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càccia

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Lessico

sf. (pl. -ce) [sec. XIII; da cacciare].

1) Appostamento o ricerca e inseguimento di animali selvatici per catturarli o ucciderli: caccia alla volpe, al cinghiale, alle allodole; andare a caccia di lepri, di pernici; caccia grossa, alle fiere, specialmente di grandi dimensioni; apertura della caccia, inizio del periodo in cui la legge consente l'esercizio della caccia; caccia aperta, chiusa, il periodo in cui è consentito o vietato cacciare; riserva di caccia, zona in cui la caccia è riservata a un privato o a un ente; caccia di frodo, quella che si fa in luoghi, in tempi o con mezzi vietati dalla legge, bracconaggio; battuta di caccia, spedizione cui partecipano più cacciatori con cani e battitori; far buona caccia, prendere o uccidere molta selvaggina. Per analogia, anche la pesca praticata con armi da fuoco, lance o fucili subacquei: caccia alla balena, (per cui vedi pesca subacquea). Per metonimia, la selvaggina uccisa o catturata, cacciagione (cui si rinvia per la parte gastronomica); anche il luogo in cui si caccia e l'insieme dei cacciatori.

2) Per estensione, ricerca accanita e organizzata di persone giudicate pericolose, allo scopo di catturarle e renderle inoffensive: dar la caccia ai banditi, agli evasi; caccia all'uomo, detto specialmente di rastrellamenti sistematici attuati contro i singoli componenti di gruppi organizzati; caccia alle streghe, persecuzione indiscriminata di presunti nemici dello Stato e dell'ordine costituito. Anche riferito a ricerche incalzanti di persone con cui si desidera entrare in contatto per motivi opposti (a scopo giornalistico o pubblicitario, per interesse personale, ecc.): dar la caccia al vincitore della lotteria; talvolta scherzosamente: andare a caccia di ragazze. Riferito a cose, ricerca smodata, frenetica: essere a caccia di guadagni, di prestigio; la caccia all'oro.

3) Operazione bellica condotta per inseguire, individuare e catturare forze nemiche, e specialmente unità navali. In aeronautica, azione offensiva o controffensiva condotta da aeroplani dotati di notevole velocità e maneggevolezza (aerei da caccia) contro formazioni nemiche in volo; anche insieme di tali aeroplani: la caccia si alzò appena avvistati gli aerei nemici.

4) Componimento poetico-musicale di carattere idillico, raffigurante in origine una scena venatoria, ma poi esteso a qualsiasi spettacolo di vita in movimento. Sorta in Francia nel sec. XIII, la caccia. fiorì in Italia nei sec. XIV e XV ed ebbe fortuna in Europa fino al termine del sec. XVI. Inizialmente la caccia assunse i modi della frottola, con stanze di lunghezza variabile, chiuse da un distico di endecasillabi a rima baciata. Più tardi la caccia, estesa ad argomenti amorosi, prese il metro fisso della barzelletta, con stanze regolari chiuse da un ritornello. In entrambe le forme la caccia, come il madrigale e la ballata, ricevette una veste musicale. Celebri, per grazia e leggiadria, le cacce di N. Soldanieri e di F. Sacchetti; di elegante fattura, ma ormai lontana dal modello originale, è la Caccia col falcone di Lorenzo il Magnifico.

5) Forma musicale tipica dell'Ars nova italiana, in uso soprattutto nella prima metà del sec. XIV. Il nome non deriva dal soggetto del testo poetico, che descriveva lo svolgersi di una scena di caccia o di pesca o comunque improntata a un deciso carattere naturalistico, ma dal trattamento delle due voci superiori, che si imitano e si inseguono. Musicalmente la caccia ha infatti la forma di un canone a due voci, che consente effetti di eco e di dialogo, sostenute da un tenore per lo più strumentale. La struttura metrica dei testi, talvolta affine a quella del madrigale, con una strofa di ritornello, è spesso sciolta da schemi strofici per meglio adeguarsi al carattere impressionistico descrittivo del soggetto.

6) In marina, vele di caccia, o forza di vele, complesso di vele bordate con vento debole, in aggiunta a quelle normali, sulle navi a vele quadre. Sono di uso limitato per la non grande utilità e il molto ingombro.

