una visione unitaria dell'uomo così come si manifesta, psicologicamente e culturalmente, nella sua vita quotidiana. Questa visione globale della cultura umana in ogni suo aspetto, per cui i vari elementi che la compongono sono soltanto “messaggi” da interpretare, è stata criticata e ridimensionata a partire dalle accese polemiche fra Lévi-Strauss e gli strutturalisti da una parte e J.-P. Sartre, V. J. Propp, G. Dumezil e in genere gli storicisti e gli evoluzionisti dall'altra per cui lo strutturalismo appare un metodo interessante d'indagine, valido soprattutto per le società chiuse, non aperte a trasformazioni, quindi in sede prevalentemente teorica. Senza alcun dubbio nel secolo XX le analisi strutturaliste hanno dato all'antropologia un importante contributo: hanno matrice strutturalista l'etnoscienza e l'antropologia cognitiva. Nel secolo XXI dello strutturalismo si può criticare l'idea di strutture fissate all'interno della mente e imposte all'uomo o l'ipotesi relativa a una natura umana unica e invariabile al di là delle diversità storiche e culturali, tuttavia gli antropologi riconoscono che lo strutturalismo rimane la teoria antropologica generale più elaborata con la quale nessun progetto antropologico può ancora evitare di confrontarsi.

Architettura

Negli anni Sessanta, in occasione della nuova lettura critica che Arnulf Lüchinger muove all'architettura tedesca e al lavoro di Aldo van Eych, il termine strutturalismo viene usato con un'accezione che rimanda alle ricerche di C. Lévi-Strauss. Si individuano forme archetipe che segnano l'intera storia dell'architettura. Sotto questo profilo lo strutturalismo architettonico critica sia la neutralità dell'architettura moderna sia la ricchezza formale espressionista, proponendo invece un ordine vario, entro una regolamentazione non gerarchica ma derivata dalla stessa struttura architettonica all'interno della quale si può optare per scelte individuali. I principi architettonici dello strutturalismo si possono ritrovare nei primi lavori di Le Corbusier, in alcune opere di I. Louis Kahn e Alison e Peter Smithson.

Per la linguistica

Opere di carattere generale: R. Bastide, Usi e significati del termine “struttura”, Milano, 1965; G. C. Lepschy, La linguistica strutturale, Torino, 1966; J. Piaget, Lo strutturalismo, Milano, 1968; Autori Vari, Che cos'è lo strutturalismo, Milano, 1971; T. Bolelli, Linguistica generale, strutturalismo, linguistica storica, Pisa, 1971; B. Malmberg, Comunicazione e linguistica strutturale, Torino, 1975; L. Heilmann, E. Rigotti, Principi di teoria linguistica, Brescia, 1979; L. Heilmann, Linguistica e umanismo, Bologna, 1983; R. Titone, Dallo strutturalismo alla interdisciplinarità, Roma, 1991; R. D’Alessandro, F. Giacomantonio, Post-strutturalismo e politica: Foucault, Deleuze, Derrida, Perugia 2015; G. Deleuze, Lo strutturalismo, a cura di S. Paolini, Milano 2017; E. Cassirer, Lo strutturalismo nella linguistica moderna, Bologna 2017; V. Marconi, Tra filosofia, semiotica e strutturalismo: in dialogo con Aristotele, Peirce e Hjelmslev, Treviso 2020

Per la letteratura

S. R. Levin, Linguistic Structures in Poetry's, Gravenhage, 1962; L. Rosiello, La funzione linguistica del messaggio poetico, in “Nuova corrente”, 1963; V. Erlich, Il formalismo russo, Milano, 1966; V. Sklovskij, Una teoria della prosa. L'arte come artificio. La costruzione del racconto e del romanzo, Bari, 1966; E. Raimondi, Tecniche della critica letteraria, Torino, 1967; L. Hjelmslev, I fondamenti della teoria del linguaggio, Torino, 1968; B. Romani, La critica francese da Sainte-Beuve allo strutturalismo, Ravenna, 1968; P. Valesio, Strutture dell'allitterazione. Grammatica, retorica e folklore verbale, Bologna, 1968; M. Corti, Metodi e fantasmi, Milano, 1969; C. Segre, I segni e la critica, Torino, 1969; D. S. Avalle, L'analisi letteraria in Italia. Formalismostrutturalismo-semiologia. Con una appendice di documenti, Milano-Napoli, 1970; G. Contini, Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi, Torino, 1970; L. Sève, Marxismo e strutturalismo, Torino, 1970; N. S. Trubeckoj, Fondamenti di fonologia, Torino, 1971; G. Herczeg, Saggi linguistici e stilistici, Firenze, 1972; N. A. Chomsky, Le strutture della sintassi, Bari, 1974; F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari, 1974; L. Heilmann, E. Rigotti, La linguistica: aspetti e problemi, Bologna, 1975; L. Caretti, Antichi e moderni. Studi di letteratura italiana, Torino, 1976; C. Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Milano, 1990; N. A. Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza, Bologna 1991; G. Genette, La letteratura al secondo grado, Torino 1997; G. Genette, L'opera dell'arte. 1. Immanenza e trascendenza, Bologna 1998; G. Genette, L'opera dell'arte. 2. La relazione estetica, Bologna 1998; A. Mirabile, Le strutture e la storia: la critica italiana dallo strutturalismo alla semiotica, Milano 2006; T. Todorov, La letteratura in pericolo, Milano 2008; J. Lotman, B.A. Uspenskij, La scuola semiotica di Tartu-Mosca nel carteggio tra J. Lotman e B. Uspenskij, Palermo 2018.

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