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smàlto

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Lessico

sm. [sec. XIV; dal francone smalt].

1) Rivestimento vetroso applicato a manufatti ceramici o a oggetti metallici con funzione protettiva e/o decorativa. La preparazione dello smalto avviene in forni fusori in cui si caricano gli ingredienti, quali quarzo, feldspati, borace, minerali apportanti fosforo ecc. Dopo fusione con formazione di vetro (alla temperatura di 500-1000 ºC), la massa è bruscamente raffreddata in acqua e macinata finemente, prendendo il nome di fritta. Per essere applicata, la fritta è mantenuta in una sospensione acquosa di argilla con l'aggiunta di elettroliti che ne impediscono la precipitazione.

2) In anatomia, smalto dentario, tessuto bianco perlaceo che ricopre la corona dei denti, con funzione protettiva nei riguardi di agenti chimici. È prodotto dalle cellule adamantine derivate dall'ectoderma, è molto ricco di sali ed è il più duro e resistente tessuto dell'organismo. Istologicamente risulta formato dall'insieme di prismi paralleli tenuti insieme da una sostanza cementante.

3) Nella cosmesi, nome generico di una vernice (trasparente o colorata, soprattutto nelle gradazioni dal rosa al rosso), per far brillare o tingere le unghie.

4) In araldica, nome dato tanto ai colori (rosso, azzurro, verde, nero, porpora) quanto ai metalli (oro e argento) e alle pellicce (vaio ed ermellino) che possono apparire su uno scudo.

5) Fig., lett., superficie di colore intenso e unito: “dall'arcion si sferra, / e si ritrova in sull'erboso smalto” (L. Ariosto). Spesso in traslati, per indicare cosa assai dura: “Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto” (Dante).

Tecnica

I principali metodi di smaltatura, usati nell'antichità e nel Medioevo, sono lo champlevé (ad alveoli d'incavo) e il cloisonné (ad alveoli di rapporto), metodi già descritti con precisione nel sec. XI dal monaco Theophilus nella Schedula diversarum artium. Nello champlevé gli alveoli sono ottenuti direttamente dal fondo metallico mediante incavi dal bordo rialzato; nel cloisonné, invece, gli alveoli sono creati con tramezzi (cloisons) di lamina in genere d'oro. Una derivazione più tarda del cloisonné è lo smalto de plique à jour, molto delicato, in cui i tramezzi del cloisonné sono saldati solo fra loro e non fissati a una lastra di metallo; lasciati liberi, come nelle vetrate, tali smalti risultano anche più luminosi e trasparenti. Un altro importante procedimento è l'émail translucide de basse-taille o traslucido, che combina la tecnica dello smalto con quella del bassorilievo; esso è infatti basato sul principio di stendere un sottile strato di pasta vitrea colorata e trasparente su una superficie metallica (per lo più d'argento) già incisa a bassorilievo, in modo che i dislivelli del rilievo producano delicati effetti pittorici e chiaroscurali nello smalto sovrastante. Un posto a sé occupa lo smalto dipinto: il fondo metallico, di solito rame, è coperto di uno strato omogeneo di smalto (che servirà da sfondo per la pittura) e dopo una prima cottura viene eseguito il disegno, policromo o in grisaille.