7) Nello sport, una delle fasi di gioco del pallone elastico; caccia inglese, antico gioco più noto come fieldball.

8) In geometria, curva di caccia, sinonimo di curva di inseguimento.

9) In etologia, vedi predazione.

Preistoria

Non è attualmente accertato se i primi Ominidi siano stati cacciatori o semplici sfruttatori opportunisti di carcasse di animali abbattuti da predatori più abili dell'uomo stesso. La caccia, come attività socialmente sviluppata e tecnologicamente matura, non appartiene forse che a un periodo successivo alla iniziale comparsa del genere Homo. Nell'assenza quasi totale, nella documentazione paleolitica più antica, di strumenti in materiali deperibili, quali legno, liane, pelli, ecc., resta da dimostrare se gli utensili in pietra del Paleolitico inferiore siano stati effettivamente utilizzati per attività di caccia o non, piuttosto, per successivi interventi di smembramento delle carcasse. Solo col Paleolitico medio e ancor più col Paleolitico superiore, un vero e proprio strumentario di caccia (punte, arponi, armature di freccia, zagaglie, ecc.) attesta indiscutibilmente la consuetudine di questa attività, insieme ai resti della selvaggina cacciata, frequenti nei livelli di abitato, e alle scene di caccia raffigurate nell'arte paleolitica. L'uso dell'arco si pensa sia iniziato coi tempi mesolitici, e prese grande sviluppo nel successivo Neolitico, quando a fianco delle attività agricole la caccia continuò ad avere un importante ruolo.

Etnologia

La caccia, come base esclusiva o complementare di sostentamento, è ancora praticata da molti gruppi etnici che seguono metodi diversi riconducibili però ad alcune forme generali: caccia individuale, caccia con l'ausilio di animali addestrati (sia individuale sia collettiva), caccia collettiva o di gruppo; la caccia può essere praticata con armi, con insidie, all'agguato, all'inseguimento, ecc. Gran parte dei metodi usati, noti fin dalla preistoria e in alcuni gruppi etnici (per esempio Pigmei, Boscimani, ecc.), sono ancora così strettamente legati alle strutture socio-economiche e religiose del gruppo da far ipotizzare l'esistenza di un ciclo culturale nell'evoluzione della società umana (cultura dei cacciatori), inteso quale tappa obbligatoria che ha preceduto il passaggio all'agricoltura. La descrizione delle tecniche di caccia è impossibile in questa sede, data la molteplicità e varietà delle tipologie; è bene notare, tuttavia, che presso i popoli dediti esclusivamente alla caccia questa ha un significato che trascende l'aspetto puramente utilitaristico per investire la sfera spirituale (pantheon legato ai miti e ai riti della caccia, ecc.); ancora oggi, tra queste genti, ogni azione di caccia è preceduta da un rituale preciso, a volte assai complesso, che non di rado richiede sacrifici simbolici o cruenti, l'appello all'ausilio di divinità e talvolta la giustificazione dell'atto che si sta per compiere, cosa quest'ultima che porta a vere e proprie celebrazioni corali (come fra i cacciatori subartici) che diventano rappresentazioni drammatiche. Nei complessi cerimoniali della spartizione della carne si solennizza, inoltre, la solidarietà di tutti i membri del gruppo. Nei riti di iniziazione l'uomo unisce alla sua nuova condizione il ruolo di cacciatore affidatogli durante la caccia. Questa è il luogo dove si istituisce la divisione sessuale del lavoro; essa affianca le varie espressioni della vita sociale, sottolineando, parimenti, l'identità individuale. Una particolare pratica rituale è quella conosciuta come caccia alle teste. Un tempo era diffusa nell'Asia insulare e meridionale, nell'Oceania, nell'America e in qualche zona dell'Africa, presso qualche tribù della Nuova Guinea e dell'Amazzonia. Si ritiene che la caccia alle teste fosse diffusa fra molti popoli in epoca preistorica al fine di dimostrare il coraggio e la forza del guerriero. La caccia alle teste era praticata, con scopi magico-rituali, presso i Dayak del Borneo, i Melanesiani, i Naga dell'Assam, le genti Tupi e Gê, altri gruppi etnici dell'America e i Papua della Nuova Guinea. Il cranio veniva essiccato per essere conservato, talvolta dopo aver tolto le ossa (per esempio tra i Jívaro dell'Amazzonia). L'ornamentazione consisteva in colorazioni e aggiunte di elementi decorativi (piume, frange, ecc.). La caccia alle teste rappresentava uno svolgimento particolare dell'uccisione rituale: una forma tipica da ascriversi forse a culture di coltivatori primitivi. Tale ipotesi si fondava essenzialmente sull'idea di fertilità agraria che di solito veniva attribuita alle teste cacciate, oltre a valori apotropaici, guaritori, ecc. La testa cacciata assicurava un senso di protezione e una posizione privilegiata a colui che si era procurato una testa (per esempio tra i Naga dell'Assam); a volte era la condizione essenziale per diventare uomini; il trofeo, spesso conquistato in spedizioni guerresche, organizzate a tale scopo contro popolazioni vicine, poteva anche documentare il valore e il coraggio del suo conquistatore. Ma non si trattava di un prestigio derivato dalla difficoltà dell'impresa, perché non sempre le teste venivano cacciate in modo eroico; si trattava invece di qualità insite nella testa stessa, assunta simbolicamente a rappresentare le valenze “sacrali” dell'uomo (per esempio come sede della vita). La ricerca di tali valori sacrali si rendeva necessaria in momenti critici in cui l'individuo era indebolito e aveva bisogno perciò di una restaurazione di forze: per esempio quando moriva un capo, quando si doveva fondare un villaggio, quando ci si doveva sposare, ecc. L'ideologia di fondo della caccia alle teste poteva essere vista sia in forme esasperate, in cui si giungeva alla pratica dell'antropofagia rituale, sia in forme ancora più simboliche, come quando invece delle teste intere ci si impadroniva degli scalpi, secondo il costume degli indigeni nordamericani.

