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inumazióne

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Lessico

sf. [sec. XVII; da inumare]. L'inumare, il seppellire.

Cenni storici

L'inumazione è una pratica funebre che comporta la conservazione della salma dopo la morte, in antitesi con la cremazione (o incinerazione) in cui essa viene arsa e le ceneri prodotto della combustione vengono raccolte in apposite urne funerarie, o abbandonate nella nuda terra, o disperse, o mangiate. Notizie di tale pratica si hanno a partire dal Paleolitico medio, ma non si può escludere che essa sia stata praticata in forme più imperfette anche in epoche precedenti. Associate a cultura musteriana, sono state rinvenute alcune tra le più antiche e importanti inumazioni, tra cui: La Chapelle-aux-Saints, Le Moustier (da cui l'omonima cultura), Regourdou e La Ferrassie in Francia, Spy in Belgio, Shanidar in Iraq. Con l'incremento demografico registrato alla fine del Paleolitico superiore aumenta anche il numero dei rinvenimenti di inumati, sempre più oggetto di attenzioni all'atto della sepoltura. Spettacolari tecniche di inumazione sono rappresentate nell'antico Egitto, dove congiuntamente a un rito preparatorio della salma (imbalsamazione), destinato a garantire eternità alla costituente terrena del defunto, venivano eretti veri e propri monumenti funebri (piramidi), dotati di numerose camere sepolcrali collegate da intricati sistemi di corridoi. Con l'avvento in Europa del Neolitico e l'introduzione di nuovi modelli di sussistenza, impostati su una relativa sedentarietà del genere umano, quelli che costituivano testimonianze di fugaci ma importanti atti di rispetto nei confronti dell'evento morte iniziano a divenire veri e propri “corredi”. Fino alla seconda Età dei Metalli (Età del Bronzo) le inumazioni avvenivano preferenzialmente in cavità, naturali (grotte) o ricavate artificialmente in banchi calcarei, tufacei o terragni. Alla fine dell'Età del Bronzo tale pratica viene affiancata presso molte comunità dal rito crematorio. In questo orizzonte culturale-cronologico, che in Italia comprende l'Età del Bronzo finale e una facies denominata Villanoviano, alle necropoli si affiancano i cosiddetti “Campi d'Urne”. Riferite a tale periodo, in Italia sono state rinvenute estese necropoli in cui i sepolcri rispondono tendenzialmente a dei canoni che vogliono la tomba costituita da una fossa ricavata nel terreno, o foderata da lastre di materiale pietroso tipico dell'area interessata o in cui veniva introdotta una cassa monolitica prodotta con materiali del luogo oppure, nelle comunità più ricche, importati. Nell'Etruria, relative a tale periodo, si rinvengono numerose tombe a tumulo, con suddivisione interna in camere sepolcrali, oltre a necropoli rupestri ricavate sulle pareti di “tagliate” o di pendii scoscesi naturali di colline tufacee. Con l'avvento della romanità all'inumazione si riaffianca in modo efficace la cremazione, ma qui essa non ha più un suo significato rituale-religioso bensì, a causa dell'enorme avanzo demografico verificatosi in tale periodo, di pubblica utilità. Le motivazioni che hanno portato alla conservazione dei resti terreni del defunto sono tuttora oggetto di discussione anche se la causa primaria ha probabili origini etico-religiose. Il rito e le modalità che hanno accompagnato e che accompagnano ancora l'inumazione hanno variato e variano secondo i costumi e le credenze dei singoli popoli, ma in tutti hanno particolare rilevanza la posizione del cadavere, l'orientamento del sepolcro e il corredo funebre in grado di esprimere, specie a partire da epoca storica, la considerazione sociale e familiare di cui godeva il defunto in vita.

Diritto

In base alle leggi sanitarie la fossa deve essere profonda due metri; la salma va chiusa in una cassa di zinco; ingenere il cadavere deve essere seppellito nel cimitero comune; per le sepolture in cappelle private va osservata la stessa distanza dalle abitazioni imposta per i cimiteri. V. anche sepoltura.

Bibliografia

A. E. Jensen, Mythes et cultes chez les peuples primitifs, Parigi, 1954; V. L. Grottanelli, Ethnologica, Milano, 1965.