Cenni storico-artistici: dall'antico Egitto alla fine del sec. XIII

Nell'antico Egitto e in Mesopotamia non pare fosse praticata la tecnica dello smalto; gli Egiziani conoscevano il vetro colorato, il millefiori e le paste vitree, ma li adoperavano a freddo, per decorare gioielli e oreficerie, facendoli aderire al metallo mediante mastici particolari. Il più antico smalto fuso è in un gioiello del sec. XIV a. C. (conservato al British Museum) proveniente da Cipro; l'Egitto non ha infatti restituito smalto a caldo anteriori all'età romana. L'oreficeria greca, specie di ambiente ionico, usò la tecnica dello smalto anche per piccole figurette a tutto tondo, e i Romani la applicarono alla loro metallurgia preziosa, ma gli esemplari più ricchi vengono dall'area celtica, a iniziare dall'epoca di La Tène (sec. V a. C.) a quella gallo-romana, per finire nell'età più tarda irlandese-anglosassone. Lo smalto cloisonné ebbe il suo periodo di massima fioritura nell'arte bizantina, anche se tale tecnica pare originaria dell'Iran. Al sec. V risalgono le prime notizie, al VI il più antico oggetto a cloisonné giunto fino a noi, il reliquiario in Santa Reparata a Poitiers (565-575), ma l'epoca di splendore va dal sec. X al XII quando furono prodotte le placche della Pala d'Oro di San Marco (Venezia, Tesoro di San Marco), vasto complesso di altissimo valore artistico; gli smalti, di una ricchissima gamma coloristica, sono incastonati con tecnica inarrivabile tra i sottili tramezzi aurei del cloisonné, non più semplici strutture ma essi stessi elevati a puro disegno. Raffinatissimi esempi di smalti bizantini sono anche quelli della stauroteca della cattedrale di Limburgo e della corona di Costantino Monomaco (Budapest, Museo Nazionale). Nel sec. X lo smalto cloisonné bizantino si diffuse in Italia e in Germania, nei centri di Milano e Treviri. In quest'ultima città, ai tempi dell'arcivescovo Egberto si produssero magnifici lavori; il più ricco complesso di smalti in cloisonné d'oro dell'epoca è conservato nel tesoro del duomo di Essen (croce della badessa Matilde, 998-1002). La tecnica del cloisonné bizantino, se pur con diverse finalità decorative, fu adottata anche dall'arte islamica per le fantasiose e ricche ornamentazioni di coppe, bacili, brocche di rame (coppa del Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck, decorata con medaglioni a cloisonné racchiudenti aquile e grifoni e con la figura di Alessandro circondata da musici e lottatori inframmezzati da palme). L'arte celtica dell'Europa continentale e delle isole britanniche conosceva fin dal sec. V a. C. la tecnica dello champlevé su bronzo, e si serviva di smalti, spesso vivamente colorati in rosso, per applicazioni decorative su oggetti di metallo. La produzione di suppellettili ornate di smalti champlevé si concentrò, nei primi secoli d. C., in Inghilterra e Irlanda, nella regione di Dinant e Namur in Belgio e nella valle del Reno; continuò in età barbarica e conobbe nel sec. XII, in concomitanza con l'epoca d'oro del cloisonné bizantino, un periodo di straordinario splendore dovuto alla scuola mosana, benché ancora si discuta se la fioritura dello champlevé abbia avuto le sue radici nelle regioni mosane e renane o piuttosto a Limoges. Le opere eseguite dalla scuola mosana nella diocesi di Liegi e quelle renane accentrate intorno a Colonia sono costituite da altari portatili e da grandi reliquiari a cassetta, con le pareti spesso decorate interamente a champlevé. Contemporaneamente fiorirono le officine di Limoges. Nelle opere renane e mosane la gamma di colori si basa sul giallo, il verde e l'azzurro; i colori sono delicati e trasparenti in confronto a quelli di Limoges, più corposi e profondi. Problematici riguardo alla loro origine sono due champlevés del British Museum: il primo, rappresentante Henry de Blois, è forse opera inglese; il secondo, con la figura di Geoffrey Plantageneto (m. 1151), benché generalmente considerato prodotto limosino, non presenta la gamma coloristica consueta. Già volge al gotico il capolavoro assoluto dello smalto champlevé, dovuto alla più grande personalità della scuola mosana, Nicolas de Verdun, cioè l'ambone di Klosterneuburg, opera monumentale a vasto programma iconografico dove le risorse dello smalto vengono sfruttate al massimo dalla genialità dell'artista. Le officine produssero e diffusero in tutta Europa, in particolare nel periodo tra il 1150 e il 1250, una notevole quantità di oggetti liturgici smaltati, come reliquiari a cassetta, crocifissi, candelieri, pastorali, coperte di evangeliari, cibori, calici ecc.; rare invece le opere di grande mole e gli oggetti profani, in genere scrigni, bacili, placche per cinture. Alla fine del Duecento, lo smalto champlevé fu soppiantato dal traslucido, la cui invenzione viene attribuita da alcuni agli orafi italiani, da altri agli orafi francesi.