Tipi di caccia

Secondo il sistema usato per l'uccisione o la cattura dei selvatici, si distinguono varie forme di caccia che si possono raggruppare in quattro categorie principali: la caccia con armi; la caccia a volo o falconeria; la caccia con trappole e mezze trappole; la caccia a inseguimento (o alla corsa). La caccia con armi è tuttora praticata presso alcuni popoli con armi primitive (arco, lancia, cerbottana, ecc.). L'arma fondamentale per la moderna caccia è il fucile; vengono tuttavia usate anche la carabina (per la caccia grossa) e la spingarda (per la caccia agli acquatici). Può essere praticata con l'ausilio di cani e di battitori e può essere in movimento (caccia vagante) o in appostamento (caccia all'aspetto). A seconda della natura dei luoghi e della selvaggina, si distinguono: la caccia in pianura (quaglie, beccacce, allodole, fagiani ecc.); la caccia in montagna (galli cedroni, fagiani di monte, coturnici, ecc. e orsi, mufloni, camosci, stambecchi); la caccia in palude (anitre, beccaccini, folaghe, ecc.), questa fatta prevalentemente in barca, in botte, ecc.; la caccia a mare (migratori durante il passo e il ripasso). Per alcune di queste forme di caccia si usano richiami vivi (in genere uccelli canterini) o artificiali (uccelli imbalsamati, sagome di volatili, specchietti, fischi, ecc.). Si chiama caccia grossa quella ai grandi animali dell'Africa e dell'Asia meridionale, e in genere dei grossi selvatici; in Italia può considerarsi caccia grossa quella al cinghiale, al camoscio e al capriolo. Particolare tipo di caccia con armi, detta anche sotterranea, è quella degli animali da tana (volpe, tasso, ecc.) condotta con l'ausilio di cani bassotti o terrier o, per il coniglio selvatico, con l'impiego del furetto. La caccia a volo o falconeria, praticata da pochi appassionati, mantiene in vita una forma di caccia di antiche tradizioni basata sull'addestramento di rapaci d'alto volo (falco pellegrino, girifalco, ecc.), che piombano dall'alto sulle prede stanate dai cani, e di basso volo (astore, sparviero) che attaccano la preda in volo orizzontale. La caccia con trappole o mezze trappole, detta anche caccia a insidie, utilizza per l'uccisione o la cattura dei selvatici vari tipi di trappole (a peso o a gravità, a frusta o ad arco) e di mezze trappole (gabbie con esca e chiusura a scatto, lacci, reti, recinti); particolari impianti di reti (roccolo, paretario, bresciana, ecc.) vengono utilizzati nell'uccellagione (o aucupio). Nella caccia a inseguimento (o alla corsa) la selvaggina (cervo, cinghiale, capriolo, daino, volpe, ecc.) è forzata a correre dai cacciatori che, a piedi o a cavallo, con o senza cani, l'inseguono fino alla cattura o all'uccisione. Una particolare forma di caccia a inseguimento, che vanta antiche e nobili tradizioni, è la caccia alla volpe, fatta a cavallo con cani da seguito.

Storia della caccia

In epoca storica la caccia assunse, presso molti popoli, i caratteri di esercizio sportivo: gli Egizi cacciavano le piccole e medie prede con l'arco e il bastone da lancio e catturavano i buoi selvatici, le zebre e i felini spingendoli, con l'ausilio di cani, verso reti e recinti. Assiri e Persiani cacciavano i grossi erbivori con il laccio e le piccole prede con il falcone; prerogativa regale e degli alti dignitari era la battuta alle grosse prede (cervi, leoni, ecc.), praticata con l'arco dall'alto dei cocchi da guerra . Greci e Romani praticavano la caccia per divertimento facendo largo uso di cani, di trappole, reti e battitori . In particolare i Romani svilupparono le tecniche di cattura di selvatici vivi richiesti in gran numero per gli spettacoli circensi. Galli e Franchi usarono, per la cattura dell'uro, la caccia a inseguimento. Nel Medioevo la caccia divenne appannaggio della nobiltà che ne esaltò gli aspetti di divertimento e di addestramento alla vita delle armi. Furono praticate specialmente la caccia a inseguimento, soprattutto a cavallo, e la falconeria, che dal Medio Oriente era passata ai popoli germanici e quindi a tutte le corti europee. Alle classi umili non rimase che il bracconaggio, sempre più limitato e punito. Rotari, re dei Longobardi, già nel 643 distinse le terre della corona e dei nobili, sulle quali la caccia era proibita, da quelle dei privati, sulle quali invece era libera. Carlo il Grosso, nell'880, proibì ai sudditi la caccia alle grosse prede e la falconeria riservandole ai membri della corte. Sempre in periodo carolingio sorse in Francia una corporazione di cacciatori composta da maestri d'arte e apprendisti, alla quale erano ammessi, per il periodo di tirocinio, solo i nobili. Nel sec. XIII comparvero i primi trattati venatori: quello di Pier de' Crescenzi; il De arte venandi cum avibus di Federico II di Svevia sulla tecnica della caccia con il falcone. Nel sec. XIV Gaston Phébus, conte di Fois, scrisse un trattato sistematico sui vari tipi di caccia. Seguirono nel Cinquecento De canibus venatione libellus di Michelangelo Biondo, il Trattato sulla caccia di Domenico Boccamazza, ecc. Col Rinascimento la caccia conobbe più larga diffusione, ma molti dei divieti e dei privilegi feudali rimasero in vita fino alla Rivoluzione francese. In epoca moderna la caccia si è trasformata in uno sport di massa praticato in tutto il mondo, disciplinato da leggi e regolamenti che, recentemente, hanno assunto anche il compito di evitare la distruzione indiscriminata del patrimonio avifaunistico.