Cenni storico-artistici: dal XIV al XX secolo

In ogni caso il sec. XIV vide la grande fioritura del traslucido in Francia (in particolare ad Avignone e a Parigi), in Renania (calice di Sigmaringen, ca. 1320, Baltimora, Walters Art Gallery) e in Toscana (calice per il convento di S. Francesco d'Assisi, firmato da Guccio, 1290; calice e patena di Ciccarello di Francesco nella cattedrale di Sulmona; croce di Nicolò di Guardiagrele nella cattedrale dell'Aquila, 1434). Altari, altaroli, reliquiari, calici, patene ecc. decorati con smalti traslucidi si trovano nei tesori delle più importanti chiese europee, da Orvieto a Firenze, a Basilea e a Costanza, a Barcellona e a Parigi, fino in Scandinavia. Col sec. XV tramontarono quasi totalmente le antiche tecniche del cloisonné e dello champlevé; rimase in voga il traslucido su bassorilievo in oro o argento, dal quale deriva direttamente il traslucido su tutto tondo (émail de ronde-bosse) che fu prediletto dagli orafi rinascimentali per la smagliante decorazione policroma di suppellettili preziose (saliera di Francesco I del Cellini, Vienna, Kunsthistorisches Museum; coppa Rospigliosi, New York, Metropolitan Museum, attribuita anch'essa al Cellini). Nel sec. XVI a Firenze, a Milano con i Saracchi e soprattutto in Germania con l'attività delle grandi famiglie di orafi Jamnitzer , Hillebrand, Lencker, lo smalto traslucido ebbe una straordinaria fioritura e divenne complemento indispensabile, anche nei secoli seguenti, nella fattura di gioielli e oreficerie. Si era intanto andata sviluppando un'altra tecnica, anch'essa completamente diversa, nel metodo e nell'espressione, dallo smalto tradizionale ad alveoli: lo smalto dipinto su rame. Tra i primi esempi di pittura a smalto si annoverano due bei medaglioni eseguiti da J. Fouquet (Parigi, Louvre) e, intorno alla metà del sec. XV, un gruppo di calici, piatti e secchielli realizzati da smaltatori veneti e lombardi (esemplari a Venezia, Museo Correr; a Firenze, Museo Nazionale; a Milano, Museo Poldi Pezzoli). La produzione più significativa si ebbe però a Limoges, il vero centro dello smalto dipinto dalla fine del sec. XV a tutto il XVI, con una ricchissima produzione di paci, placche decorative, altarini ecc. Illustri rappresentanti della tecnica dello smalto dipinto furono il cosiddetto maestro Monvaerni, dallo stile vigorosamente realistico, i Pénicaud, con il loro capostipite Nardon, Pierre Reymond, L. Limosin con i suoi discendenti. I soggetti della produzione limosina furono attinti in un primo tempo dalle miniature dei libri d'ore e dalla pittura tedesca e fiamminga (Storie di Cristo di L. Pénicaud, Parigi, Petit Palais), poi dalla grande pittura italiana del Rinascimento (serie delle Fatiche di Ercole di Jean III Pénicaud, Museo di Lione; Ritratto del connestabile Montmorency, con incorniciatura nello stile manieristico di Fontainebleau, di Léonard I Limosin). Nel corso del sec. XVI la sapienza tecnica degli artisti limosini si fece sempre più raffinata, specialmente negli effetti chiaroscurali, nelle lumeggiature d'oro, nel disegno fluido, negli splendidi colori e soprattutto nella caratteristica pittura monocroma in bianco e nero detta grisaille. Quando già la voga dello smalto dipinto cominciava a declinare si sviluppò in Svizzera, accentrata a Ginevra, la miniatura smaltata, eseguita con il metodo inaugurato da J. Toutin e consistente nell'unire i colori vetrosi ridotti a polvere finissima con un medium grasso e colloso. La pittura miniaturistica a smalto fu praticata con grande successo dai seguaci ginevrini del Toutin, in specie da J. Petitot, nella seconda metà del sec. XVII, per i ritratti, e dagli Huaud soprattutto per la decorazione di orologi. Lo smalto dipinto ginevrino si diffuse rapidamente in tutta Europa ed ebbe imitatori in Germania e in Francia, dove gli smaltatori del sec. XVIII eseguirono raffinate decorazioni a smalto su orologi, astucci, tabacchiere ecc. I centri maggiori furono Parigi, Vienna, Dresda, Londra; tra la produzione qualitativamente più interessante eccellono i ritratti (Étienne Liotard, nel sec. XVIII), spesso eseguiti anche su tabacchiere. L'uso dello smalto applicato ai gioielli continuò anche nei sec. XIX e XX; notevoli, per esempio, i gioielli smaltati di Lalique. Smaltatori come l'inglese Alexander Fisher (1864-1936) crearono opere figurative originali e nel monastero francese di St. Martin de Ligugé, dopo la seconda guerra mondiale, vennero riprodotte in smalto opere di pittori contemporanei, per esempio G. Rouault e G. Braque.

Cenni storico-artistici: lo smalto nell'arte cinese

Nell'arte cinese, lo smalto cloisonné, già conosciuto in Giappone dal sec. IV d. C., fu importato dall'Occidente non prima del sec. XIV. Le più antiche decorazioni a smalto cinesi su oggetti di rame presentano bellissimi ornati a intrecci floreali e colori stupendi: blu cobalto, giallo, rosso acceso, verde e turchese scurissimi. Nel sec. XVI, in epoca Ming, le decorazioni a smalto sono di altissimo livello tecnico e stilistico, in una più vasta gamma coloristica e con il repertorio figurativo tipico delle porcellane e delle lacche. Gli esemplari più ricchi di smalto cloisonné appartengono al periodo K'ang-hsi (sec. XVII-XVIII), mentre in seguito quest'arte si limitò al rifacimento delle opere antiche. I Cinesi conobbero anche la tecnica dello smalto dipinto su rame e quella dello champlevé, che usarono per lo più in combinazione con altri procedimenti decorativi.

Bibliografia

M. Gauthier, Èmaux limousine champlevés de XIIe, XIIIe et XIVe siècles, Parigi, 1950; K. Guth-Dreyfus, Translucides Email in der ersten Hälfte des 14. Jahrhunderts am Ober-, Mittel- und Niederrhein, Basilea, 1954; H. Maryon, Metalwork and Enameling. A Practical Treatise on Gold- an Silversmith's Work and Their Allied Crafts, New York, 1955; N. Tozzi, Smalti e ceramiche, Faenza, 1992.