Diritto

In Italia è in vigore la legge-quadro 27 dicembre 1977, n.968 che ha notevolmente ridotto il numero delle specie migratorie cacciabili ma che ancora non si conforma in pieno allo schema di direttive della CEE La legge definisce la fauna selvatica “patrimonio indisponibile dello Stato” e stabilisce che ne fanno parte i mammiferi e gli uccelli dei quali esistono popolazioni viventi stabilmente o temporaneamente in stato di naturale libertà nel territorio nazionale. Precisa anche le specie particolarmente protette e vieta quindi di abbattere, catturare, detenere o commerciare esemplari di qualsiasi specie di mammiferi e uccelli appartenenti alla fauna selvatica italiana, indicando le specie escluse (art. 11). La legge fissa inoltre precise limitazioni di tempo e di luogo per l'esercizio venatorio (caccia convalidata: art. 10). Prevede che le regioni esercitino le funzioni amministrative mediante delega alle province, alle comunità montane, ai comuni singoli o associati, e piani annuali o pluriennali di suddivisione del territorio in zone (art. 5). L'esercizio della caccia è permesso a chi abbia compiuto il 18º anno di età e sia in possesso di licenza di caccia nonché di assicurazione per la responsabilità civile (art. 8). È disciplinato l'uso dei mezzi di caccia (art. 9). La licenza di porto d'armi per uso di caccia è rilasciata, in conformità alle leggi di pubblica sicurezza, a chi abbia l'abilitazione all'esercizio venatorio conseguita a seguito di un esame dinnanzi ad apposita commissione; la licenza ha validità di sei anni. La legge-quadro inasprisce le sanzioni per i trasgressori e affida la vigilanza sull'applicazione delle leggi di caccia agli agenti venatori dipendenti dagli enti delegati dalle regioni. Il calendario venatorio è fissato dalle regioni (alle quali è stata devoluta la materia in misura quasi totale, in attuazione dell'art. 117 della Costituzione), a seconda delle condizioni faunistiche proprie delle regioni stesse. Le associazioni sorte a difesa dell'ambiente hanno per lo più visto nella caccia un elemento negativo e nel tempo si sono intensificate le azioni tese a ottenerne l'eliminazione. Così, nel 1980 e 1986 sono stati proposti due referendum popolari per l'abrogazione di norme concernenti l'esercizio della caccia, giudicati però inammissibili dalla Corte Costituzionale perché formulati non chiaramente. Nel giugno 1990 il referendum che chiedeva l'abrogazione della legge 27 dicembre 1977, n. 968 e dell'articolo 842 del Codice Civile non è stato considerato valido per il mancato afflusso ai seggi del limite minimo posto dalla legge, ossia il 50% degli elettori. Col tempo e con il diffondersi di una maggiore attenzione per la protezione dell'ambiente, è però andata maturando la necessità di disciplinare la materia della protezione della fauna omeoterma e dell'attività venatoria con una precisa pianificazione territoriale e di questi aspetti si è occupata la legge 11 febbraio 1992, n. 157. Questa legge introduce una nuova disciplina della caccia puntando su un nuovo strumento di governo del territorio extraurbano, il piano faunistico-venatorio, nel quale sono coinvolti a vario titolo cinque enti: Provincia, Regione, Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (INFS), Ministero dell'Agricoltura e Foreste (ora Ministero delle Politiche Agricole e Forestali) e Ministero dell'Ambiente. Ai fini della pianificazione generale del territorio agro-silvo-pastorale, essa ritiene necessario che la componente venatoria entri a pieno titolo tra le variabili costitutive del sistema territoriale e dei suoi strumenti di pianificazione. Per territorio agro-silvo-pastorale va inteso non solo il territorio agricolo nazionale (che ha subito una riduzione del 15% per l'applicazione dei regolamenti comunitari, che impongono la messa a riposo di tale percentuale del territorio produttivo agricolo), ma anche i territori umidi (laghi, lagune, valli, paludi, fiumi, lanche, ecc.), i territori improduttivi di collina e di montagna, gli incolti e le aree protette (parchi, riserve, ecc.). Il territorio agro-silvo-pastorale viene suddiviso in una parte protetta (20-30%; 10-20% nella zona delle Alpi) e in una parte aperta alla caccia; quest'ultima parte, fino al 15%, può essere destinata a gestione privata della caccia e a centri privati di riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale, mentre il resto riguarda la caccia programmata, a gestione pubblica. La Provincia è l'ente competente per predisporre il piano faunistico-venatorio, articolandolo per comprensori omogenei; deve altresì predisporre piani di miglioramento ambientale e di immissione di fauna selvatica. Le Regioni effettuano la pianificazione faunistico-venatoria mediante il coordinamento dei piani provinciali secondo criteri dei quali l'INFS garantisce l'omogeneità e la congruenza. La gestione è rimessa a organismi associativi in cui sono rappresentati cacciatori, agricoltori, ambientalisti e amministratori locali. Il piano faunistico-venatorio specifica sei zone con speciale destinazione faunistica: oasi di protezione (luoghi destinati al rifugio, alla riproduzione e alla sosta della fauna selvatica); zone di ripopolamento e cattura (hanno lo scopo di consentire la riproduzione allo stato naturale delle specie selvatiche, per permettere poi la cattura dei selvatici e immetterli sul territorio ai fini del suo ripopolamento in tempi e con modalità utili all'ambientamento delle specie); centri pubblici, e centri privati, di riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale; zone per l'addestramento, l'allevamento e le gare dei cani (con indicazione dei periodi relativi); zone in cui sono collocabili gli appostamenti fissi. Inoltre, precisa che per i danni arrecati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e alle opere approntate su fondi vincolati per oasi di protezione, zone di ripopolamento e cattura, e centri pubblici di riproduzione della fauna allo stato selvatico sono previsti adeguati risarcimenti; a favore dei proprietari o conduttori dei fondi rustici che si impegnino alla tutela e al ripristino degli habitat naturali, nonché all'incremento della fauna selvatica nelle zone qualificate come oasi di protezione e in quelle di ripopolamento e cattura andranno corrisposti, invece, degli incentivi. Per l'utilizzazione dei fondi inclusi nel piano faunistico-venatorio regionale ai fini della gestione programmata della caccia, ai proprietari o conduttori è dovuto un contributo a cura dell'amministrazione regionale, in relazione all'estensione, alle condizioni agronomiche, alle misure dirette alla tutela e alla valorizzazione dell'ambiente. Mentre il precedente regime attribuiva al cacciatore titolare di porto d'armi per uso di caccia il libero accesso ai fondi altrui anche contro la volontà dei titolari o dei conduttori, nel nuovo regime l'accesso ai fondi altrui è consentito purché i fondi siano inclusi nel territorio agro-silvo-pastorale aperto alla caccia e l'ente pianificatore corrisponda ai proprietari o conduttori un contributo. Proprietari e conduttori hanno la possibilità di sottrarsi al vincolo venatorio chiedendo l'esonero o chiudendo il fondo. Possono essere accolte le richieste di esonero che non sono di ostacolo all'attuazione del piano. Circa la chiusura del fondo, il proprietario o conduttore deve erigere un muro o una rete metallica di altezza non inferiore a 120 cm o utilizzare corsi d'acqua o specchi d'acqua perenni, il cui letto abbia una profondità di almeno 150 cm e una larghezza di 3 metri. Il diritto al fondo chiuso può essere esercitato in ogni tempo, ma impedisce che il fondo possa essere adibito all'esercizio esclusivo o privato della caccia; ciò vale anche per il proprietario o il conduttore: il fondo chiuso, infatti, viene considerato come area protetta. Nel 1997, tuttavia, è stato approvato dalla Corte Costituzionale un referendum per impedire l'accesso dei cacciatori nei fondi privati. La gestione programmata della caccia si articola in cinque temi: gli ambiti territoriali di caccia (atc), la densità venatoria minima, l'iscrizione dei cacciatori agli ambiti territoriali di caccia, l'opzione, la gestione degli ambiti territoriali di caccia. Il territorio agro-silvo-pastorale è stato, infatti, ripartito in ambiti territoriali di caccia, di dimensioni subprovinciali, possibilmente omogenei e delimitati da confini naturali. L'INFS suggerisce atc di dimensioni limitate, 10.000- 15.000 ettari, perché ritiene che per una gestione ottimale sia opportuno un forte radicamento del cacciatore nell'ambito in cui è iscritto. Gli atc costituiscono la cellula base della nuova organizzazione della caccia: a essi spettano compiti di programmazione, organizzazione e gestione, nonché le funzioni amministrative prima espletate dalla Provincia e dalla Regione. A ogni atc va assegnato un numero di cacciatori adeguato alle sue capacità ricettive. La legge n. 157 del 1992 fa riferimento all'indice di densità venatoria minima, costituito dal rapporto fra il numero dei cacciatori, compresi quelli che praticano l'esercizio venatorio da appostamento fisso, e il territorio agro-silvo-pastorale nazionale; l'indice nazionale è di un cacciatore ogni 19 ettari (ogni 50 nella zona delle Alpi): le Regioni hanno la facoltà di adeguarlo alle situazioni locali. Sulla base di norme regionali, ogni cacciatore, previa domanda all'amministrazione competente, ha diritto all'accesso a un ambito territoriale di caccia o a un comprensorio alpino compreso nella regione in cui risiede e può avere accesso ad altri atc o comprensori che si trovino in una diversa regione, purché abbia ottenuto il consenso dai relativi organi di gestione. Il cacciatore non può più esercitare sul territorio destinato all'attività venatoria programmata qualsiasi forma di caccia a piacere, ma deve operare una scelta precisa; i tipi di caccia ammessi sono tre: vagante nella zona delle Alpi, da appostamento fisso, insieme delle altre forme. L'opzione non è vincolante nel territorio riservato alla gestione privata della caccia. L'obiettivo che la legge si prefigge con l'istituto dell'opzione è quello di favorire le condizioni per la caccia di specializzazione, ritenuta una garanzia di prelievo misurato. Circa, infine, la gestione degli atc la legge si limita a definire la composizione degli organi direttivi: la maggioranza (60%) dei rappresentanti spetta alle organizzazioni professionali agricole e alle associazioni dei cacciatori; alle associazioni ambientaliste spetta il 20% e il restante 20% agli enti locali.

Più che una battuta di caccia, costituisce una gara sportiva ippico-mondana nella quale hanno risalto le doti di abilità dei cavalieri e un cerimoniale che obbedisce a norme antichissime. I cacciatori (foxhunters) raggiungono il luogo di partenza (meet), dove gli addetti ai cani (un huntsman aiutato da due assistenti detti whippers-in) hanno radunato la muta. Quando i cani, scovata la “passata” della volpe, iniziano l'inseguimento, i cacciatori partono al galoppo cercando di arrivare sulla preda insieme ai cani, senza però superare nella corsa il capo-caccia (master). I cavalli devono essere veloci e addestrati a ogni tipo di terreno. Il capo-caccia e gli addetti ai cani indossano una giacca rossa a 5 bottoni e portano un caratteristico copricapo (riding-cap); i cacciatori vestono la giacca rossa, ma con 3 bottoni, oppure giacca nera e bombetta. Spesso, alla volpe si sostituisce un cavaliere e della caccia non resta che il nome. Simile alla caccia alla volpe, ma accompagnata da un cerimoniale più complesso e più fastoso, è la caccia al cervo a cavallo con cani da seguito.

Gioco all'aperto di abilità e prontezza. Consiste in un percorso in varie tappe da compiere nel minor tempo possibile. L'indicazione del traguardo di ciascuna tappa viene celata sotto forma di indovinello o altro gioco enigmistico (rebus, sciarada, ecc.). Si può partecipare a una caccia al tesoro singolarmente, a coppie o a squadre, a piedi o in automobile. Le tappe sono le stesse per tutti i partecipanti al gioco ma si susseguono in ordine diverso. Vince chi arriva per primo alla tappa finale, al tesoro, che consiste in un premio. Una variante di questo gioco consiste nel cercare e portare a una giuria nel minor tempo possibile una lista di oggetti strani e imprevedibili.

Per la preistoria

J. G. D. Clark, Europa Preistorica, Torino, 1969.

Per lo sport

L. Ugolini, Dizionario del cacciatore italiano, Milano, 1961; N. Cantalamessa, La caccia, Milano, 1968; A. Gatti, Il vero cacciatore in Africa, Milano, 1970; S. Perosino, La caccia, Novara, 1970; F. Bassilana, La caccia in Italia, Firenze, 1988.

Per i cani da caccia: Autori Vari, Il grande libro del cane, Novara, 1971.

Per il diritto

P. L. Vigna, G. Bellagamba, La nuova legge statale sulla caccia, Milano, 1978; C. Cova, C. E. Traverso, La patente del cacciatore, Milano, 1983.